Picault Émile (Parigi 1833 - 1915)
Il pescatore
scultura in bronzo
firma: a tergo in basso
misure: cm 59 x 20 x 30
Picault Émile (Parigi 1833 - 1915)
Il pescatore
scultura in bronzo
firma: a tergo in basso
misure: cm 59 x 20 x 30
Gemito Vincenzo (Napoli 1852 - 1929)
Anna
scultura in bronzo
firma: di lato a sinistra
misure: cm 47 x 24 x 26
Tamagnini Torquato (Perugia 1886 - Roma 1965)
Busto di donna
scultura in bronzo
firma: di lato a destra
misure: cm 63 x 26 x 24
Capaldo Rubens (Parigi 1908 - Napoli 1987)
Nudo femminile
scultura in bronzo
firma: a tergo in basso
misure: cm 44 x 13 x 13
Capaldo Rubens (Parigi 1908 - Napoli 1987)
Nudo femminile
scultura in bronzo
firma: a tergo in basso
misure: cm 36 x 18 x 13
Augusto Rey
Alessandria d'Egitto 1837 - Livorno 1898
"L'ungo il fiume"
Olio su tavola cm 20x30,5 firmato in basso a dx A.Rey
- Augusto Rey nacque ad Alessandria d’Egitto nel 1837. Trasferitosi in giovane età a Livorno, studiò nello studio del pittore Betti. Successivamente si trasferì a Firenze, dove si iscrisse all’Accademia delle Belle Arti, frequentando anche gli studi di artisti come Lega e i Tommasi. Durante la sua formazione, entrò in contatto con i principali esponenti del movimento macchiaiolo, tra cui Silvestro Lega, Giovanni Fattori e Telemaco Signorini.Nel 1895, Augusto Rey costruì una villa a Crespina, chiamata "La Favorita", situata di fronte alla villa della donna che amava. La villa divenne un punto di ritrovo per gli artisti dell'epoca, che spesso vi soggiornavano. Rey era noto per la sua abilità nel dipingere paesaggi dal vero, unendosi così alla corrente macchiaiola. La sua produzione artistica è relativamente scarsa, e alcune sue opere sono state erroneamente attribuite ad altri artisti più noti.Una delle sue opere più significative, "La raccolta delle olive", è conservata nel Museo Civico Giovanni Fattori di Livorno. Questo dipinto, che rappresenta contadine al lavoro in un oliveto, è stato donato al museo nel 1899 per lascito testamentario dell'artista.Museo Civico Giovanni Fattori - LivornoAugusto Rey morì nel 1898.
Eugenio Cecconi
Livorno 1842 - Firenze 1903
"Bagno Romano"
Olio su tavola cm 18x31 firmato in basso a sx E.Cecconi
- Eugenio Cecconi (Livorno, 8 settembre 1842 – Firenze, 19 dicembre 1903) fu un pittore toscano legato all’area dei Macchiaioli, oggi ricordato soprattutto per le sue scene di caccia, per i paesaggi della Maremma e per una pittura capace di unire osservazione diretta, sensibilità luministica e una vivace immediatezza narrativa. La sua figura, tuttavia, non si esaurisce nel solo ambito pittorico: fu anche disegnatore, incisore, scrittore e uomo di cultura, animato da una personalità schiva ma brillante, che seppe trasformare la propria passione per la natura e per il mondo venatorio in una cifra artistica assolutamente personale.Nato in una famiglia livornese di solida formazione patriottica, visse in un ambiente attraversato dagli ideali risorgimentali, che contribuirono a formare il suo carattere e il suo sguardo. Dopo gli studi al Collegio Nazionale di Torino, fu indirizzato verso la carriera giuridica e si laureò in legge all’Università di Pisa. Parallelamente, però, coltivò con crescente intensità l’interesse per il disegno e la pittura, studiando paesaggio e frequentando poi Firenze, dove, pur avviato alla pratica legale, entrò in contatto con l’ambiente artistico e con gli insegnamenti accademici. La morte del padre e l’esperienza del volontariato nel 1866 segnarono un momento di svolta: abbandonata definitivamente la professione forense, Cecconi decise di consacrarsi interamente all’arte.La sua vera maturazione avvenne nel clima libero e sperimentale di Castiglioncello, crocevia fondamentale della cultura macchiaiola. Qui frequentò Diego Martelli e conobbe figure decisive della pittura toscana dell’Ottocento, tra cui Giovanni Fattori, Giovanni Boldini e Giuseppe Abbati. In questo contesto, lontano dalle rigidità dell’accademia, si consolidò la sua predilezione per lo studio dal vero, per il paesaggio osservato senza filtri e per una pittura che cogliesse la vita nella sua evidenza concreta. Pur orbitando nell’area dei Macchiaioli, Cecconi sviluppò una voce autonoma: se nei maestri del gruppo prevaleva spesso la costruzione sintetica della “macchia”, in lui si avverte un gusto più narrativo, più incline al racconto visivo e alla resa psicologica del mondo naturale.I soggetti che più lo resero celebre furono le scene di caccia, i cani, gli animali in movimento e i paesaggi della Maremma toscana. Non si trattava di semplici quadri di genere, ma di opere nelle quali la passione personale per la caccia diventava strumento di conoscenza del territorio, del comportamento animale e della luce. Cecconi possedeva una rara abilità nel rendere l’energia dei cani da ferma, la tensione dell’attesa, lo slancio improvviso verso la preda, il rapporto quasi simbiotico