Presale Photo Week
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Lot 1073 Domenico Riccardo Peretti Griva (1882 - 1962) - Sotto il Cervino, 1930s
cm 50 x 35 (cm 24 x 17,4 immagine)
Stampa al bromolio
Firmata e titolata a matita al margine bianco inferiore recto
BIBLIOGRAFIA
L. Danna (a cura di), Domenico Riccardo Peretti Griva fotografo, Associazione per la Fotografia Storica, Torino, 2004, p. 57
Domenico Riccardo Peretti Griva (Coassolo 1882 - Torino 1962) di professione magistrato di grande valore con una carriera conclusa come Presidente della Corte di Appello, ha seguito con passione la fotografia facendo parte della cosiddetta “Scuola Piemontese di Fotografia Artistica” insieme ad Achille Bologna, Stefano Bricarelli, Carlo Baravalle, Italo Bertoglio. Il suo orizzonte culturale era quello del pittorialismo al cui interno ha conquistato un ruolo di primo piano. La conoscenza della tecnica di stampa e in particolare quella del bromolio-trasferto, che implicava notevole manualità e disponibilità alla sperimentazione, caratterizzano le sue fotografie. Tutto questo lo ha portato a una intensa attività espositiva e a una notevole presenza nelle pubblicazioni dell’epoca come il prestigioso annuario “Luci e ombre”.
Piuttosto classica la fotografia realizzata in quell’ambiente montano che era particolarmente congeniale a Peretti Griva. In questo caso si nota un processo di sfaldamento dell’immagine in un paesaggio quasi arcadico caratterizzato da un’atmosfera serena come certificato dal primo piano dell’animale che guarda in macchina mentre sullo sfondo domina austero circondato di nuvole il Cervino in tutta la sua imponenza. Su Venezia, come molti, il fotografo piemontese si misurava alla ricerca di immagini che non fossero prevedibili o, peggio, retoriche. C’è da dire che negli anni Trenta la città non era ancora al centro delle immagini (per dire, prima di “Venise à fleur d’eau” di Fulvio Roiter nel 1954 non c’erano libri fotografici sulla città) ma sta di fatto che questa composizione verticale dove le gondole si stagliano sullo sfondo della Chiesa della Salute ha una pregevole compostezza.
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Lot 1074 Francesco Radino (1947 - 2022) - Senza titolo, 1989
cm 42 x 59,5 (cm 37,8 x 54,8 immagine)
Stampa a getto d'inchiostro
Edizione 5 di 10
Datata, numerata e firmata a penna nera con timbro del fotografo al verso e timbro a secco del fotografo al margine bianco inferiore recto
Francesco Radino (Bagno a Ripoli 1947 – Milano 2022) nasce da genitori entrambi pittori. Dopo studi di Sociologia, nel 1970 diventa fotografo professionista e sceglie di operare in vari ambiti, dalla fotografia industriale al design, dall’architettura al paesaggio. Dagli anni Ottanta partecipa a numerosi progetti pubblici di ricerca sul territorio da Archivio dello Spazio ad Atlante Italiano e partecipa, intrecciando lavoro professionale e ricerca personale, agli sviluppi della fotografia di ricerca sul paesaggio contemporaneo. Negli anni ha elaborato un modo libero di esplorare la realtà che oggi va oltre il genere del paesaggio, aprendosi a ogni aspetto del mondo, dalla natura ai territori urbanizzati, dalla figura umana agli oggetti, dagli animali ai manufatti della storia dell’uomo. Ha esposto il suo lavoro in gallerie e musei italiani, europei, giapponesi e statunitensi, pubblicato numerosi volumi. Le sue opere fanno parte di collezioni pubbliche e private internazionali.
Francesco Radino utilizza nella stessa misura il bianco e nero come il colore mantenendo in entrambi i casi i toni di quella delicatezza che ben interpreta il suo stile garbato e sempre attraversato da una vena di ironia. Queste due opere ben rappresentano il suo modo di osservare la realtà: non è un caso se un suo libro monografico è ben intitolato Modus videndi. Una spiaggia, un braccio che si allarga e, nonostante occupi solo una piccola porzione di spazio, consenta su di sé tutta l’attenzione. Con pochi, e in apparenza poco significativi particolari, Radino sa costruire una fotografia carica di molte suggestioni. Per riprendere piazza Duomo, sceglie una composizione insolita che sfugge al prevedibile: decide di non mettere al centro la cattedrale segnandone la presenza con un richiamo che occupa la parte sinistra dell’immagine e concentra poi l’attenzione sullo spiazzo che si affaccia su Palazzo Reale, osservato leggermente dall’alto per sottolinearne l’ampiezza.
