Presale L’ARTE È UN SOGNO. PARTE I L’ARTE È UN SOGNO. PARTE I
Thursday 30 July 2026 hours 17:00 (UTC +01:00)
Alessandro Varotari detto il Padovanino (1588 - 1649) Venere
Alessandro Varotari detto il Padovanino (1588 - 1649)
Venere
Olio su tela
69,5 x 155 cm
Elementi distintivi: sul verso, etichetta antica scritta a mano “n. 16 Titian's Venus”; etichetta della Veneto Banca con riferimenti di inventario
Provenienza: collezione Lorenzo Furegon; Banca Popolare di Asolo e Montebelluna; Veneto Banca SpA in LCA
Certificati: Scheda di Ugo Ruggeri, non datata, come Padovanino
Stato di conservazione. Supporto: 70% (reintelo)
Stato di conservazione. Superficie: 90%
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Caratterizzato dallo splendido accordo del corpo dorato di Venere, contro lo sfondo tenebroso del paesaggio notturno e il grande drappo porpora, il dipinto appartiene alla maturità del Padovanino, formatosi sull'opera di Tiziano e maestro di Pietro Liberi, Pietro della Vecchia, Giulio Carpioni ed altri artisti fortemente legati ai modelli del rinascimento veneziano. Tipici dell'artista sono anche il volto, il gioco della mano piegata, le ampie geometrie del panneggio, le ombreggiature che gradualmente uniscono l'incarnato con lo sfondo, il veloce pennellare che disegna le trasparenze. Nel 2021, l'opera è stata sottoposta ad una serie di analisi (per cura di Diagnistica Fabbri, la cui relazione riprendiamo ampiamente a seguire) comprendenti radiografia, riflettografia infrarossa, infrarosso a falsi colori e fluorescenza ultravioletta, allo scopo di determinarne le tecniche esecutive e lo stato di conservazione, i cui risultato hanno confortato la attribuzione. In radiografia, in particolare, è emersa la sovrapposizione di almeno due studi per la testa, con diverse inclinazioni ed il conseguente spostamento anche di occhio, naso e bocca, con una capigliatura quasi sciolta nella stesura originale, in seguito raccolta in una coda bassa sotto la nuca e ridotta grazie a lunghe pennellate fluide, visibili in all'infrarosso, di cui si dirà meglio a seguire. Similmente il seno presenta uno sdoppiamento del contorno, in quanto ridotto in ultima stesura. La ripresa in riflettografia infrarossa ha inoltre evidenziato un tratto scuro, piuttosto opaco, dunque a probabile composizione carboniosa, che definisce le anatomie del soggetto e i dettagli della vegetazione Intorno al corpo di Venere, accanto a questo disegno fine eseguito probabilmente con un medium secco, risaltano con nitidezza uno o più segni ampi e dal tratto fluido, i quali seguono precisamente il contorno delle forme, con l'effetto di accentuare il chiaroscuro di raccordo allo sfondo, favorendo la resa plastica delle forme: osservando in particolare l'ascella, si può vedere come il lungo tratto di pennello serva ad ampliare leggermente la dimensione del braccio e del busto. Nel panneggio, questo trattamento rappresenta l'ombra proiettata dal corpo sul drappo rosso. Nella zona delle caviglie e degli avambracci, allo stesso modo, si riscontra la compresenza di disegno preparatorio e pennellate scure, mentre le mani mostrano chiari segni di ridefinizione dei contorni e, in alcuni casi, di riposizionamento delle dita prima di giungere all’impostazione finale. All'infrarosso, inoltre, la vegetazione sullo sfondo acquisisce maggiore leggibilità nei dettagli, che tendono invece a perdersi nell’osservazione ad occhio nudo a causa delle tinte scure presenti: nella ripresa riflettografica, anche in falso colore, diviene quindi ben visibile il profilo dello scoiattolo il quale, oltretutto, è stato realizzato in sovrapposizione al tronco su cui poggia. Si può così tornare ad una immagine più vicina alla ideazione dell'artista, dal punto di vista della profondità dell'immagine. All'ultravioletto non sono emersi danni di rilievo alla pellicola pittorica, tanto che i ritocchi pittorici appaiono sporadici e circoscritti ad aree limitate, ma si è osservata la compresenza di ritocchi scuri e altri meno evidenti, segno che il dipinto è stato restaurato in almeno due occasioni cronologicamente distinte.