tra uomo, animale e ambiente. Questa attitudine, riconosciuta già dai contemporanei, lo rese uno dei più originali interpreti della pittura venatoria italiana dell’Ottocento. Accanto a tale filone, coltivò anche un’attenzione sincera per il mondo popolare livornese, come dimostra il celebre Cenciaiole livornesi del 1880, opera in cui la vita quotidiana della città viene osservata con realismo partecipe, senza retorica sociale ma con notevole finezza descrittiva.Importante fu anche il viaggio in Tunisia, compiuto negli anni Settanta, che introdusse nella sua produzione una parentesi di gusto orientalista. Le vedute urbane, i cortili, i mercati, le figure arabe e gli scorci di Tunisi gli offrirono l’occasione di approfondire lo studio della luce intensa, dei contrasti cromatici e di una tavolozza più vibrante. Questa esperienza non snaturò la sua poetica, ma ne ampliò il respiro, confermando la sua capacità di assorbire suggestioni nuove senza perdere il legame con il vero.Nel corso della carriera partecipò con regolarità alle principali esposizioni italiane, da Torino a Firenze, da Milano a Roma, consolidando una presenza costante nel panorama artistico nazionale. Visse e lavorò tra Livorno, la campagna pisana, Torre del Lago e soprattutto Firenze, mantenendo però sempre un rapporto profondo con la Maremma e con il paesaggio toscano. Negli anni maturi si dedicò sempre di più anche alla scrittura: compose prose, racconti, versi, articoli di critica d’arte e lasciò pagine ispirate in particolare al mondo maremmano. Fu inoltre un buon incisore, autore di acqueforti di notevole qualità, e si interessò perfino alla traduzione letteraria, segno di una cultura ampia e non confinata entro i limiti della sola pratica pittorica.Sul piano stilistico, Eugenio Cecconi occupa una posizione singolare nel secondo Ottocento italiano. Pur vicino alla sensibilità macchiaiola, non fu un semplice epigono del movimento. La sua pittura conserva il valore della visione immediata e della luce naturale, ma vi aggiunge un gusto narrativo, una capacità di osservazione minuta e una tenerezza quasi affettiva nei confronti degli animali e dei paesaggi. Nei suoi quadri la natura non è sfondo, ma presenza viva; non è scenario, ma teatro di una relazione autentica tra uomo, terra e istinto. Anche per questo la sua opera continua a esercitare un fascino particolare sul collezionismo e sulla critica, soprattutto quando si tratta dei dipinti venatori, oggi tra i più riconoscibili e apprezzati della sua produzione.Morì a Firenze nel 1903, dopo aver trascorso gli ultimi anni tra attività artistica e letteraria, lontano da ogni clamore mondano.
Giovanni Costa
Roma 1826 - Marina di Pisa 1903
"Viandanti"
Olio su tavola cm 21x31 firmato in basso a dx G.Costa
- Giovanni Costa, universalmente noto come Nino Costa, è una delle figure più affascinanti e originali della pittura italiana dell’Ottocento. Nato a Roma il 15 ottobre 1826 e morto a Marina di Pisa il 31 gennaio 1903, fu non soltanto un pittore di altissimo livello, ma anche un patriota risorgimentale, un intellettuale inquieto e un promotore instancabile di un’idea nuova di arte, fondata sul rapporto diretto con la natura, sulla sincerità dello sguardo e sul rifiuto delle convenzioni accademiche. La sua vicenda umana e artistica si colloca in un momento cruciale della cultura italiana, quando il paesaggio smette progressivamente di essere semplice sfondo e diventa luogo di meditazione, verità e sentimento.Formatosi a Roma in un ambiente ancora fortemente segnato dal classicismo e dalla tradizione accademica, Costa studiò dapprima sotto l’influenza di maestri come Vincenzo Camuccini, Francesco Coghetti e Francesco Podesti. Tuttavia, già nei primi anni, si avvertì in lui una profonda insofferenza verso la rigidità dell’insegnamento ufficiale. Più che le grandi composizioni storiche o mitologiche, lo attirava la realtà viva del paesaggio, la campagna romana, la luce che muta, la verità semplice delle figure immerse nella natura. Questa inclinazione lo rese presto un artista anomalo rispetto al gusto dominante, e proprio in tale scarto si trova la radice della sua grandezza.Alla vocazione pittorica si unì molto presto l’impegno politico. Costa partecipò con convinzione alle vicende del Risorgimento, arruolandosi volontario nella prima guerra d’indipendenza e prendendo parte anche alla stagione della Repubblica Romana del 1849. Il suo patriottismo non fu episodico né ornamentale: fu una componente strutturale del suo carattere, un riflesso della stessa esigenza morale che guidava la sua pittura. Dopo la caduta della Repubblica, come molti democratici e garibaldini, fu costretto a una vita irregolare, fatta di spostamenti, periodi lontani da Roma e relazioni intellettuali che si sarebbero rivelate decisive per la sua maturazione.Negli anni Cinquanta e Sessanta il suo linguaggio si consolidò attraverso