LA GIOIA A COLORI. VENETO BANCA ATTO II - I CAPOLAVORI

LA GIOIA A COLORI. VENETO BANCA ATTO II - I CAPOLAVORI

Thursday 29 February 2024 hours 18:00 (UTC +01:00)
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  • Antonio Mancini (1852 - 1930) 
Ritratto di Guido Boggiani, 1895
    Lot 331

    Antonio Mancini (1852 - 1930)
    Ritratto di Guido Boggiani, 1895
    Olio su tela
    100 x 60,5 cm
    Firma: “AMancini” al recto
    Data: “95” al recto
    Altre iscrizioni: “Ritratto di Guido Boggiani 1861-1901 PITTORE ED ESPLORATORE di Antonio Mancini 1894” sul telaio, non autografa
    Elementi distintivi: sul telaio, su etichetta “N 24T PAINTING A. MANCINI"; altra etichetta strappata; sul verso, 4 timbri non leggibili con data “25 FEB 1962”
    Provenienza: Veneto Banca SpA in LCA
    Bibliografia: "2° Biennale, Mostra mercato internazionale dell'antiquariato", Palazzo Strozzi, Firenze, 1961, stand n. 125 (ill.); G. Matteucci, a cura di, "Panorama pittorico dell'Ottocento italiano", Firenze, 1975, n. 28, tav. 28 (ill.); Aa. Vv., "Catalogo dell'arte italiana dell'Ottocento", n. 14, Milano, 1985, p. 289 (ill.); Maurizio Leigheb, a cura di, "Guido Boggiani. Pittore, esploratore, etnografo. La vita, i viaggi, le opere", Regione Piemonte, 1986, pp. 41 (ill.) e 42; Cinzia Virno, a cura di, "Antonio Mancini. Catalogo ragionato dell'opera", Roma, 2019, vol. 1, cat. 432, p. 280-281 (ill.)
    Esposizioni: "2° Biennale, Mostra mercato internazionale dell'antiquariato", Palazzo Strozzi, Firenze, 16 settembre - 16 ottobre 1961, stand n. 125; G. Matteucci, a cura di, "Panorama pittorico dell'Ottocento italiano", Galleria d'Arte Spinetti, 13 settembre - 10 ottobre 1975, n. 28

    Stato di conservazione. Supporto: 90%
    Stato di conservazione. Superficie: 90%

    Come annota Cinzia Virno nel catalogo ragionato dedicato all'artista, l'opera «ritrae il pittore ed esploratore lombardo Guido Boggiani, amico e "factotum" di Mancini, che lo sostiene economicamente e lo aiuta ad esporre le sue opere nel nord Italia. Mancini esegue per lui anche il dipinto noto come Pastorello in ciocie della Collezione Frugone a Genova (cat. 329). In una lettera scritta da Boggiani stesso a Mancini da Stresa il 30 giugno 1884, questo gli chiede un suo ritratto «non in cambio del denaro prestato ... ma del tratto di amicizia che ho adoperato verso di te mandandoti quel denaro, del quale tu non ti devi dare alcun pensiero». Il ritratto di Boggiani fu realizzato anni dopo, con il modello dal vero. Fa riferimento a questo ritratto anche un'altra lettera conservata nell'archivio Mancini. È scritta dalla sorella Emiliana da Sanremo, il 27 marzo 1903 - quando Boggiani è morto da un anno - ad un ignoto destinatario che gliene chiede informazioni: «Egregio Signore / Ho ricevuto ... la di Lei lettera e mi fanno premura di risponderla subito, dicendole che per parte mia non ho mai saputo che il pittore Mancini avesse fatto un ritratto del mio povero fratello Guido Boggiani. Non posso dunque dirle dove si trova questo quadro perché non ho mai saputo che esistesse. La di Lei lettera l'ho subito mandata a mio fratello il Capitano Oliviero Boggiani che è di guarnigione a Novi Ligure... e forse lui potrà informarla meglio di me». L'opera ricompare sul mercato negli anni Sessanta del Novecento e alla mostra mercato internazionale a Palazzo Strozzi a Firenze, nel 1961». La datazione al 1894, come le altre indicazioni poste al verso della tela, non appare autografa (comunicazione di Cinzia Virno del 22 maggio 2021).