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Lot 1075 Francesco Radino (1947 - 2022) - Senza titolo (Milano), 2014
cm 42 x 59,4 (cm 36,6 x 55 immagine)
Stampa a getto d'inchiostro
Firmata e datata a penna nera con timbro del fotografo al verso
Francesco Radino (Bagno a Ripoli 1947 – Milano 2022) nasce da genitori entrambi pittori. Dopo studi di Sociologia, nel 1970 diventa fotografo professionista e sceglie di operare in vari ambiti, dalla fotografia industriale al design, dall’architettura al paesaggio. Dagli anni Ottanta partecipa a numerosi progetti pubblici di ricerca sul territorio da Archivio dello Spazio ad Atlante Italiano e partecipa, intrecciando lavoro professionale e ricerca personale, agli sviluppi della fotografia di ricerca sul paesaggio contemporaneo. Negli anni ha elaborato un modo libero di esplorare la realtà che oggi va oltre il genere del paesaggio, aprendosi a ogni aspetto del mondo, dalla natura ai territori urbanizzati, dalla figura umana agli oggetti, dagli animali ai manufatti della storia dell’uomo. Ha esposto il suo lavoro in gallerie e musei italiani, europei, giapponesi e statunitensi, pubblicato numerosi volumi. Le sue opere fanno parte di collezioni pubbliche e private internazionali.
Francesco Radino utilizza nella stessa misura il bianco e nero come il colore mantenendo in entrambi i casi i toni di quella delicatezza che ben interpreta il suo stile garbato e sempre attraversato da una vena di ironia. Queste due opere ben rappresentano il suo modo di osservare la realtà: non è un caso se un suo libro monografico è ben intitolato Modus videndi. Una spiaggia, un braccio che si allarga e, nonostante occupi solo una piccola porzione di spazio, consenta su di sé tutta l’attenzione. Con pochi, e in apparenza poco significativi particolari, Radino sa costruire una fotografia carica di molte suggestioni. Per riprendere piazza Duomo, sceglie una composizione insolita che sfugge al prevedibile: decide di non mettere al centro la cattedrale segnandone la presenza con un richiamo che occupa la parte sinistra dell’immagine e concentra poi l’attenzione sullo spiazzo che si affaccia su Palazzo Reale, osservato leggermente dall’alto per sottolinearne l’ampiezza.
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Lot 1076 Fulvio Roiter (1926 - 2016) - Senza titolo (Nudo), 1950
cm 60,5 x 50,2 (cm 51,8 x 34,7 immagine)
Stampa alla gelatina ai sali d’argento
Firmata e datata a matita con timbro del fotografo al verso
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Lot 1077 Fulvio Roiter (1926 - 2016) - Fulvio Roiter - Electa Editrice Portfolios, 1973/1976
cm 40 x 30 (cm 30 x 20 circa immagine) ciascuna
12 héliogravure stampate 1980, in cartelletta originale
Edizione 299 di 1000
Edizione originale in portfolio originale rigido nero, in cofanetto rigido bianco e foglio piegato con la biografia di Roiter e riproduzione delle 12 immagini. Ogni fotografia è protetta da un foglio di carta velina
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Lot 1078 Ferdinando Scianna (1943) - Moisseiev, Tarantella siciliana, 1966
cm 29,6 x 22 (cm 29,6 x 11,4 immagine)
Stampa vintage alla gelatina ai sali d'argento
Timbro del fotografo al verso
Ferdinando Scianna (Bagheria, Palermo 1943) si è sempre fatto guidare un po’ dal caso, come quando nel 1963 Leonardo Sciascia ha visitato e apprezzato la sua prima mostra, e molto dalla determinazione, che lo ha spinto a presentarsi allo scrittore che sarebbe diventato suo grande amico e di lì a poco estensore del testo per “Feste religiose in Sicilia”, primo dei molti e amati libri che avrebbe pubblicato. Diventato professionista, per L’Europeo è corrispondente a Parigi dove conosce Cartier-Bresson che lo introduce alla Magnum, di cui nel 1989 diviene membro. Operando sempre in bianco e nero accosta a magnifici reportage e apprezzati ritratti di grandi intellettuali la collaborazione con Dolce e Gabbana: si afferma così anche nel mondo della moda pubblicando su Vogue e Grazia.
Difficile circoscrivere Ferdinando Scianna in una sola definizione anche se quella di fotoreporter è la più comunemente usata. Lo conferma la ripresa della tarantella siciliana realizzata in verticale per sottolineare il movimento delle danzatrici che si dirigono ognuna verso una diversa direzione, ma la fotografia scattata a Mario Soldati ci ricorda che ogni buon reporter deve essere capace di misurarsi con la tecnica del ritratto. In realtà Ferdinando Scianna la usa per dar vita alla sua curiosità delle persone che conosce e stima: nel suo archivio ci sono tantissime fotografie di questo genere dove sempre i soggetti guardano in macchina come a ribadire il forte rapporto stabilito con il fotografo e amico.