soggiorni e contatti fondamentali. Il rapporto con la campagna romana, con Ariccia, con Anzio, con il litorale laziale e con i paesaggi toscani alimentò una pittura dal vero sempre più intensa e consapevole. Allo stesso tempo, Costa strinse legami con artisti e intellettuali stranieri, soprattutto inglesi, e fu vicino a figure come Frederic Leighton e John Ruskin. Ebbe inoltre rapporti con l’ambiente francese, e la sua sensibilità si arricchì grazie all’incontro con la lezione di Camille Corot e della scuola di Barbizon. Queste esperienze non lo trasformarono in un imitatore, ma gli offrirono strumenti per raffinare una poetica già personale: il paesaggio come visione morale, come armonia interiore, come verità colta nella sua essenza.Il suo soggiorno a Firenze e i contatti con i Macchiaioli furono altrettanto importanti. Costa non fu propriamente un macchiaiolo in senso stretto, ma fu certamente una figura vicina a quel clima di rinnovamento e, per certi versi, persino anticipatrice. Condivideva con loro l’esigenza di abbandonare la pittura di storia accademica e di tornare all’osservazione diretta del vero; tuttavia, il suo paesaggio conservò sempre una dimensione più lirica, più meditativa, meno costruita sul contrasto tonale puro e più tesa a una sintesi spirituale. Nelle sue opere il dato naturale non è mai soltanto percezione ottica: è memoria, silenzio, atmosfera, risonanza interiore.Questa posizione autonoma spiega il suo ruolo di promotore culturale. Costa fu un uomo di idee, un artista capace di creare intorno a sé una vera comunità di sensibilità. Fondò o animò importanti sodalizi come il Golden Club nel 1875, la Scuola Etrusca nel 1883 e soprattutto In Arte Libertas nel 1887, associazione destinata ad avere un peso rilevante nella vita artistica italiana di fine secolo. In queste iniziative si rifletteva la sua convinzione che l’arte dovesse tornare libera, sincera, fondata sulla natura ma anche nutrita di sentimento, poesia e coscienza morale. In questo senso Costa fu non solo un pittore, ma un vero maestro spirituale per molti artisti italiani e stranieri.La sua produzione è in larga parte dedicata al paesaggio, spesso popolato da figure umili, contadine, pastori, animali, donne colte in gesti quotidiani. Tra i suoi soggetti più celebri si ricordano le scene della campagna romana, le vedute di Anzio, i paesaggi toscani, le marine, i tramonti e le opere di tono più intimamente poetico, spesso accompagnate da titoli evocativi e quasi letterari. Dipinti come Donne che imbarcano legna a Porto d’Anzio, Donne sulla spiaggia d’Anzio o Il bacio del sole morente alla pineta odorosa mostrano bene la sua capacità di trasformare la scena reale in una visione sospesa, pervasa da un sentimento musicale della luce e del tempo. Accanto al paesaggio puro, esistono poi opere di gusto simbolico o idealizzante, come la celebre Ninfa, nelle quali affiora un dialogo con la sensibilità preraffaellita e con un immaginario più raffinato, quasi decadente.Dal punto di vista stilistico, Giovanni Costa occupa un posto singolare nella storia dell’arte italiana. Egli rappresenta un ponte tra la cultura romantica del paesaggio, il naturalismo riformatore di metà secolo, la sensibilità macchiaiola e certe aperture simboliste e internazionali del tardo Ottocento. La sua pittura non cerca l’effetto clamoroso né la teatralità: preferisce la misura, l’intonazione sottile, la poesia dei toni, la compostezza del ritmo. Anche quando dipinge figure, esse sembrano appartenere organicamente al respiro del paesaggio, come se natura e presenza umana partecipassero di una stessa armonia segreta. Per questo Costa è spesso considerato non solo un grande paesista, ma uno dei più alti interpreti italiani di un paesaggio “morale”, cioè capace di esprimere insieme realtà visibile e sentimento interiore.Negli ultimi decenni della sua vita, tornato stabilmente nell’Italia unita e attivo anche nella vita pubblica romana, continuò a dipingere, a esporre, a influenzare generazioni di artisti e a difendere con coerenza la propria idea di bellezza. La sua figura fu rispettata anche all’estero, soprattutto in Inghilterra, dove ebbe estimatori, amici e allievi. La sua fama internazionale, pur non sempre clamorosa, fu solida e colta, legata a un pubblico capace di cogliere la finezza spirituale della sua pittura. Morì a Marina di Pisa nel 1903, lasciando un’eredità che non coincide soltanto con le opere, ma con un modo di intendere l’arte come fedeltà al vero, libertà interiore e disciplina poetica.Oggi Giovanni Costa, o Nino Costa, appare come una figura capitale ma ancora troppo poco conosciuta dal grande pubblico. Se i Macchiaioli hanno conquistato una più ampia fortuna critica e collezionistica, Costa merita di essere considerato uno dei protagonisti più alti e sottili di quel vasto processo di rinnovamento che trasformò la pittura italiana dell’Ottocento.