    Tra il 1894 e il 1895 Boggiani giunge a Roma prima di partire per la Grecia, tra il 12 luglio e il 16 settembre 1895, sullo yacht Fantasia del poeta e giornalista Edoardo Scarfoglio, insieme a D'Annunzio e al suo traduttore Georges Herélle. Viene allora pubblicato, negli Atti della Reale Accademia dei Lincei, (Serie V, vol. III) il Vocabolario dell'idioma Guanà, in cui Boggiani riporta e corregge anche vocaboli raccolti dagli esploratori che lo avevano preceduto. Sempre a Roma, escono sul Bollettino della Società Geografica Italiana (Roma, anno XXIX, vol. XXXII, serie III, vol. VIII), i contributi Delimitazione dei confini fra il Paraguay e la Bolivia e Gli indiani Cainguà dell'Alto Paranà (Misiones), nonché, per i tipi di Loscher il suo lavoro principale, Viaggi di un artista nell'America Meridionale. I Caduvei (Mbayà o Cuaicurù). I passaggi romani sono testimoniati anche da almeno due suoi dipinti, Ulivi a Tivoli e Campagna romana (Leigheb 1986, catt. 63 e 66). E proprio nella Città eterna, con ogni probabilità Mancini lo ritrasse.

    All'esploratore sono dedicate, ad Asuncion, in Paraguay, la strada principale ed il Museo Arqueológico y Etnográfico Guido Boggiani.

    Ringraziamo Cinzia Virno per il supporto dato alla catalogazione dell'opera.

  • Henri de Toulouse-Lautrec (1864 - 1901) 
Quattro studi di cane (recto); due studi del muso di un cane e due studi di orso (verso), 1877-1884
    Lot 332

    Henri de Toulouse-Lautrec (1864 - 1901)
    Quattro studi di cane (recto); due studi del muso di un cane e due studi di orso (verso), 1877-1884
    Matita su carta preparata
    15,9 x 25,7 cm
    Altre iscrizioni: recenti, a matita, “70bis” (al recto) e “89bis” e “80b” (al verso)
    Provenienza: collezione privata, Francia; Alain Brun, Pessac, Francia (almeno fino al 16.12.2019); Christie’s, Parigi, 19.04.2021 (lotto 261)
    Certificati: dichiarazione del Comité Toulouse-Lautrec, 16.12.2019, relativa all’intero quaderno (in copia anastatica) e foto certificato con timbro a secco del Comité Toulouse-Lautrec, 16.12.2019, relativa al disegno (in originale)
    Stato di conservazione. Supporto: poche lievi pieghe, fioriture trattate, poche macchie (85%)
    Stato di conservazione. Superficie: carta notevolmente scurita a causa della esposizione alla luce (70%)