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Lot 1079 Ferdinando Scianna (1943) - Mario Soldati, 1990s
cm 41,2 x 30,7 (cm 36,3 x 24 immagine)
Stampa vintage alla gelatina ai sali d'argento
Opera accompagnata da Certificato di expertise rilasciato da Carla Pozzi
Ferdinando Scianna (Bagheria, Palermo 1943) si è sempre fatto guidare un po’ dal caso, come quando nel 1963 Leonardo Sciascia ha visitato e apprezzato la sua prima mostra, e molto dalla determinazione, che lo ha spinto a presentarsi allo scrittore che sarebbe diventato suo grande amico e di lì a poco estensore del testo per “Feste religiose in Sicilia”, primo dei molti e amati libri che avrebbe pubblicato. Diventato professionista, per L’Europeo è corrispondente a Parigi dove conosce Cartier-Bresson che lo introduce alla Magnum, di cui nel 1989 diviene membro. Operando sempre in bianco e nero accosta a magnifici reportage e apprezzati ritratti di grandi intellettuali la collaborazione con Dolce e Gabbana: si afferma così anche nel mondo della moda pubblicando su Vogue e Grazia.
Difficile circoscrivere Ferdinando Scianna in una sola definizione anche se quella di fotoreporter è la più comunemente usata. Lo conferma la ripresa della tarantella siciliana realizzata in verticale per sottolineare il movimento delle danzatrici che si dirigono ognuna verso una diversa direzione, ma la fotografia scattata a Mario Soldati ci ricorda che ogni buon reporter deve essere capace di misurarsi con la tecnica del ritratto. In realtà Ferdinando Scianna la usa per dar vita alla sua curiosità delle persone che conosce e stima: nel suo archivio ci sono tantissime fotografie di questo genere dove sempre i soggetti guardano in macchina come a ribadire il forte rapporto stabilito con il fotografo e amico.
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Lot 1080 Tazio Secchiaroli (1925 - 1998) - Federico Fellini e Marcello Mastroianni sul set di "8½", 1962
cm 34,3 x 46,5 (cm 29,8 x 42 immagine)
Stampa alla gelatina ai sali d'argento
Timbro @TAZIO SECCHIAROLI/DAVID SECCHIAROLI al verso
Tazio Secchiaroli (Roma 1925-1998) inizia la carriera appena ventenne come fotografo di strada, ma l’amico Sergio Strizzi lo introduce alle agenzie: da Adolfo Porry Pastorel impara così bene i segreti del mestiere da pubblicare su “Epoca”, “L’Espresso”, “Le Ore”. Prosegue alla Roma Press Photo, l’agenzia da lui fondata nel 1955, il suo lavoro di reporter capace di grandi scoop ed è documentando la vita notturna romana resa vivace dai protagonisti del mondo del cinema che incontra Federico Fellini. La sintonia che si crea – fu lui a suggerire al regista il nome di Paparazzo per uno dei protagonisti de “La Dolce Vita” – porta Secchiaroli a lavorare come fotografo di scena di grande successo e a diventare fotografo ufficiale di Sophia Loren.
Doveva essere uno spettacolo nello spettacolo quel set di 8½ dove si provava la scena in cui Marcello Mastroianni doveva impugnare e usare una frusta. Per spiegare ai suoi attori e perfino alle sue attrici come dovevano muoversi, Federico Fellini aveva spesso l’abitudine di indossane i panni e mimarne i gesti: sotto l’occhio vigile e l’obiettivo rapace di Tazio Secchiaroli, il regista si esibisce in un audace passo a due con l’attore che considerava alla stregua del suo alter ego che indossa gli abiti di scena mentre il regista è in una impeccabile camicia bianca con tanto di cravatta. Secchiaroli, è noto, era diventato il fotografo ufficiale di Sophia Loren e per capirlo basterebbe questo gran ritratto della diva di cui coglie la bellezza sempre in equilibrio fra il popolano e l’altero.