Pasquale Ruggiero
San Marzano sul Sarno (Salerno) 1851 - Napoli 1915
"Fanciulle 1883"
Olio su tela cm 20x29 firmato in basso a dx P.Ruggiero ( difetti )
- Pasquale Ruggiero, talvolta indicato anche come Pasquale Ruggiero di San Marzano, è una figura interessante e relativamente appartata della pittura napoletana tra Otto e Novecento. Nato a San Marzano sul Sarno il 20 dicembre 1851 e morto a Napoli l’11 settembre 1915 (alcune fonti riportano il 1916, ma la data del 1915 ricorre con maggiore coerenza nelle schede biografiche italiane), appartenne a quella generazione di artisti meridionali che operarono all’ombra dei grandi nomi della scuola napoletana, costruendosi tuttavia una propria fisionomia nel campo della pittura di genere e della rappresentazione della vita quotidiana. La sua vicenda, meno celebre rispetto a quella di altri maestri campani, merita attenzione proprio perché testimonia la vitalità diffusa dell’ambiente artistico napoletano di fine Ottocento, fatto non solo di capiscuola, ma anche di pittori operosi, versatili e spesso molto apprezzati dal pubblico e dal collezionismo del tempo.Le notizie sulla sua formazione convergono nel delineare un avvio precoce e promettente. Fu incoraggiato da Giovan Battista Amendola, che ne riconobbe il talento e lo aiutò a entrare nell’Istituto di Belle Arti di Napoli, ambiente nel quale Ruggiero poté assimilare la disciplina del disegno e i fondamenti della tradizione accademica partenopea. Successivamente proseguì il proprio apprendistato nella scuola privata di Vincenzo Petrocelli, pittore noto per la sua inclinazione narrativa e per la capacità di animare scene di costume e d’interno: un passaggio importante, perché proprio in quella direzione sembra consolidarsi la sensibilità di Ruggiero, portato a privilegiare il racconto visivo, il gesto umano, l’episodio domestico e la piccola teatralità della vita popolare.Stabilitosi e attivo soprattutto a Napoli, Ruggiero si dedicò in prevalenza alla pittura di genere, ai soggetti campestri, alle scene di costume e a composizioni di gusto realistico, spesso attraversate da un tono narrativo immediato e da una vena affettuosa nei confronti del mondo popolare. Le opere note attraverso i cataloghi d’esposizione e il mercato antiquario mostrano un artista attratto dai momenti ordinari dell’esistenza: bambini, famiglie, pescatori, scene d’interno, piccoli riti civili e familiari, episodi di vita napoletana. In alcuni titoli emerge anche una componente aneddotica o moraleggiante, tipica di molta pittura ottocentesca destinata a un pubblico borghese, mentre in altri prevale la freschezza descrittiva e il gusto per il colore locale. È significativo che tra i soggetti a lui attribuiti compaiano anche scene come La Tarantella o immagini di sapore mediterraneo e orientaleggiante, segno di un repertorio piuttosto ampio e di una curiosità visiva che non si limitava al solo quotidiano domestico.La sua carriera espositiva appare tutt’altro che marginale. Partecipò a numerose rassegne in Italia e all’estero, segno di una presenza costante e di una certa reputazione nel circuito artistico del tempo. A Napoli, nel 1877, espose L’ascensione del pallone e Il primo saluto; a Milano, nel 1881, presentò Trastulli d’infanzia e Costumi napoletani; a Berlino, nel 1883, figurò con opere quali La domenica in campagna, Pescatori napoletani e Crudeltà della stolidezza. Negli anni successivi la sua attività proseguì con partecipazioni a Genova, Rotterdam e Bologna, mentre alla Promotrice napoletana “Salvator Rosa” comparvero titoli che restituiscono bene il tono della sua poetica: Un povero, Cure materne, Il giorno delle nozze, Mestizia, Gioia, Il canto del nostro popolo, La primavera della vita, Voglio vedere se mi ami, Rosa la maestra. Questo elenco, al di là del valore puntuale di ogni singola opera, suggerisce un artista capace di muoversi tra sentimento, osservazione sociale, bozzetto narrativo e costume, con una predilezione per i temi accessibili e comunicativi.Un tratto biografico particolarmente notevole è la sua intensa mobilità. Le fonti ricordano che Ruggiero viaggiò spesso all’estero, toccando città come Londra, Ostenda, Rotterdam, Smirne e perfino New York. Per un artista della