    Il foglio, disegnato su entrambi i lati e proveniente da un carnet che sarà pubblicato nel prossimo supplemento al Catalogo ragionato dell’artista, appartiene alla produzione giovanile di Henri de Toulouse-Lautrec. Il modo in cui è trattata la anatomia degli animali si lascia bene confrontare con molti disegni di analogo soggetto catalogati da Madeleine Grillaert Dortu, per esempio D630 (“Caccia all’orso”, 1877), D1547 e D1548 (“Cani”, 1880 ca.); D1750 (“Muso di cane”, 1880 ca.). Più nel dettaglio, le differenze di stile nel disegno dell’orso e nei disegni dei cani (a latere di quello guizzante, molto stilizzato) fanno pensare che il foglio contenga appunti grafici un po’ distanziati nel tempo, in parte disegnati dal vero (i cani) e in parte d’invenzione (l’orso, forse immaginandone il movimento a partire da una fotografia). Tra gli schizzi dedicati ai cani, si distinguono due profili coerenti con il cane pezzato che Toulouse-Lautrec aveva da ragazzo, riprodotto in una foto databile al 1877 (Dortu, Catalogue raisonné de l'oeuvre de Toulouse-Lautrec, New York, 1971, vol. I, p. 93, ill. 132). Anche il secondo cane – però solo nel muso – rassomiglia ad un cane amato dall’artista, rappresentato già avanti negli anni in una foto del 1884 (Dortu 1971, vol. I, p. 94, ill. 140) e in una foto più tarda, qui riprodotta in paragone al disegno.
    La capacità di comunicazione di Toulouse-Lautrec – il cui genio è culminato nei celebri manifesti – risalta anche in questo lavoro giovanile, al punto che l’azienda Fine Art America lo ha impiegato in una serie di progetti di design per borse, agende, copertine di cellulari, maglie etc (qui visibili tra le foto di paragone), soprattutto riprendendo l’immagine del cane a figura intera. Per la forza e la simpatia che sprigiona, il disegno, dalla sua comparsa nel 2021, è rapidamente diventato popolare anche nelle fototeche on line specializzate in arte (per esempio, https://artvee.com/dl/etudes-de-chiens/).

  • Guglielmo Ciardi (1842 - 1917) 
L'aratura (Il lavoro nei campi), 1872 circa
    Lot 333

    Guglielmo Ciardi (1842 - 1917)
    L'aratura (Il lavoro nei campi), 1872 circa
    Olio su tela
    44 x 95 cm
    Firma: in basso a sinistra, "Ciardi"
    Elementi distintivi: al verso della cornice, "CIARDI in pennarello
    Provenienza: collezione privata, Biella
    Bibliografia: Maria e Francesco Pospisil, “Guglielmo Ciardi”, Firenze, 1946, tav. 45; Giuseppe L. Marini, a cura di, “Il valore dei dipinti italiani dell'Ottocento e del primo Novecento”, Torino, 1999, p. 205; “Ottocento. Catalogo dell'arte italiana dell'Ottocento”, n. 28, Milano, 1999, p. 118; Giuseppe Pavanello, “Venezia: dall'età neoclassica alla ‘scuola del vero’”, in G. Pavanello, a cura di, “La pittura nel Veneto. L'Ottocento”, I, Milano, 2002, p. 77, fig. 118; Nico Stringa, “Guglielmo Ciardi. Catalogo generale dei dipinti”, Crocetta del Montello, 2007, p. 291, n. 368; Stefano Bosi, scheda in Enzo Savoia, Stefano Bosi, a cura di, “I Maestri del Colore. Arte a Venezia nell'800”, catalogo della mostra, Milano, 2017, pp. 36-39, 161
    Esposizioni: “I Maestri del Colore. Arte a Venezia nell'800”, Milano, Galleria Bottegantica, 2017
    Stato di conservazione. Supporto: 85% (rintelo e rintelaiatura)
    Stato di conservazione. Superficie: 80% (cadute di colore e ritocchi)