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Lot 1081 Tazio Secchiaroli (1925 - 1998) - Sophia Loren, 1966
cm 49,7 x 39,7 (cm 44,5 x 29,5 immagine)
Stampa alla gelatina ai sali d'argento
Timbro @TAZIO SECCHIAROLI/DAVID SECCHIAROLI al verso
Tazio Secchiaroli (Roma 1925-1998) inizia la carriera appena ventenne come fotografo di strada, ma l’amico Sergio Strizzi lo introduce alle agenzie: da Adolfo Porry Pastorel impara così bene i segreti del mestiere da pubblicare su “Epoca”, “L’Espresso”, “Le Ore”. Prosegue alla Roma Press Photo, l’agenzia da lui fondata nel 1955, il suo lavoro di reporter capace di grandi scoop ed è documentando la vita notturna romana resa vivace dai protagonisti del mondo del cinema che incontra Federico Fellini. La sintonia che si crea – fu lui a suggerire al regista il nome di Paparazzo per uno dei protagonisti de “La Dolce Vita” – porta Secchiaroli a lavorare come fotografo di scena di grande successo e a diventare fotografo ufficiale di Sophia Loren.
Doveva essere uno spettacolo nello spettacolo quel set di 8½ dove si provava la scena in cui Marcello Mastroianni doveva impugnare e usare una frusta. Per spiegare ai suoi attori e perfino alle sue attrici come dovevano muoversi, Federico Fellini aveva spesso l’abitudine di indossane i panni e mimarne i gesti: sotto l’occhio vigile e l’obiettivo rapace di Tazio Secchiaroli, il regista si esibisce in un audace passo a due con l’attore che considerava alla stregua del suo alter ego che indossa gli abiti di scena mentre il regista è in una impeccabile camicia bianca con tanto di cravatta. Secchiaroli, è noto, era diventato il fotografo ufficiale di Sophia Loren e per capirlo basterebbe questo gran ritratto della diva di cui coglie la bellezza sempre in equilibrio fra il popolano e l’altero.
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Lot 1082 Vittorio Sella (1859 - 1943) - Cervino Rothern, 1887
cm 30 x 39,7 (cm 28,2 x 37,6 immagine)
Stampa alla gelatina ai sali d'argento
Timbro a secco del fotografo sull'immagine
Vittorio Sella (Biella 1859 - 1943) dal padre, imprenditore tessile ma anche autore del trattato “Il plico fotografico”, eredita la passione per la fotografia che coniuga con quella della montagna acquisita dallo zio Quirino fondatore del CAI. Provetto alpinista, con il suo banco ottico 30x36 documenta i viaggi che fra il 1889 e il 1909 lo vedono nel Caucaso, in Alaska, sul Ruwenzori, nel Karakorum e sulle Alpi riprese in entrambi i versanti. Utilizza negli anni varie tecniche, dalle lastre al collodio di diverse dimensioni a quelle al bromuro, ma è anche inventore di elaborati sistemi di trasporto come zaini imbottiti per trasportare in vetta macchine, lastre di vetro, prodotti chimici. Grande è il successo ottenuto anche in importanti mostre internazionali e si deve a lui se questo genere fotografico si chiama foto alpinismo anche quando è realizzato lontano dalle Alpi. Come imprenditore dirige il lanificio di famiglia e partecipa alla creazione dell’azienda vinicola Sella & Mosca.
È difficile oggi immaginare quali erano le difficoltà che doveva affrontare un fotografo che alla fine dell’800 doveva riprendere le montagne per sottolineare la loro maestosità. Si poteva certo farlo con le piccole portatili fotocamere (lo stesso Sella si portava appresso ma solo per le istantanee una Kodak 9x12) ma per ottenere risultati di straordinaria qualità come quelli qui proposti bisognava ricorrere agli ingombranti e macchinosi banchi ottici perché dai grandi negativi si ricavavano a contatto stampe ricche di dettagli stupefacenti. Per farlo bisognava anche possedere un certo estro nell’inventarsi sistemi di protezione dal vento che faceva muovere il treppiede della fotocamera e la capacità propria degli alpinisti, di conquistare i giusti punti di osservazione: è questo il caso dell’accurata ripresa del Cervino e, tre anni dopo, del Gran Paradiso. Sorprendenti i dettagli e quel senso di profondità che permette a chi osserva la scena di sentirsi pienamente coinvolto. -
Lot 1083 Vittorio Sella (1859 - 1943) - Il Gran Paradiso dal Col Baretti, 1894
cm 29,9 x 39,8 (cm 28,3 x 38,2 immagine)
Stampa alla gelatina ai sali d'argento
Timbro a secco del fotografo sull'immagine
Vittorio Sella (Biella 1859 - 1943) dal padre, imprenditore tessile ma anche autore del trattato “Il plico fotografico”, eredita la passione per la fotografia che coniuga con quella della montagna acquisita dallo zio Quirino fondatore del CAI. Provetto alpinista, con il suo banco ottico 30x36 documenta i viaggi che fra il 1889 e il 1909 lo vedono nel Caucaso, in Alaska, sul Ruwenzori, nel Karakorum e sulle Alpi riprese in entrambi i versanti. Utilizza negli anni varie tecniche, dalle lastre al collodio di diverse dimensioni a quelle al bromuro, ma è anche inventore di elaborati sistemi di trasporto come zaini imbottiti per trasportare in vetta macchine, lastre di vetro, prodotti chimici. Grande è il successo ottenuto anche in importanti mostre internazionali e si deve a lui se questo genere fotografico si chiama foto alpinismo anche quando è realizzato lontano dalle Alpi. Come imprenditore dirige il lanificio di famiglia e partecipa alla creazione dell’azienda vinicola Sella & Mosca.
