Lot 21 | Gaspar de Witte (Anversa 1624 – 1681) PAESAGGIO BOSCOSO CON DANZA DI...

Pandolfini Casa d'Aste - Borgo degli Albizi (Palazzo Ramirez-Montalvo) 26, 50122 Firenze
Dipinti dal XVI al XX Secolo Sessione Unica - dal lotto 1 al lotto 154
Tuesday 17 November 2015 hours 10:00 (UTC +01:00)

Gaspar de Witte (Anversa 1624 – 1681) PAESAGGIO BOSCOSO CON DANZA DI...

Gaspar de Witte
(Anversa 1624 – 1681)
PAESAGGIO BOSCOSO CON DANZA DI CONTADINI
olio su tela, cm 134x172,5
firmato “CASPAR/DE/WITTE F.” in basso a sinistra, su una pietra

Dopo una prima educazione nella bottega del padre, Pieter III, pittore di paesaggi e di scene di interno, Gaspar de Witte partì per l’Italia, meta del viaggio di formazione consueto ai pittori oltremontani, raggiungendo Roma intorno alla metà degli anni Quaranta. Documentato nel 1646 nella associazione che a Roma riuniva i pittori fiamminghi, i Bentvueghels, e in Francia nel 1648, tornò ad Anversa alla morte del padre e nel 1650 si iscrisse alla corporazione dei pittori della città natale. A partire da quell’anno e fino alla morte avvenuta nel 1681 De Witte applicò il suo versatile talento ai generi più richiesti dalla borghesia cittadina per la decorazione di residenze private, dipingendo interni di gallerie con figure allegoriche, e grandi paesaggi campestri animati da scene di vita quotidiana e ornati talvolta da elaborate fontane classicheggianti. Quasi sempre firmati e spesso accompagnati dalla data, i suoi dipinti costituiscono un esempio tipico della moderna pittura di paesaggio fiorita nelle Fiandre alla metà del secolo e fino al Settecento grazie a personaggi come Jacques d’Arthois e Cornelis Huysmans, che di De Witte fu appunto allievo. Autore delle sue figurine fu occasionalmente Anton Goubau, suo concittadino e come lui presente a Roma alla metà degli anni Quaranta. Si deve anche al ricordo della pittura dei cosiddetti bamboccianti, a cui Goubau si era accostato negli anni romani, oltre che all’esempio di David Teniers, la creazione di scene che, come quella qui offerta, propongono un’immagine lievemente edulcorata della vita campestre, in curioso anticipo sulla visione arcadica che Anesi e Monaldi ne offriranno nel Settecento.