    La formazione di Guglielmo Ciardi è segnata dall’alunnato presso l’Accademia di belle arti di Venezia sotto la guida di Domenico Bresolin, rinnovatore del paesaggismo veneto, e dal viaggio di perfezionamento nel 1868 a Firenze, Roma e Napoli, che gli permette di conoscere la pittura di Fattori, Signorini, Costa, Palizzi e Morelli. Alla lezione del “vero” appaiono ispirate le opere della prima maturità dell’artista realizzate tra il 1868 e il 1869 tra il Canale della Giudecca e la campagna trevigiana. Come indicato da Nico Stringa, l’artista volta le spalle alla città edificata per «imboccare la strada di un completo e quasi disarmato colloquio con la “nuda” natura, abbassando al minimo gli elementi narrativi e descrittivi (e decorativi) e le conseguenti potenzialità cromatiche, aprendo la strada a un approccio sintetico» (Nico Stringa, “Guglielmo Ciardi: l’istinto del vero”, in Nico Stringa, “Guglielmo Ciardi. Catalogo generale”, cit., pp. 27-45, p. 37-38). Nei primi anni Settanta i paesaggi lagunari e campestri sono popolati da pescatori e contadini, raffigurati senza retorica all’interno dell’ambiente naturale, che diviene il protagonista assoluto. Appartiene alla serie delle vedute campestri realizzate in questo periodo “L’aratura”, una tela dal caratteristico formato allungato della tradizione macchiaiola. Si tratta di un dipinto di delicato equilibrio, perfettamente bipartito dalla linea dell’orizzonte e costruito sul contrasto tra i toni caldi e terrosi della parte inferiore e i toni freddi di quella superiore. Il bianco e l’azzurro descrivono le variazioni di luce del cielo corrusco di rade nubi e la neve sulla cima dei monti lontani. La scena si svolge alla fine dell’autunno: due uomini completano l’attività dell’aratura, mentre due donne sono pronte alla semina. Si tratta di figure impersonali, ritratte di spalle o di profilo, dai volti irriconoscibili. Ciò che conta è, infatti, il bilanciato e sereno rapporto tra la natura e le attività umane. La pacata gestualità delle figure assume una dimensione mitica, in analogia con la contemporanea pittura dei campi francese da Millet a Breton.

    Teresa Sacchi Lodispoto

  • Ludovico Carracci (1555 - 1619) , attribuito a
Erminia e i pastori, 1592-1593 ca.
    Lot 334

    Ludovico Carracci (1555 - 1619) , attribuito a
    Erminia e i pastori, 1592-1593 ca.
    Olio su tela
    93,5 x 132,5 cm
    Elementi distintivi: al verso, inventario d'asta "RV551" in stencil
    Provenienza: Osuna Gallery, Washington; Christie's, 24 aprile 1998, l. 141 (Ludovico Carracci); collezione privata
    Bibliografia: D. Steven Pepper, "Ludovico Carracci: A new sequence of his works and additions to his catalogue", in «Accademia Clementina. Atti e memorie», Nuova serie, XXXIII-XXXIV, 1994, pp. 63-64, appendice II, tavola IV (pubblicazione revisionata da Andrea Emiliani e Denis Mahon) ("Ludovico Carracci"); Denis Mahon, "Quando conobbi Guercino", "Quadri & Sculture", Roma, gennaio-febbraio 1999, n. 4, anno VII, pp. 32-35, ill. ("Ludovico Carracci"); Carlo Giantomassi e Donatella Zari, "Tasso a colori. I dati del restauro di un capolavoro giovanile di Ludovico Carracci che rappresenta un episodio della Gerusalemme liberata", in Quadri e Sculture, anno IX, n. 37, Roma, 2001, pp. 34-37, ill (Ludovico Carracci); Alessandro Brogi, "Ludovico Carracci", 2 voll, Ozzano Emilia, 2001, R18, p. 256.
    Stato di conservazione. Supporto: 80% (rintelo, forse a seguito di uno o due sfondamenti risarciti)
    Stato di conservazione. Superficie: 70% (numerose cadute, svelature e ridipinture distribuite in particolare nella selva, ma anche sui personaggi)

    Il dipinto, in prestito alla Pinacoteca Nazionale di Bologna dal 1999 al 2014, rappresenta "Erminia tra i pastori", un tema caro a Ludovico Carracci, mutuato dal libro VII, ottave 1-22, della "Gerusalemme liberata" di Torquato Tasso. Dopo aver assistito al duello fra Tancredi e Argante dalle mura di Gerusalemme, la principessa Erminia, segretamente e infelicemente innamorata del guerriero cristiano, esce dalla città con indosso l'armatura di Clorinda, nel tentativo di recarsi al campo crociato per curare il suo amato, ma viene avvistata dalle sentinelle e messa in fuga, mentre Tancredi la insegue credendo che si tratti della donna da lui amata. Dopo una fuga precipitosa che ricorda in parte quella di Angelica nel "Furioso", Erminia raggiunge un villaggio abitato da pastori, uno spazio idilliaco, dove viene ospitata per qualche tempo nella speranza di dimenticare il suo amore infelice. La scena rappresentata da Carracci nella nostra tela è, in particolare, descritta, nelle ottave 6-8:

    Risorge, e là s'indirizza a passi lenti
    e vede un un uomo canuto a l'ombre amene
    tesser fiscelle a la sua greggia a canto
    ed ascoltar di tre fanciulli il canto.