È difficile oggi immaginare quali erano le difficoltà che doveva affrontare un fotografo che alla fine dell’800 doveva riprendere le montagne per sottolineare la loro maestosità. Si poteva certo farlo con le piccole portatili fotocamere (lo stesso Sella si portava appresso ma solo per le istantanee una Kodak 9x12) ma per ottenere risultati di straordinaria qualità come quelli qui proposti bisognava ricorrere agli ingombranti e macchinosi banchi ottici perché dai grandi negativi si ricavavano a contatto stampe ricche di dettagli stupefacenti. Per farlo bisognava anche possedere un certo estro nell’inventarsi sistemi di protezione dal vento che faceva muovere il treppiede della fotocamera e la capacità propria degli alpinisti, di conquistare i giusti punti di osservazione: è questo il caso dell’accurata ripresa del Cervino e, tre anni dopo, del Gran Paradiso. Sorprendenti i dettagli e quel senso di profondità che permette a chi osserva la scena di sentirsi pienamente coinvolto. -
Lot 1084 Enzo Sellerio (1924 - 2012) - Racalmuto, Agrigento, 1966
cm 61 x 41,4
Stampa alla gelatina ai sali d'argento, stampata anni 1970/1980
Firmata a pennarello nero con timbro del fotografo al verso
BIBLIOGRAFIA
Leonardo Sciascia (a cura di), 16 fotografie siciliane dall'archivio di Enzo Sellerio, Tipografia Torinese Editrice, 1969
Enzo Sellerio (Palermo 1924 - 2012), nato in una famiglia di intellettuali, si laurea in Giurisprudenza e abbandona la carriera universitaria per abbracciare nei primi anni ’50 quella di fotografo pubblicando sui periodici “Sicilia”, “Cinema Nuovo” e “Il Mondo” con immagini di gusto neorealista grazie alle quali realizza le prime mostre personali. I reportage sulla rivista svizzera “du” gli consentono, nella prima metà degli anni ’60, di lavorare da free lance fra Parigi e New York per Vogue ritraendo importanti personaggi della cultura. Un nuovo e diverso interesse per l’editoria lo induce a mettere da parte la fotografia e fondare, con la moglie Elvira, la Sellerio Edizioni che pubblica sia libri d’arte che di narrativa.
Chi non si intende di fotografia resta sempre un po’ stupito nello scoprire che Enzo Sellerio non è stato solo un grande editore ma anche un eccellente fotografo che si inserisce nel novero di quegli autori che nel dopoguerra hanno dato vita a una vera e propria scuola fotografica pensata non tanto e non solo come ricerca personale, ma soprattutto per essere pubblicata sui rotocalchi che in Italia in quegli anni hanno rappresentato una grande palestra e perfino uno strumento di educazione e di lotta culturale che si muoveva parallelamente al cinema. Un tono narrativo cinematografico hanno in effetti queste due riprese scattate in un espressivo bianco e nero. Povertà e ricchezza, quotidianità ed eccezionalità, atteggiamento schivo e sfrontatezza esibita si confrontano in queste due immagini che sembrano dialogare fra di loro.
Questo lotto è soggetto a diritto di seguito -
Lot 1085 Enzo Sellerio (1924 - 2012) - Senza titolo (Sicilia), 1960s/1970s
cm 61 x 50,6
Stampa alla gelatina ai sali d'argento, stampata anni 1970/1980
Firmata a pennarello nero con timbro del fotografo al verso
Enzo Sellerio (Palermo 1924 - 2012), nato in una famiglia di intellettuali, si laurea in Giurisprudenza e abbandona la carriera universitaria per abbracciare nei primi anni ’50 quella di fotografo pubblicando sui periodici “Sicilia”, “Cinema Nuovo” e “Il Mondo” con immagini di gusto neorealista grazie alle quali realizza le prime mostre personali. I reportage sulla rivista svizzera “du” gli consentono, nella prima metà degli anni ’60, di lavorare da free lance fra Parigi e New York per Vogue ritraendo importanti personaggi della cultura. Un nuovo e diverso interesse per l’editoria lo induce a mettere da parte la fotografia e fondare, con la moglie Elvira, la Sellerio Edizioni che pubblica sia libri d’arte che di narrativa.
