Presale Collezioni Private - Mobili, Oggetti d'Arte e Sculture
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Lot 49
Scudo da parata in ferro istoriato, XVII secolo
diametro cm 55,5
di forma circolare decorato da un baccanale di ispirazione classica -
Lot 50
Scudo da parata in ferro, XIX secolo
diametro cm 54
di forma circolare con testa di medusa centrale e borchie lungo il perimetro -
Lot 51
Scudo da parata in ferro istoriato, XIX secolo
diametro cm 53
di forma circolare rifinito da borchie piramidali lungo il perimetro; al centro figura di cavaliere in abiti medievali -
Lot 52 Antonio Averlino detto Il Filarete (seguace di) (Firenze, 1400 - Roma, 1469)
Busto di Giovanni VIII Paleologo intorno al 1439–1445
bronzo brunito cm 47x42x25
Busto in bronzo raffigurante l’imperatore bizantino Giovanni VIII Paleologo (Costantinopoli 1392 - Costantinopoli 1448), ritratto con lo Skiadion, il caratteristico copricapo con la tesa allungata, e la barba a punta. Il busto qui proposto deve – data la piena corrispondenza di qualità, tecnica, epoca della fusione e materia – inequivocabilmente essere associato a quello, raffigurante lo stesso soggetto, custodito presso i Musei Vaticani. Si tratta, in quest’ultimo caso, di un busto ritratto del Paleologo proveniente dal Palazzo di Propaganda Fide e ritenuto da autorevoli esperti opera eseguita da Antonio Averlino detto il Filarete nel XV secolo. Il busto dei Musei Vaticani è stato pubblicato come opera autografa del Filarete da M. Lazzaroni e A. Muñoz nel 1907; attribuzione da loro rimarcata anche l’anno successivo (Lazzaroni e Muñoz 1908) con l’inserimento della scultura nella monografia dedicata al Filarete. Successivamente, una fotografia dell’opera compare nel fondo fotografico di Federico Zeri, con implicita conferma all’attribuzione avanzata da Lazzaroni e Muñoz al Filarete (n. 71596). Nel 1986 J. Schuyler pubblica un contributo scientifico attribuendo l’opera a Donatello, e interrogandosi se si tratti del primo ritratto che lo scultore avrebbe eseguito sulla base di una persona vivente. Nel 2004 il busto viene esposto in una mostra al Metropolitan Museum of Art di New York, con il riferimento al Filarete o a Donatello (“attributed to Antonio Filarete or Donatello”) (M. G. 2004). Nel 2008 l’opera viene esposta in una mostra presso il Museo della Fondazione Roma e, anche in quest’occorrenza, è registrata nel catalogo con l’attribuzione al Filarete (Zaccaria 2008).
Dopo una meticolosa osservazione di stile, lega impiegata, tecnica di fusione, spessore del bronzo, integrazioni a correzione dei difetti di fusione, rinettatura della superficie e tipo di patinatura impiegata, possiamo sostenere con certezza che il busto qui in esame, realizzato a fusione a getto unico, provenga dalla stessa officina, da un medesimo modello e da uno stesso contesto cronologico rispetto a quello conservato ai Musei Vaticani e di cui abbiamo sopra ricostruito la vicenda critica. Pertanto, ogni valutazione che interessi l’esemplare dei Musei Vaticani deve inequivocabilmente riguardare anche l’esemplare qua sottoposto a studio. Pensare all’esecuzione di più esemplari sulla base di uno stesso modello non sembra inopportuno considerando l’universalità del personaggio raffigurato: quel Giovanni VIII Paleologo imperatore di Bisanzio che tanto peso ebbe nelle dinamiche geopolitiche del tempo e nei rapporti fra Oriente e Occidente. Una datazione dei busti negli anni del Concilio di Ferrara – aperto a Ferrara nel 1438 e trasferito poi a Firenze nell’anno successivo e che vide la fondamentale partecipazione di Giovanni VIII nell’ottica dell’unione fra chiesa greca e latina – appare come la più convincente. Si tratterebbe, perciò, di una commissione di analoga sensibilità rispetto a quella che interessò il Pisanello nella realizzazione di una serie di medaglie con il ritratto di Giovanni VIII, e di cui i vari esemplari – uguali fra loro e tutti autografi – si custodiscono nei più importanti musei del mondo. In tal senso anche l’eventuale dinamica di serialità, per cui potremmo immaginare la volontà di inviare il busto presso figure eminenti, sedi di potentati o ambascerie, acquisirebbe una certa rilevanza storico-artistica. La presenza di altre varianti e derivazioni, deboli qualitativamente e realizzate in secoli successivi, non deve rientrare nelle considerazioni che qua si sono proposte: riflessioni, le nostre, che trovano fondamento nella raffinata esecuzione dei due busti (quello conservato ai Vaticani e quello qua proposto) e nella loro indiscutibile equivalenza di stile, epoca, qualità. -