La piena attribuzione della tela a Padovanino è stata avanzata da Ugo Ruggeri, autore del catalogo ragionato dell'artista (Soncino, 1993), previo esame dal vero. Secondo lo studioso, la tela si mostra «certa e autografa» nel «confronto con sue opere quali il 'Trionfo di Teti' dell'Accademia Carrara di Bergamo - che completava la serie delle copie dei 'Baccanali' di Tiziano dipinte dall'artista nel suo giovanile viaggio romano (cfr. U. Ruggeri, "Il Padovanino", in "Saggi e Memorie di Storia dell'Arte", 16, 1988, p. 27, fig. 11) - la 'Arianna abbadonata' in collezione privata (Ruggeri, cit. fig. 13), la 'Venere e Adone' in Palazzo Madama a Roma (Ruggeri, cit., fig. 32) e numerosi altri dipinti nei quali il Padovanino si esercita nella rivisitazione dei modi giovanili di Tiziano, in modi di classicismo cromatico che gli sono del tutto tipici. Siamo qui di fronte, molto probabilmente, ad un'opera della prima maturità del Padovanino, quando cioè il rapporto con l'arte del Vecellio è più sentito e fondato, e non ancora alterato da quei manierismi grafici e cromatici che caratterizzano l'arte del Padovanino nella seconda fase della sua attività, successiva all'esecuzione della 'Morte di Procri' della collezione Donzelli di Firenze, datata 1631». Lo specialista - riservandosi «la pubblicazione in adeguata sede scientifica» - conclude segnalando che si tratta di un'opera «assolutamente tipica dell'artista, di qualità molto alta nella manovra cromatica affocata che distingue tanto la figura quanto il paesaggio retrostante e la marina, anch'essa tipicamente tizianesca».
Marco Horak, in una dettagliata scheda critica, attribuisce l'opera piuttosto alla bottega di Padovanino, in stretta adesione alle riflessioni del maestro su Tiziano: «Il dipinto in esame evidenzia in ogni sua parte la lezione del cadorino: dalla tipica cromia di stretta derivazione, all’uso sapiente dei contrasti luministici e degli sfumati, che rendono il corpo di Venere quasi tridimensionale, il tutto in osservanza di quei dettami che permisero alle opere uscite dalla bottega del Padovanino di continuare in maniera spesso accademica la grande tradizione
cinquecentesca, rimanendo egli estraneo alle nuove tendenze della pittura veneta. Il modellato sicuro ed il cromatismo prezioso del pittore e del suo atelier hanno saputo imprimere alla
produzione una formale eleganza che trovò la sua massima espressione nelle molte rappresentazioni mitologiche di chiaro significato erotico, come la Venere in oggetto, che furono commissionate anche da diversi eruditi committenti, come i letterati dell’Accademia degli Incogniti. Si tratta di dipinti improntati all’erotismo, dove il pittore esibisce nudi candidissimi e sensuali di grande effetto visivo e purezza classica, che riescono talvolta a precorrere di oltre un secolo l’impatto di Sebastiano Ricci o di Giovanni Antonio Pellegrini». Secondo lo studioso, «La definizione di una precisa ipotesi attributiva, tale da essere condivisa anche dalla critica prevalente, in ordine all’indicazione dell’autore (o degli autori?) dell’opera non è un esercizio di semplice attuazione e, in assenza di ulteriori riferimenti o improbabili ritrovamenti di nuove fonti documentarie, rimane un problema ancora aperto, anche in considerazione del non trascurabile numero di pittori che sono passati attraverso la bottega del Padovanino, fra i quali pure la sorella Chiara e il figlio Dario Varotari il Giovane, che si rivelò un talentuoso personaggio eclettico (fu infatti un valente incisore, pittore e ritrattista, autore di componimenti poetici in lingua veneta e librettista d’opera). Rimane comunque la considerazione che trattasi di un’opera di qualità molto elevata in cui sembrerebbero non potersi escludere interventi diretti dello stesso Alessandro Varotari, più noto come “Padovanino”».
Sono state espresse ulteriori autorevoli opinioni in favore della piena attribuzione a Padovanino, ovvero a Ludovico David (1648-1739) o Ludovico Dorigny (1654-1742).
Ringraziamo Marco Horak e Davide Bussolari (Diagnostica Fabbri) per il supporto nella catalogazione dell'opera.