Chi non si intende di fotografia resta sempre un po’ stupito nello scoprire che Enzo Sellerio non è stato solo un grande editore ma anche un eccellente fotografo che si inserisce nel novero di quegli autori che nel dopoguerra hanno dato vita a una vera e propria scuola fotografica pensata non tanto e non solo come ricerca personale, ma soprattutto per essere pubblicata sui rotocalchi che in Italia in quegli anni hanno rappresentato una grande palestra e perfino uno strumento di educazione e di lotta culturale che si muoveva parallelamente al cinema. Un tono narrativo cinematografico hanno in effetti queste due riprese scattate in un espressivo bianco e nero. Povertà e ricchezza, quotidianità ed eccezionalità, atteggiamento schivo e sfrontatezza esibita si confrontano in queste due immagini che sembrano dialogare fra di loro.
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Lot 1086 Pino Settanni (1949 - 2010) - Senza titolo (Napoli), 1983
cm 50 x 33,5
Una stampa cromogenica vintage e una stampa vintage alla gelatina ai sali d'argento colorata a mano applicate recto/verso a cartoncino originale
Opera unica
Firmata e datata a penna nera al cartoncino recto e firmata a penna nera al cartoncino verso
Pino Settanni (Grottaglie TA 1949-Roma 2010) lascia il lavoro all’Italsider di Taranto per seguire la sua passione per la fotografia a Roma. Lì collabora con diverse testate e frequenta il mondo dell’avanguardia che gravita attorno ad alcune gallerie come quella di Monique Gregory, sua futura moglie. Amplia così la sua visione creando progetti seriali come i ritratti di personalità della cultura e dell’arte e le interpretazioni dei Tarocchi, dei segni zodiacali, dei sette vizi capitali. Riprende i suoi reportage nei Balcani e in Afghanistan commissionatigli dall’ Esercito italiano alla fine degli anni ’90 per creare immagini elaborate digitalmente. Il suo archivio è custodito dall’Istituto Luce.
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Ben capace come nei suoi reportage di rappresentare il mondo per come appare, Pino Settanni era stato troppo influenzato dalla conoscenza delle opere d’avanguardia per non crearsi un personale spazio creativo all’interno del quale sublimare la realtà. Talvolta lavora in un modo che potremmo definire più tradizionale come nel caso della bella ripresa napoletana dove il basso lungo e stretto diventa un vero e proprio mondo fatto di passi, di voci, di veicoli che avanzano rumorosi. Molto interessante il dittico sempre ripreso a Napoli perché mostra il metodo di lavoro di Settanni che dello stesso soggetto ci propone la classica immagine a colori accanto a quella in bianco e nero su cui, come avesse avuto nostalgia dei cromatismi, interviene con piccole ma significative pennellate di colore.
Questo lotto è soggetto a diritto di seguito -
Lot 1087 Pino Settanni (1949 - 2010) - Napoli: Bassi della Duchessa, 1975
cm 30,4 x 20,2
Stampa vintage alla gelatina ai sali d'argento su carta politenata
Edizione 1 di 3
Firmata, titolata, numerata e datata a matita con timbri del fotografo al verso
Pino Settanni (Grottaglie TA 1949-Roma 2010) lascia il lavoro all’Italsider di Taranto per seguire la sua passione per la fotografia a Roma. Lì collabora con diverse testate e frequenta il mondo dell’avanguardia che gravita attorno ad alcune gallerie come quella di Monique Gregory, sua futura moglie. Amplia così la sua visione creando progetti seriali come i ritratti di personalità della cultura e dell’arte e le interpretazioni dei Tarocchi, dei segni zodiacali, dei sette vizi capitali. Riprende i suoi reportage nei Balcani e in Afghanistan commissionatigli dall’ Esercito italiano alla fine degli anni ’90 per creare immagini elaborate digitalmente. Il suo archivio è custodito dall’Istituto Luce.
Ben capace come nei suoi reportage di rappresentare il mondo per come appare, Pino Settanni era stato troppo influenzato dalla conoscenza delle opere d’avanguardia per non crearsi un personale spazio creativo all’interno del quale sublimare la realtà. Talvolta lavora in un modo che potremmo definire più tradizionale come nel caso della bella ripresa napoletana dove il basso lungo e stretto diventa un vero e proprio mondo fatto di passi, di voci, di veicoli che avanzano rumorosi. Molto interessante il dittico sempre ripreso a Napoli perché mostra il metodo di lavoro di Settanni che dello stesso soggetto ci propone la classica immagine a colori accanto a quella in bianco e nero su cui, come avesse avuto nostalgia dei cromatismi, interviene con piccole ma significative pennellate di colore.