Lot 53
Testa di angelo in legno laccato e dorato, XVIII secolo
altezza cm 30 - con la base cm 52
con occhi in vetro, riconducibile alla tradizione napoletana delle sculture devozionali; supporto a dado in marmo rosso -
Lot 54
Credenza in noce, Italia settentrionale, XVII secolo
cm 114x115,5x63
due cassetti in linea nella fascia separati da riquadro con foro della serratura disposto orizzontalmente, due ante sottostanti e due cassetti compresi nella cintura inferiore, racchiusi da cornici modanate e caratterizzati da prese tornite; le due ante sono impreziosite da umboni angolari -
Lot 55
Scultura in legno policromo raffigurante una santa, Napoli, XVIII secolo
cm 60x29x19
La figura è avvolta in ampie vesti mosse da profonde pieghe verticali e diagonali, che creano un forte effetto chiaroscurale e un dinamismo tipicamente barocco. Si distingue una tunica interna chiara, sormontata da un voluminoso manto scuro (che conserva tracce di pigmentazione blu e finiture dorate) avvolto attorno ai fianchi e al braccio sinistro; la mano destra appoggiata sul petto, in un classico gesto di devozione, mentre il braccio sinistro è proteso verso l'esterno con la mano aperta rivolta in avanti, un gesto tipico di accoglienza o di intercessione. Il volto, dai lineamenti regolari e dall'espressione raccolta con lo sguardo rivolto leggermente verso l'alto, è incorniciato da lunghi capelli scuri che ricadono sulle spalle. Sulla superficie sono visibili estese tracce della policromia e della doratura originarie, insieme ai tipici segni del tempo e della naturale usura del legno antico, che conferiscono un carattere suggestivo al manufatto storico. Restauri alla lacca -
Lot 56
Cassapanca in noce, XIX secolo
cm 47x135x52
piano con profilo dentellato, facciata decorata da due scudi in rilievo con stemmi intagliati raffiguranti tre cipressi legati ad una catena sotto cui figura un'àncora; piedi a mensola -
Lot 57 Tavolo basso in legno dorato con piano in scagliola, XVIII/XIX secolo
cm 48x131,5x60
piano dominato da un tronco d'albero nodoso e sinuoso dal colore bruno-dorato che attraversa orizzontalmente l'intera composizione animata da una varietà di foglie e infiorescenze con svariate figure di volatile realizzate con sfumature che vanno dal bianco avorio al blu lapislazzuli; due pilastri architettonici riuniti da traversa fungono da sostegno
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Lot 58
Mobile a due corpi in legno dipinto a finto marmo, Marche, XVIII secolo
cm 216x187x70
di forma trapezoidale ed impostazione architettonica, reca due ante a vetro nella parte superiore, due sportelli nella parte inferiore delimitati da lesene marmorizzate, due sportelli ai lati, piedi a mensola -
Lot 59
Cristo risorto in legno laccato, XVIII secolo
altezza cm 33
raffigurato Cristo con il braccio destro alzato in segno di trionfo ed il vessillo della Resurrezione nella mano opposta. Difetti -
Lot 60
Canterano in noce, XVII/XVIII secolo
cm 110x150x61
facciata a quattro cassetti con specchiature caratterizzate da formelle geometriche bugnate, di cui il primo con fascia ribaltabile a rivelare un piano scrittoio con tiretti arretrati. Piedi anteriori a forma di voluta con estremità a ricciolo -
Lot 61
Gruppo scultoreo in legno intagliato, dipinto e dorato, Italia meridionale, XVIII secolo
cm 43x31x18
raffigurante l'Annunciazione con un angelo in volo idealmente sospeso su una nube stilizzata e la Vergine Annunciata genuflessa su di un inginocchiatoio marmorizzato. Base di gusto barocco decorata a scacchi bicolore con sostegni a mensola di gusto architettonico idealmente riuniti da un fregio intagliato con cartiglio e tralci fioriti. Lievi difetti -
Lot 62 Simone Setti (Carpi, 1615 - 1680)
Grande piano di scagliola bicroma entro cornice
cm 64x128 - in cornice cm 108x174
al centro uno scudo sagomato che racchiude una scena figurativa di gusto classico con la dea Diana ritratta in movimento mentre tende il braccio destro verso un cervo incalzato da un cane e nella mano sinistra trattiene l'arco. Tutt'intorno si sviluppa una fitta decorazione a grandi volute di foglie d'acanto riccamente frastagliate e ramificate a copertura dell'intera superficie. Nella parte mediana, sopra e sotto lo scudo, spiccano due grandi conchiglie, motivo decorativo tipico del repertorio ornamentale rinascimentale e barocco. Ai lati del pannello centrale la decorazione si organizza in quattro medaglioni formati dall'intreccio delle foglie: all'interno di ciascuno è raffigurato un pappagallo appollaiato su un ramo, colto in pose diverse. L'intera composizione è racchiusa da una sottile cornice perimetrale ad imitazione del marmo. Cornice in noce con ampia fascia modanata a disegnare angoli cuspidati, scandita da fasce intagliate a trottola -