sua generazione e del suo profilo, questa dimensione itinerante non è un dettaglio secondario: indica apertura, desiderio di confronto e forse anche la volontà di intercettare un mercato più ampio rispetto a quello locale. Pur restando profondamente legato al mondo figurativo napoletano, la sua esperienza non sembra dunque confinata in un orizzonte provinciale; al contrario, rivela una certa elasticità professionale e una capacità di inserirsi in reti espositive e commerciali più vaste.Negli ultimi anni la sua vicenda assunse anche un tono umano particolarmente toccante. Nel 1905 fu colpito da una paralisi del lato destro, evento che avrebbe potuto porre fine alla sua attività. Invece, secondo le testimonianze tramandate, affrontò la menomazione con straordinaria tenacia, esercitando il braccio sinistro fino a tornare a dipingere. L’anno successivo riuscì persino a presentare alla Promotrice napoletana un’opera eseguita in quelle nuove e difficilissime condizioni. Questo episodio, più ancora dei dati di carriera, restituisce la statura morale dell’uomo: non un artista di rottura o di scandalo, ma un lavoratore dell’arte nel senso più pieno del termine, sorretto da disciplina, ostinazione e fedeltà assoluta al proprio mestiere.Dal punto di vista stilistico, Pasquale Ruggiero si colloca nell’alveo del realismo narrativo napoletano di secondo Ottocento. La sua pittura non punta alla monumentalità né all’innovazione radicale, ma si fonda su una solida leggibilità, sulla chiarezza del racconto, sulla cura del dettaglio figurativo e su una sensibilità pronta a cogliere gli aspetti umani e sentimentali della scena. È il tipo di artista che lavora nel punto d’incontro tra tradizione accademica, gusto borghese e osservazione del vero, con risultati che potevano incontrare favore sia nelle esposizioni ufficiali sia nel mercato privato. Proprio per questo, oggi, le sue opere conservano un interesse particolare per chi studia il tessuto diffuso della pittura meridionale dell’epoca: non soltanto i grandi nomi, ma anche quei protagonisti “di seconda linea” che resero ricchissimo il panorama artistico dell’Italia postunitaria.Pasquale Ruggiero morì a Napoli nel 1915Pasquale Ruggiero, talvolta indicato anche come Pasquale Ruggiero di San Marzano, è una figura interessante e relativamente appartata della pittura napoletana tra Otto e Novecento. Nato a San Marzano sul Sarno il 20 dicembre 1851 e morto a Napoli l’11 settembre 1915 (alcune fonti riportano il 1916, ma la data del 1915 ricorre con maggiore coerenza nelle schede biografiche italiane), appartenne a quella generazione di artisti meridionali che operarono all’ombra dei grandi nomi della scuola napoletana, costruendosi tuttavia una propria fisionomia nel campo della pittura di genere e della rappresentazione della vita quotidiana. La sua vicenda, meno celebre rispetto a quella di altri maestri campani, merita attenzione proprio perché testimonia la vitalità diffusa dell’ambiente artistico napoletano di fine Ottocento, fatto non solo di capiscuola, ma anche di pittori operosi, versatili e spesso molto apprezzati dal pubblico e dal collezionismo del tempo.Le notizie sulla sua formazione convergono nel delineare un avvio precoce e promettente. Fu incoraggiato da Giovan Battista Amendola, che ne riconobbe il talento e lo aiutò a entrare nell’Istituto di Belle Arti di Napoli, ambiente nel quale Ruggiero poté assimilare la disciplina del disegno e i fondamenti della tradizione accademica partenopea. Successivamente proseguì il proprio apprendistato nella scuola privata di Vincenzo Petrocelli, pittore noto per la sua inclinazione narrativa e per la capacità di animare scene di costume e d’interno: un passaggio importante, perché proprio in quella direzione sembra consolidarsi la sensibilità di Ruggiero, portato a privilegiare il racconto visivo, il gesto umano, l’episodio domestico e la piccola teatralità della vita popolare.Stabilitosi e attivo soprattutto a Napoli, Ruggiero si dedicò in prevalenza alla pittura di genere, ai soggetti campestri, alle scene di costume e a composizioni di gusto realistico, spesso attraversate da un tono narrativo immediato e da una vena affettuosa nei confronti del mondo popolare. Le