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Lot 1088 Giorgio Sommer (1834 - 1914) - Pompei. Strada di Sallustio; Panteon, 1860s/1890s
cm 19,8 x 25 circa ciascuna
Due stampe all'albumina
Titolo e credito del fotografo da negativo al margine bianco inferiore recto di ciascuna stampa -
Lot 1089 Giorgio Sommer (1834 - 1914) - Napoli ; Capri da Massa, 1870s/1890
cm 19,8 x 25,5 circa ciascuna
Due stampe all'albumina
Titolo e credito del fotografo da negativo al margine bianco inferiore recto di ciascuna stampa -
Lot 1090 Bruno Stefani (1901 - 1976) - Al mercato a Venezia, 1920s
cm 29,4 x 39,4
Stampa vintage alla gelatina ai sali d'argento
Timbro del fotografo ed etichetta espositiva al verso
ESPOSIZIONI
Quarto "Salon" Internazionale di Fotografia Artistica fra Dilettanti, Torino, 1933
Questo lotto è soggetto a diritto di seguito -
Lot 1091 Bruno Stefani (1901 - 1976) - Nevicata nel parco del Castello, Milano, 1940s
cm 29,1 x 38,5
Stampa vintage alla gelatina ai sali d'argento
Timbro del fotografo al verso
Questo lotto è soggetto a diritto di seguito -
Lot 1092 Franco Vaccari (1936 - 2025) - 800 km di esposizione, 1972
cm 70 x 100 circa
20 stampe cromogeniche vintage applicate a cartoncino originale
Edizione 21 di 60
Titolata, datata e firmata a penna nera e numerata a matita al verso
Opera in cornice
Questo lotto è soggetto a diritto di seguito -
Lot 1093 Federico Vender (1901 - 1998) - Senza titolo, 1949
cm 10,2 x 14,4 (cm 10,2 x 7,1 immagine)
Stampa vintage alla gelatina ai sali d'argento su cartolina postale
Datata e firmata con AUGURI a penna nera al margine bianco recto con Fotografia di proprietà di Ferruccio Ferroni Senigallia a penna nera al verso
Federico Vender (Schio, Vicenza 1901 – Arco, Trento 1999) entra negli anni ’30 nel Circolo Fotografico Milanese di cui è direttore fino al dopoguerra ottenendo successi e riconoscimenti a Parigi e New York. Nei suoi viaggi con la Plaubel Makina 6x9 in Italia e all’estero elabora un proprio stile asciutto, solare, sempre di altissima qualità formale. Nel 1947 è fra i firmatari del Manifesto del Gruppo La Bussola pur essendo contemporaneamente influenzato dalle suggestioni del neorealismo. Si occupa di moda per Ferrania per essere poi assunto dagli editori Rizzoli e Delduca come fotografo di fotoromanzi.
I punti di riferimento culturali di Vender sono numerosi e vanno dalla fotografia tedesca degli anni ’20 al Pittorialismo con un occhio rivolto, anche se in modo non dogmatico, a quell’idea ispirata all’estetica crociana dell’accurata stampa in high key, dominata cioè dai toni chiari. Sono esattamente questi a caratterizzare le due piccole stampe realizzate come auguri di buon anno (nel mondo anglosassone il termine in uso è Christmas card) per l’anno 1951. Qui i soggetti sono una casa la cui facciata diviene lo spazio che il fotografo utilizza per mettere in sintonia la finestra in alto e la staccionata in basso e il profilo di una chiesa che si staglia sullo sfondo, sovrastato dall’ampio spazio del cielo. In questo secondo caso siamo di fronte a un vero esercizio di stile in una stampa che gioca su tutte le sfumature del bianco attraversato dalle delicate increspature delle nuvole nel cielo e dai pochi punti neri che indicano la porta, due finestre e la campana della chiesa.
Questo lotto è soggetto a diritto di seguito -
Lot 1094 Federico Vender (1901 - 1998) - Senza titolo, 1950
cm 14 x 10 (cm 14 x 6 immagine)
Stampa vintage alla gelatina ai sali d'argento
Datata e firmata con AUGURI a penna nera al margine bianco recto con Fotografia di proprietà di Ferruccio Ferroni Senigallia a penna nera al verso
Federico Vender (Schio, Vicenza 1901 – Arco, Trento 1999) entra negli anni ’30 nel Circolo Fotografico Milanese di cui è direttore fino al dopoguerra ottenendo successi e riconoscimenti a Parigi e New York. Nei suoi viaggi con la Plaubel Makina 6x9 in Italia e all’estero elabora un proprio stile asciutto, solare, sempre di altissima qualità formale. Nel 1947 è fra i firmatari del Manifesto del Gruppo La Bussola pur essendo contemporaneamente influenzato dalle suggestioni del neorealismo. Si occupa di moda per Ferrania per essere poi assunto dagli editori Rizzoli e Delduca come fotografo di fotoromanzi.