Lot 63
Orologio notturno in legno con cassa architettonica, Roma, XVII secolo
cm 51x37x14
coronata da un frontone con timpano spezzato e contrafforti laterali a voluta terminanti a ricciolo tipici dello stile barocco. Pannello centrale dipinto ad olio su rame con una scena figurativa, accompagnato da aperture per l'indicazione delle ore in numeri romani. Il grazioso dipinto posto sul quadrante presenta a sinistra San Domenico mentre intrattiene un muto dialogo col Bambin Gesù, assiso sulle ginocchia della Madonna in trono, e alla destra si trova San Giuseppe. La fisionomia della Vergine richiama i delicati ritratti eseguiti da Pierre Mignard (1612 -1695) durante il suo ventennale soggiorno romano, compiuto nella prima metà del Seicento (che gli valse l'appellativo di "Mignard Le Romain"). Nell'Urbe l'artista fu attratto dalla lezione cromatica di Pietro da Cortona, cui unì lo studio dei maestri bolognesi presenti in città. -
Lot 64 Plasticatore italiano, fine del XVII/inizi del XVIII secolo
Testa di Titano
terracotta cm 44x36x33
la fronte solcata da profonde rughe, barba e capelli ondulati. Difetti e piccole mancanze -
Lot 65
Comodino in noce, fine XVII/inizi XVIII secolo
cm 84x66,5x33
piano rettangolare con ciglio spiovente, un cassetto compreso nella fascia e tre sottostanti racchiusi da cornici modanate ed affiancati da lesene tornite, piedi a mensola -
Lot 66
Portantina in legno rivestito in cuoio con rilievi decorativi intagliati e dorati, XVIII secolo
cm 170x77x90
La parte superiore è chiusa da una copertura leggermente bombata, sormontata agli angoli da elementi decorativi a ricciolo dominati da piccole corolle e pignette. Tutti gli spigoli, la parte superiore e i contorni dei finestrini sono rifiniti da cornici in legno minuziosamente intagliato in rilievo in forma di ghirlanda d'alloro. Al centro della sezione inferiore di ciascun lato spicca una grande festone circolare posto ad ospitare un elaborato motivo decorativo con cornucopie contrapposte ed intrecciate intorno ad un caduceo. Ai lati sono visibili i passanti in metallo per inserire i pali di legno con cui i portatori sollevavano il mezzo. Lungo la base e nelle porzioni angolari si notano ulteriori dettagli decorativi dorati a forma di gigli e nastri svolazzanti. L'abitacolo interno è rivestito in damasco di seta rossa in forte contrasto con la parte esterna e sotto la seduta è presente una cassa con serratura. La struttura poggia su una base quadrangolare leggermente sporgente e di linea arcuata, sorretta da quattro piccoli piedini angolari scolpiti in forma di delfino. A differenza di molte portantine tradizionali con finestre rettangolari, questa si distingue per tre grandi aperture circolari, posizionate sui due lati e sullo sportello anteriore che fungono da finestrino. La sommità presenta alcune parti decorative mancanti agli angoli, che sono state conservate a parte per un futuro riposizionamento. -
Lot 67
Specchio veneziano inciso a raffigurare un vaso di fiori, XVIII secolo
cm 59,5x40
entro pannello in legno con scomparto centrale sagomato a cartiglio -
Lot 68
Porta bebè in legno e cuoio, Venezia, XVII secolo
cm 102x48x48 alla base; apertura cm 25x24
di forma rastremata a pianta ottagonale, reca un contenitore poligonale nella parte superiore frontale ed un breve schienale sagomato rivestito in pelle; base squadrata -
Lot 69
Cassettone in radica, Ferrara, XVIII secolo
cm 97x156,5x70
con facciata mossa a tre cassetti con maniglie in bronzo, fianchi sagomati, piedi mossi. Difetti -
Lot 70
Scultura lignea raffigurante San Domenico di Guzman, XVII secolo
cm 104x55x34
la figura presenta la tipica tonsura monastica e indossa l'abito dell'ordine domenicano, costituito da una lunga veste completata da una caratteristica mantellina corta con cappuccio (pellegrina) che copre le spalle. Il braccio destro è sollevato con l'indice puntato verso l'alto, un gesto classico che simboleggia l'atto della predicazione; il braccio sinistro flesso, sorregge il Vangelo -
Lot 71
Grande placca in legno con figura di San Pietro Papa in rilievo, XVII/XVIII secolo
cm 135x95 - sporgenza della mano cm 18