opere note attraverso i cataloghi d’esposizione e il mercato antiquario mostrano un artista attratto dai momenti ordinari dell’esistenza: bambini, famiglie, pescatori, scene d’interno, piccoli riti civili e familiari, episodi di vita napoletana. In alcuni titoli emerge anche una componente aneddotica o moraleggiante, tipica di molta pittura ottocentesca destinata a un pubblico borghese, mentre in altri prevale la freschezza descrittiva e il gusto per il colore locale. È significativo che tra i soggetti a lui attribuiti compaiano anche scene come La Tarantella o immagini di sapore mediterraneo e orientaleggiante, segno di un repertorio piuttosto ampio e di una curiosità visiva che non si limitava al solo quotidiano domestico.La sua carriera espositiva appare tutt’altro che marginale. Partecipò a numerose rassegne in Italia e all’estero, segno di una presenza costante e di una certa reputazione nel circuito artistico del tempo. A Napoli, nel 1877, espose L’ascensione del pallone e Il primo saluto; a Milano, nel 1881, presentò Trastulli d’infanzia e Costumi napoletani; a Berlino, nel 1883, figurò con opere quali La domenica in campagna, Pescatori napoletani e Crudeltà della stolidezza. Negli anni successivi la sua attività proseguì con partecipazioni a Genova, Rotterdam e Bologna, mentre alla Promotrice napoletana “Salvator Rosa” comparvero titoli che restituiscono bene il tono della sua poetica: Un povero, Cure materne, Il giorno delle nozze, Mestizia, Gioia, Il canto del nostro popolo, La primavera della vita, Voglio vedere se mi ami, Rosa la maestra. Questo elenco, al di là del valore puntuale di ogni singola opera, suggerisce un artista capace di muoversi tra sentimento, osservazione sociale, bozzetto narrativo e costume, con una predilezione per i temi accessibili e comunicativi.Un tratto biografico particolarmente notevole è la sua intensa mobilità. Le fonti ricordano che Ruggiero viaggiò spesso all’estero, toccando città come Londra, Ostenda, Rotterdam, Smirne e perfino New York. Per un artista della sua generazione e del suo profilo, questa dimensione itinerante non è un dettaglio secondario: indica apertura, desiderio di confronto e forse anche la volontà di intercettare un mercato più ampio rispetto a quello locale. Pur restando profondamente legato al mondo figurativo napoletano, la sua esperienza non sembra dunque confinata in un orizzonte provinciale; al contrario, rivela una certa elasticità professionale e una capacità di inserirsi in reti espositive e commerciali più vaste.Negli ultimi anni la sua vicenda assunse anche un tono umano particolarmente toccante. Nel 1905 fu colpito da una paralisi del lato destro, evento che avrebbe potuto porre fine alla sua attività. Invece, secondo le testimonianze tramandate, affrontò la menomazione con straordinaria tenacia, esercitando il braccio sinistro fino a tornare a dipingere. L’anno successivo riuscì persino a presentare alla Promotrice napoletana un’opera eseguita in quelle nuove e difficilissime condizioni. Questo episodio, più ancora dei dati di carriera, restituisce la statura morale dell’uomo: non un artista di rottura o di scandalo, ma un lavoratore dell’arte nel senso più pieno del termine, sorretto da disciplina, ostinazione e fedeltà assoluta al proprio mestiere.Dal punto di vista stilistico, Pasquale Ruggiero si colloca nell’alveo del realismo narrativo napoletano di secondo Ottocento. La sua pittura non punta alla monumentalità né all’innovazione radicale, ma si fonda su una solida leggibilità, sulla chiarezza del racconto, sulla cura del dettaglio figurativo e su una sensibilità pronta a cogliere gli aspetti umani e sentimentali della scena. È il tipo di artista che lavora nel punto d’incontro tra tradizione accademica, gusto borghese e osservazione del vero, con risultati che potevano incontrare favore sia nelle esposizioni ufficiali sia nel mercato privato. Proprio per questo, oggi, le sue opere conservano un interesse particolare per chi studia il tessuto diffuso della pittura meridionale dell’epoca: non soltanto i grandi nomi, ma anche quei protagonisti “di seconda linea” che resero ricchissimo il panorama artistico dell’Italia postunitaria.Pasquale Ruggiero morì a Napoli nel 1915.