    Vedendo quivi comparir repente
    l’insolite arme, sbigottír costoro;
    ma li saluta Erminia e dolcemente
    gli affida, e gli occhi scopre e i bei crin d’oro:
    «Seguite,» dice «aventurosa gente
    al Ciel diletta, il bel vostro lavoro,
    ché non portano già guerra quest’armi
    a l’opre vostre, a i vostri dolci carmi.»

    Soggiunse poscia: «O padre, or che d’intorno
    d’alto incendio di guerra arde il paese,
    come qui state in placido soggiorno
    senza temer le militari offese?»
    «Figlio,» ei rispose «d’ogni oltraggio e scorno
    la mia famiglia e la mia greggia illese
    sempre qui fur, né strepito di Marte
    ancor turbò questa remota parte.

    La versione in asta, pubblicata per la prima volta da Steven Pepper nel 1994, venne confermata autografa separatamente da Denis Mahon, Andrea Finaldi, Andrea Emiliani e Yadranka Bentini, con visione dal vero, nonostante lo stato conservativo apparentemente precario, mentre incontrò, nel 1998, il parere negativo di Babette Bohn, espresso sulla base dell'immagine pubblicata in Pepper 1994 (comunicazioni orali). Nel 1998-1999 è stata sottoposta ad un accurato intervento di restauro da parte di Carlo Giantomassi e Donatella Zari che è riuscito a restituire la magistrale qualità dell'anziano pastore. Nel restauro è inoltre emerso che il dipinto non è finito: «La stesura pittorica è particolarmente interessante perché si tratta di un dipinto non finito: la tecnica esecutiva e la successione delle stesure sono per questo motivo percepibili più facilmente: in particolare, del dipinto sono compiutamente realizzati il cielo con le sue nuvole corpose, gran parte del paesaggio, gli alberi e erbe in primo piano. La figura di Erminia è completata in gran parte così come il pastore in primo piano; mancano alcune finiture nei pastori in secondo piano appoggiati a massi che sono ancora al primo stato di abbozzo. Il gregge è delineato da vivide pennellate bianche, le cascatelle e i riverberi dell'acqua nel fiume sono appena accennati con colori limpidissimi. Le figure sono costruite con lievi linee chiaroscurali, di colore bruno che disegnano le parti in ombra ed i panneggi; immediatamente successiva è la delineazione delle parti in luce degli incarnati, dipinti con pennellate corpose che creano rilievi materici nelle sovrammissioni, mentre le ombre affiorano appena dalla preparazione, che assume una precisa valenza pittorica. I colori usati sono bianco e giallo di piombo, nero avorio, terre ed ocre, cinabro, lapislazzuli, azzurrite e bruni trasparenti. [...] La preparazione ad olio, bruno rossiccia, contenente bolo, è quella tipicamente usata dai pittori emiliani alla fine del cinquecento e nei primi anni del seicento, stesa a pennello in strato abbastanza sottile, lascia leggermente in evidenza la trama della tela» (Giantomassi-Zari 2001, pp. 35-36). Ha trovato altresì conferma un danno alla superficie pittorica, da ascriversi principalmente alle due foderature subite dalla tela, di cui la prima «con colla di pasta senza aver prima adeguatamente impermeabilizzato la preparazione ha prodotto rigonfiamenti e cadute di colore localizzati soprattutto sul gruppi di alberi sulla destra e lungo i bordi» mentre a seguito della seconda, che «non consolidava adeguatamente lo strato pittorico, che di conseguenza, appariva corrugato e viziato da sollevamenti e piegature; la superficie era quasi totalmente sfigurata da vernici ossidate, recenti ridipinture e grossolane stuccature» (Giantomassi-Zari 2001, p. 37).
