Lot 282 | Pietro Bini (Ancona ultimo quarto del sec. XVIII-Venezia inizi sec. XIX) - Ritratto della famiglia Thiene

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Thursday 28 May 2026 hours 15:00 (UTC +01:00)

Pietro Bini (Ancona ultimo quarto del sec. XVIII-Venezia inizi sec. XIX) - Ritratto della famiglia Thiene

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15,000.00 €

Pietro Bini (Ancona ultimo quarto del sec. XVIII-Venezia inizi sec. XIX) - Ritratto della famiglia Thiene

cm 130 x 165
olio su tela
firmato e datato sulla tela originale (poi foderata): L'Ab:te Pietro Bini d'Ancona/ Pittore fece: 1780

PROVENIENZA
Conti Thiene, poi Conti Licini Negri-Thiene, e per successione ereditaria al Conte Gino Raselli, Villa Raselli, Asolo, fino agli attuali proprietari.


ESPOSIZIONI
Mostra del ritratto italiano, Palazzo Vecchio, Firenze, marzo-luglio 1911, n. 306 


BIBLIOGRAFIA
I. Chiappini di Sorio, L'abate Pietro Bini pittore ritrattista, in "Notizie da Palazzo Albani", XX (1991), 1-2, pp. 211s., fig. 2



Il ventaglio che tiene in mano dama raffigurata in questo ritratto di famiglia è vezzosamente chiuso e rivolto in alto, lo sguardo di lei sembra aprirsi verso l’esterno, fuori dal dipinto. La giovane dama in azzurro, dalla delicata acconciatura floreale e il suo ventaglio sono al centro della scena, anzi il piccolo ventaglio sembra tagliarla in due perfette metà, forse comunicando qualcosa.
L’uso del ventaglio, così in voga nel Settecento, quando era tecnicamente migliorato il sistema di apertura e chiusura del prezioso accessorio, era diventato uno strumento di comunicazione e di seduzione. A seconda della posizione, dell’apertura o meno, aveva un significato differente, poteva coprire il volto, essere tenuto in una mano o nell’altra, dava la possibilità di nascondersi, di guardare senza essere viste, di negarsi o di sedurre.
Nel nostro dipinto la dama, seduta al centro della composizione, lo tiene con entrambe le mani chiuso in grembo e rivolto verso l’alto, quasi stesse chiedendo all’uomo alla sua destra: “mi ami?” Appare evidente che il gentiluomo sia il marito come suggerisce la presenza del cane, noto simbolo di fedeltà, sulla cui testa, con posa studiata, lui pone la mano destra, mentre il gomito sinistro è poggiato sulla spalliera della sedia su cui è seduta lei. Prende parte a questo idilliaco quadretto, concludendolo nella parte destra della composizione, il giovane rampollo intento a suonare con gesto leggiadro e manierato la spinetta, mettendo in evidenza lo spartito musicale con cui evidentemente allieta la riunione familiare. I ricercati tessuti degli abiti dai colori squillanti, la preziosa ornamentazione dell’ambiente in cui si svolge la scena, rispecchiano la moda del tempo e il gusto per le delicate decorazioni degli interni.
Il dipinto, come suggerisce Ileana Chiappini di Sorio nel suo articolo del 1991 sulla rivista urbinate Notizie da Palazzo Albani, sembra rappresentare un momento di tranquilla e manierata intimità all’interno di un ramo collaterale della famiglia Thiene, che dimorava prevalentemente ad Asolo. Il dipinto proviene, infatti, dalla villa Raselli di Asolo, già villa Asolona, finita di decorare nella seconda metà del Settecento quando era di proprietà della famiglia Licini Negri, imparentata in linea femminile con i Thiene, evidentemente i committenti (fig. 1).
Sotto i simboli massonici, al centro di una formella ottagonale, campeggia una scena figurata en grisaille in cui Jacopo Thiene consegna le chiavi della città di Vicenza ad una figura femminile seduta, affiancata da un leone inginocchiato identificabile con Venezia. L’iscrizione che incornicia la scena richiama l’episodio storico della “dedizione a Venezia”, quando la città di Vicenza, attraverso la figura del nobile condottiero Jacopo Thiene, passò dai Visconti di Milano a far parte delle Repubblica della Serenissima nell’anno 1404, proprio la data riportata alla base della formella. Conclude la decorazione la raffigurazione dello stemma della famiglia Thiene. 

Il dipinto recava sul retro della tela originale la data 1780 e la firma: “Pietro Bini di Ancona fece” (l’iscrizione non più leggibile dopo il rifodero del dipinto è tuttavia documentata da una fotografia pubblicata nel saggio della studiosa nel 1991, fig. 2). L’autore, dunque, è l’abate e pittore marchigiano Pietro Bini, citato dallo storico pesarese Antaldi come straordinario miniatore, a lungo attivo a partire dalla metà del Settecento nel territorio veneto, tanto che verso la fine della sua carriera, nel 1796, fu nominato professore emerito dell’Accademia di Venezia.
Famoso il Ritratto di Ludovica Mastracca Battaglia, già attribuito a Pompeo Batoni, ma opera di Pietro Bini che si conserva presso le Gallerie dell’Accademia di Venezia, in cui l’impostazione della figura, l’uso vezzoso del ventaglio, l’elegante sontuosità delle vesti e dell’acconciatura rimandano chiaramente alla dama del dipinto di Asolo.
Questa lunga frequentazione di Venezia e del suo territorio da parte di Bini, suggerisce una conoscenza approfondita della ritrattistica francese, si pensi a Jean-Marc Nattier o ad Antoine Watteau a cui si ispirarono anche i maggiori pittori veneti coevi, Rosalba Carriera, Pietro e Alessandro Longhi per citare alcuni fra i più noti. E proprio alla ritrattistica francese sembra riferirsi il gruppo di famiglia, nei canoni figurativi, nel codice di comportamento dei personaggi ancora pienamente settecenteschi, in linea con i dettami dell’accademia. Più tardi, continuando a lavorare anche sotto il governo napoleonico, il pittore modificherà un poco la sua pittura, adeguandosi ai nuovi tempi e alle moderne istanze dell’arte.
Il dipinto, tramandato di generazione in generazione attraverso i rami della famiglia Thiene, Licini Negri Thiene, è stato esposto nel 1911 alla Mostra del ritratto di Palazzo vecchio a Firenze, in occasione delle feste commemorative del Regno d’Italia, come attesta una ricevuta di consegna dell’8 febbraio di quell’anno intestata al conte Gino Raselli. Il quadro nell’occasione era stato assicurato per 5.000 lire presso i Lloyds di Londra e veniva indicato come Ritratto dei conti Thiene.