Francesco Didioni
Milano 1839 - Stresa (NO) 1895
"Passeggiata"
Olio su tela cm 36x21 firmato no
- Francesco Didioni è una figura appartata ma tutt’altro che trascurabile della pittura lombarda dell’Ottocento. Nato a Milano nel 1839 e morto a Stresa il 26 o 27 luglio 1895 (le fonti oscillano leggermente sul giorno, ma concordano sull’anno e sul luogo), appartenne a quella generazione di artisti formatisi nell’ambiente milanese di Brera, ancora profondamente segnato dall’eredità romantica e accademica, ma già aperto alle trasformazioni del gusto che avrebbero portato verso una pittura più intima, narrativa e psicologicamente attenta. La sua vicenda artistica si colloca proprio in questo spazio di passaggio: da un lato la solidità del mestiere accademico, dall’altro una sensibilità moderna che lo porta a distinguersi soprattutto nel ritratto, dove seppe esprimere una finezza d’osservazione e una delicatezza di tono che ancora oggi rendono riconoscibili le sue opere.La sua formazione si svolse presso la Accademia di Brera, dove fu allievo di Francesco Hayez e Raffaele Casnedi, due nomi fondamentali per comprendere il suo linguaggio. Da Hayez derivò verosimilmente il senso della nobiltà formale, la costruzione salda dell’immagine e una certa inclinazione per il soggetto storico; da Casnedi, invece, un’attenzione più misurata alla compostezza narrativa e alla disciplina del disegno. Già nel 1861, quando era ancora studente, ottenne un primo importante riconoscimento vincendo un concorso di disegno con Un’ambulanza militare, episodio che segnala precocemente la qualità del suo talento e la considerazione di cui godeva nell’ambiente accademico milanese. Nei primi anni della carriera, infatti, Didioni si mosse lungo il solco della grande pittura storica, genere ancora molto apprezzato in quegli anni, realizzando opere come La morte di Gian Maria Visconti, duca di Milano del 1862 e I funerali di Giuda Maccabeo del 1864, nelle quali emerge un gusto narrativo colto e una chiara adesione ai modelli formativi ricevuti.Con il tempo, tuttavia, la sua personalità artistica si orientò sempre più decisamente verso il ritratto e verso una pittura di figura più raccolta, meno enfatica e più incline all’indagine psicologica. È proprio in questo ambito che Francesco Didioni sembra raggiungere i risultati più alti. La critica storica e il collezionismo hanno infatti spesso sottolineato come il suo talento si esprima al meglio nella resa del volto, dell’atteggiamento, della vibrazione affettiva e della presenza interiore dei soggetti. In lui la tradizione accademica non si traduce mai in freddezza: il disegno resta saldo, la composizione equilibrata, ma la pittura si anima di una sensibilità gentile e di una partecipazione umana che avvicinano alcuni suoi esiti alla stagione lombarda del secondo Ottocento più raffinato. In questa direzione si colloca anche il rapporto, spesso ricordato, con l’atmosfera culturale vicina a Tranquillo Cremona, il cui influsso, pur non trasformandolo in un pittore scapigliato in senso stretto, sembra aver ammorbidito la sua visione, rendendola più morbida e intima nella trattazione della figura.Tra le opere più note della sua maturità spicca il Ritratto di giovane donna bionda del 1888, oggi conservato alla Galleria d’Arte Moderna di Milano, dipinto che viene spesso indicato come uno dei vertici della sua produzione. In questo lavoro si coglie bene la sua capacità di unire eleganza formale, misura tonale e intensità psicologica, senza mai indulgere in artifici eccessivi. Ma il nome di Didioni è legato anche a un altro quadro celebre, di carattere storico: Ragione di Stato (o Il divorzio di Napoleone I e Giuseppina), esposto nel 1881, incentrato sul drammatico episodio della separazione tra Napoleone Bonaparte e Giuseppina di Beauharnais. L’opera conobbe una notevole fortuna e fu tanto apprezzata da essere divulgata anche attraverso incisioni e riproduzioni. Non è un caso che proprio questo dipinto venga ricordato come la sua composizione storica più rappresentativa: in esso confluiscono infatti le due anime del pittore, quella formata alla grande macchina narrativa ottocentesca e quella più sottile, capace di restituire il dramma umano dietro l’evento storico.La sua attività espositiva documenta una presenza viva e continua nel panorama artistico del tempo. Le fonti ricordano partecipazioni a Parma nel 1870 con L’artista, a Milano nel 1872 con Pittrice e Amore e libertà, a Torino nel 1880 con Attrazione, e ancora a Milano nel 1881 con il già citato Ragione di Stato. Questi dati, pur frammentari, mostrano un artista inserito nei principali circuiti espositivi dell’Italia settentrionale, attento sia alla pittura di soggetto sia alla costruzione di una reputazione pubblica. Accanto alle grandi composizioni, realizzò anche numerosi ritratti privati e opere di genere, oltre a bozzetti e studi che testimoniano un’attività laboriosa e costante. Alcuni studi per Ragione di Stato, insieme ad interni di Palazzo Stanga a Cremona, sono ricordati nelle raccolte milanesi, mentre diversi ritratti, tra cui quelli della madre e della moglie, furono anch’essi conservati nella Galleria d’Arte Moderna di Milano, segno di un riconoscimento istituzionale non secondario.La critica coeva e successiva ha insistito soprattutto sul suo valore di ritrattista. In una testimonianza spesso citata, Carlo Bozzi sottolineava come una mostra retrospettiva dell’artista restituisse “la misura del suo alto valore come ritrattista”, ricordando in particolare i vivacissimi e memorabili ritratti della madre anziana, colti con affetto, naturalezza e intensità. In tali giudizi si coglie bene il tratto più autentico della sua pittura: una gentilezza espressiva che non è debolezza, ma capacità di penetrare il carattere del soggetto senza forzature teatrali. Talvolta il suo nome viene accostato a pittori lombardi come Pietro Bouvier o Roberto Fontana, ma sempre con la precisazione che Didioni possedeva una tonalità personale, fatta di equilibrio, sensibilità e una certa eleganza trattenuta. Anche nei soggetti di genere o storici, infatti, non prevale mai il gesto declamatorio: tutto tende a una misura composta, quasi domestica, che rende la scena leggibile e umanamente credibile.Sul piano stilistico, Francesco Didioni occupa una posizione interessante all’interno della pittura lombarda del secondo Ottocento. Non fu un innovatore radicale, né un protagonista di rottura come alcuni esponenti più avanzati della Scapigliatura, ma seppe interpretare con intelligenza e qualità il passaggio da una pittura accademica di matrice hayeziana a una figurazione più sensibile all’intimità borghese, al ritratto psicologico, alla verità del volto e alla narrazione misurata. La sua tavolozza appare generalmente equilibrata, la composizione chiara, il disegno accurato; eppure, dentro questa disciplina, si avverte un desiderio di vita, un’attenzione al dato umano che impedisce alla sua arte di ridursi a esercizio scolastico. È proprio questo equilibrio fra mestiere solido e delicatezza emotiva a rendere oggi Didioni un artista degno di riconsiderazione, soprattutto per chi si occupa non soltanto dei grandi nomi, ma del tessuto più ricco e articolato della cultura figurativa ottocentesca.Francesco Didioni morì a Stresa nell’estate del 1895 e fu sepolto al Cimitero Monumentale di Milano, luogo simbolico della memoria borghese e artistica della città.