figura barocca con tiara papale e barba, tradizionalmente associabile all'iconografia di San Pietro Papa, con la mano destra alzata in segno di benedizione, nella sinistra le chiavi, posto sopra elementi decorativi a forma di nubi con teste di cherubino -
Lot 72
Armadio nuziale neo quattrocentesco in legno intarsiato e pirografato, Siena, primo quarto del XIX secolo
cm 211x163x63,5
facciata a due sportelli delimitate da lesene con candelabre intarsiate, coronata da un cornicione aggettante con due ordini di minuziosa decorazione in pastiglia dorata separata da profilo dentellato. Le due ante sono decorate da tarsie lignee eseguite in varie essenze che raffigurano, all'interno di clipei aurei, busti di Santa Caterina da Siena e San Bernardino da Siena; sotto spiccano le insegne pontificie con gli stemmi Piccolomini sottesi ad un cartiglio con iscritto "Principi di Valle, Duchi di Amalfi e Principi del Sacro Romano Impero in Nachoth"; in basso il trigramma IHS sormontato da una croce e iscritto in un cerchio. Lungo la cornice del cristogramma di sinistra si legge il versetto biblico tratto dalla lettera ai Filippesi (Fil 2,10): "In Nomine Jesu Omne Genu Flectatur Coelestium Terrestrium Et Infernorum" (Nel Nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi, nei cieli, sulla terra e sotto terra). L'analogo cristogramma posto in basso a destra spicca al centro del sole radiante. Gigli e falci di luna posti intorno alle tarsie completano la decorazione. Entrambe i fianchi recano due formelle racchiuse da cornici modanate: in alto una fiamma stilizzata intarsiata, al centro cristogramma incluso in un cerchio, in basso una citazione latina quale motto protettivo contro le avversità "QVI CONTRA NOS" tratta dalla lettera di San Paolo ai Romani (capitolo 8, versetto 31): "Si Deus pro nobis, quis contra nos?" Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?). Cornice inferiore percorsa da palmette in pastiglia dorata; piedi a mensola.
Questo straordinario armadio nuziale ad ante intarsiate rappresenta un capolavoro di ebanisteria e araldica monumentale.
L'iscrizione presente sulla facciata, che unisce i titoli di Principi di Valle, Duchi di Amalfi, Principi del Sacro Romano Impero e il riferimento geografico a Nachoth (Náchod), conduce direttamente alla storia di una delle più illustri famiglie della nobiltà italiana ed europea: i Piccolomini d'Aragona, con particolare riferimento al celebre ramo dei Piccolomini-Pieri e alla figura del generale Ottavio Piccolomini (1599–1656).
I Piccolomini ottennero il Ducato di Amalfi nel 1461, quando Antonio Piccolomini, nipote di papa Pio II, fu investito del titolo dal re di Napoli Ferdinando I d'Aragona. Per suggellare questo legame con la corona, la famiglia aggiunse al proprio cognome la dicitura "d'Aragona" e inserì le barre aragonesi nel proprio stemma (visibili nelle partizioni degli stemmi intarsiati sulle ante).
Il legame con il centro Europa si deve a Ottavio Piccolomini, uno dei più importanti comandanti militari della Guerra dei Trent'anni. Al servizio dell'Imperatore d'Austria Ferdinando II, Ottavio si distinse nella battaglia di Lützen e nella destituzione di Wallenstein. Come ricompensa per i suoi successi militari, nel 1634 l'Imperatore gli donò la vasta Signoria di Náchod (situata nella Boemia orientale, oggi nella Repubblica Ceca, indicata nell'iscrizione come Nachoth). Pochi anni dopo, nel 1650, Ottavio fu elevato al rango di Principe del Sacro Romano Impero, ottenendo il diritto di seggio alla Dieta Imperiale di Ratisbona.
Il titolo "Principi di Valle" fa parte del complesso asse feudale che i Piccolomini d'Aragona detenevano nel Regno di Napoli, dove possedevano numerosi feudi, contee e principati distribuiti tra la Campania, l'Abruzzo e la Puglia.
La presenza simultanea di questi titoli in un'unica iscrizione collocherebbe la committenza del mobile tra il XVII e il XVIII secolo, ma a nostro avviso si tratta di una costruzione degli inizi dell'Ottocento.
L'armadio nuziale celebra l'unione di una linea nobiliare che era contemporaneamente radicata nel cuore del Regno di Napoli (attraverso Amalfi e Valle) e integrata ai vertici della nobiltà imperiale mitteleuropea (attraverso il titolo del Sacro Romano Impero e il feudo boemo di Náchod). Gli stemmi intarsiati fondono visivamente la croce azzurra caricata di crescenti lunari d'oro (stemma originario dei Piccolomini) con le insegne dei titoli e delle alleanze matrimoniali acquisite nel tempo.