I punti di riferimento culturali di Vender sono numerosi e vanno dalla fotografia tedesca degli anni ’20 al Pittorialismo con un occhio rivolto, anche se in modo non dogmatico, a quell’idea ispirata all’estetica crociana dell’accurata stampa in high key, dominata cioè dai toni chiari. Sono esattamente questi a caratterizzare le due piccole stampe realizzate come auguri di buon anno (nel mondo anglosassone il termine in uso è Christmas card) per l’anno 1951. Qui i soggetti sono una casa la cui facciata diviene lo spazio che il fotografo utilizza per mettere in sintonia la finestra in alto e la staccionata in basso e il profilo di una chiesa che si staglia sullo sfondo, sovrastato dall’ampio spazio del cielo. In questo secondo caso siamo di fronte a un vero esercizio di stile in una stampa che gioca su tutte le sfumature del bianco attraversato dalle delicate increspature delle nuvole nel cielo e dai pochi punti neri che indicano la porta, due finestre e la campana della chiesa.
Questo lotto è soggetto a diritto di seguito -
Lot 1095 Paolo Ventura (1968) - Morte di un anarchico, 2015
cm 57,4 x 38,5
Tempera e collage su stampa a getto d'inchiostro
Opera unica
Datata e titolata a matita blu con timbro del fotografo sull'immagine e firmata e datata con fatto a Svellino a matita al verso
Paolo Ventura (Milano 1968) figlio di un noto illustratore di libri per bambini dopo gli studi all’Accademia di Belle Arti di Brera lavora a lungo e con successo come fotografo di moda, ma quando si trasferisce a Brooklyn scopre una nuova e originale vocazione che valorizza la sua manualità. Costruisce, per poi fotografarli, dei diorami dove rievoca atmosfere creando costumi, scene, oggetti, particolari con meticolosa precisione filologica. Passa da situazioni storiche (gli anni Quaranta) a soggetti di fantasia dove compaiono personaggi circensi e burattini o ambienti immaginifici dove sono lui stesso e i suoi familiari a comparire. Alla pittura e al collage accosta quindi un uso magistrale del digitale.
Situate in quello spazio intermedio che sta fra la fotografia e l'arte pittorica, queste opere creano atmosfere rarefatte che alludono sempre a qualcosa di importante e tuttavia misterioso. Se Morte di un anarchico gioca con l’estetica dell’illustrazione (c’è un richiamo al realismo magico degli ex voto, più complessa è la storia di Behind the Walls perché nasce da una storia di pura fantasia, quella di una città cinta da mura che impediscono sia di uscire che di entrare, una sorta di prigione dai forti e affascinanti richiami metafisici.
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Lot 1096 Paolo Ventura (1968) - Behind the walls #7, 2013
cm 42,1 x 59,4 (cm 39,4 x 48,1 immagine) ciascuna
Due stampe a getto d'inchiostro
Ciascuna titolata, siglata P.V. e datata a matita blu con timbro del fotografo al verso
Paolo Ventura (Milano 1968) figlio di un noto illustratore di libri per bambini dopo gli studi all’Accademia di Belle Arti di Brera lavora a lungo e con successo come fotografo di moda, ma quando si trasferisce a Brooklyn scopre una nuova e originale vocazione che valorizza la sua manualità. Costruisce, per poi fotografarli, dei diorami dove rievoca atmosfere creando costumi, scene, oggetti, particolari con meticolosa precisione filologica. Passa da situazioni storiche (gli anni Quaranta) a soggetti di fantasia dove compaiono personaggi circensi e burattini o ambienti immaginifici dove sono lui stesso e i suoi familiari a comparire. Alla pittura e al collage accosta quindi un uso magistrale del digitale.
Situate in quello spazio intermedio che sta fra la fotografia e l'arte pittorica, queste opere creano atmosfere rarefatte che alludono sempre a qualcosa di importante e tuttavia misterioso. Se Morte di un anarchico gioca con l’estetica dell’illustrazione (c’è un richiamo al realismo magico degli ex voto, più complessa è la storia di Behind the Walls perché nasce da una storia di pura fantasia, quella di una città cinta da mura che impediscono sia di uscire che di entrare, una sorta di prigione dai forti e affascinanti richiami metafisici.
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