Giovanni Lomi
Livorno 1889 - 1969
"Carrozze "
Olio su tavola cm 14,5x19,5 firmato in basso a dx G.Lomi
- Giovanni Lomi nacque a Livorno nel 1889 e morì nella stessa città nel 1969. Rimasto orfano in giovane età, fu affidato a una famiglia contadina, dove sviluppò una precoce passione per il disegno e la pittura. Iniziò la sua carriera artistica intorno al 1918 e tenne la sua prima mostra personale a Firenze nel 1922. Nel corso della sua carriera, Lomi partecipò a numerose esposizioni, tra cui diverse edizioni della Biennale di Venezia e delle Quadriennali romane. Fu membro attivo del Gruppo Labronico, un'associazione di artisti livornesi, e le sue opere furono influenzate dalla corrente dei Macchiaioli, mostrando affinità con artisti come Telemaco Signorini e Giovanni Fattori. Parallelamente alla pittura, Lomi coltivò una carriera come baritono, esibendosi in ambito operistico. Tra le sue opere più note si annoverano paesaggi toscani e scene di vita quotidiana, caratterizzati da una tavolozza cromatica delicata e una tecnica pittorica che riflette l'influenza macchiaiola. Le sue opere sono state vendute in numerose aste, consolidando la sua reputazione nel panorama artistico italiano
Lodovico Tommasi
Livorno 1866 - Firenze 1941
"Primi incontri"
Olio su cartone cm 20,5x14 firmato in basso a sx Tommasi
- Lodovico o Ludovico Tommasi è stato un pittore e incisore italiano, associato ai movimenti dei Macchiaioli e del Divisionismo. Proveniente da una famiglia di artisti, con il fratello Angiolo e il cugino Adolfo anch'essi pittori. Inizialmente si dedicò alla musica, diplomandosi in violino al Conservatorio di Firenze sotto la guida di Ettore Martini. Tuttavia, l'ambiente familiare e la frequentazione di artisti come Silvestro Lega, ospite frequente nella villa di famiglia a Bellariva, lo indirizzarono verso la pittura.Esordì nel 1884 alla Promotrice Fiorentina con uno "Studio dal vero" e nel 1886 partecipò all'Esposizione di Belle Arti di Livorno con "Bellariva sull'Arno a Firenze". Durante il servizio militare a Milano (1888-1891), entrò in contatto con ambienti artistici lombardi. Successivamente, insieme al fratello Angiolo, frequentò il cenacolo artistico di Torre del Lago, legato al compositore Giacomo Puccini, dove conobbe esponenti dell'avanguardia toscana come Galileo Chini e Oscar Ghiglia.Verso la fine del XIX secolo, si avvicinò al Divisionismo, influenzato dall'amico Plinio Nomellini. Partecipò a importanti esposizioni, tra cui la Biennale di Venezia del 1895 con l'opera "Notti umane". Nel 1905 fu tra i promotori della Prima Mostra d'Arte Toscana e nel 1907 aderì al gruppo "Giovane Etruria", che mirava a recuperare la tradizione naturalistica toscana in risposta alle avanguardie del periodo.Negli anni Dieci, Tommasi si dedicò all'incisione, studiando presso l'Accademia delle Arti e del Disegno di Ravenna con Vittorio Guaccimanni. Nel 1912 fondò una scuola libera di acquaforte a Firenze. Continuò a esporre regolarmente, partecipando alle Biennali di Venezia fino al 1936. Negli anni Trenta, realizzò opere di grandi dimensioni come "Vita semplice", esposta alla Biennale del 1930.Ludovico Tommasi morì a Firenze nel 1941 ed è sepolto nel Cimitero delle Porte Sante.