    Un'altra versione di questo soggetto, di minori dimensioni e più aulica, datata al 1603, ma riferita da parte della critica a Francesco Brizio per ragioni di stile e di iconografia(Clovis Whitflied, comunicazione del 4 ottobre 2004; Alessandro Brogi, "Francesco Brizio: il “paesare di penna” e altre cose", in «Studi di Storia dell’Arte», IV, 1993, pp. 85-127, pp. 90-91; Alessandro Brogi, "Ludovico Carracci (1555-1619), Bologna, 2 voll, 2001, vol. 1, pp. 255-256, R16 e pp. 285-286, P37; Alessandro Brogi, "Ludovico Carracci. Addenda", in "Nuovi Diari di lavoro", n. 2, 2016, Bologna, p. 52; ), è conservata presso il Real Palacio de la Granja de San Ildefonso, in Spagna. Questa versione è stata messa in relazione con la committenza da parte di Giovanni Battista Agucchi. «Monsignor Agucchi aveva letto con attenzione il Tasso, ed era rimasto particolarmente colpito da alcuni episodi, come quello di Erminia che arriva tra i pastori, ed il contrasto tra locus terribilis e locus amoenus che vi si verifica. Vi trovava una corrispondenza con la sua situazione, che il prelato descrive in numerose lettere, di permanenza travagliata e quasi forzata nella corte, mentre la sua inclinazione personale era verso la quiete e la contemplazione. Così Giovanni Battista Agucchi commissiona una sua impresa dipinta, con tema Erminia tra i pastori, a Ludovico Carracci, durante il breve soggiorno a Roma di questo alla fine della primavera del 1602. Agucchi invierà al pittore anche il programma iconografico preciso, intitolato Impresa per dipingere la storia di Erminia, capace di esprimere anche il «sentimento» del suo anelito di cambiamento a una vita maggiormente contemplativa. Ludovico non esiterà a interpretare in modo maturo le richieste del committente, aggiungendo un carattere di «conversione filosofica» alla scena». (Daniela Silvana Astro, "Anticipazioni della Poetica degli Affetti di Pomponio Torelli nel pensiero di Torquato Tasso", in Bollettino Telematico dell'Arte, 19 Novembre 2018, n. 858).
    Alessandro Brogi - che non ha visto il dipinto dopo il restauro - non concorda con l'attribuzione a Carracci neppure della tela in esame, «senza mezzi termini» [...] «prodotto di tutt'altra area culturale. Dalle tipologie figurali alla luminosità della tavolozza, tutto rimanda inequivocabilmente ad un artista attivo a Roma nel pieno Seicento, toccato dagli esiti della cosiddetta corrente neoveneta cui fanno capo, per fare alcuni nomi - il giovane Poussin, Pier Francesco Mola, Pietro Testa e altri» (Brogi, 2001, I, p. 256).
    In realtà, la costruzione dell'orizzonte richiama, per esempio, l'affresco con Simone imprigionato dipinto da Ludovico a Palazzo Fava, o, pur nella più chiara cromia, il suo "Martirio di Sant'Orsola e san Leonardo" conservato alla Pinacoteca Nazionale di Bologna; la figura del pastore ricorda le figure di anziani della Adorazione dei Magi già nella chiesa di San Bartolomeo di Reno, a Bologna, databile alla metà degli anni ottanta degli Cinquecento; le figure di secondo piano, pur svelate, richiamano, per il forte contrasto chiaroscurale dei volti, quelle del "Martirio di Sant'Orsola e delle compagne" (Imola, Chiesa dei Santi Nicola e Domenico).
    Suggestivi sono anche i richiami ad un altro bolognese, Lorenzo Garbieri (1580–1654), detto il "nipote dei Caracci", allievo di Ludovico, che la tela in esame ricorda per la resa del bosco, l'orizzonte e, in modo limitato a causa delle svelature, le fisionomie (per esempio, "San Paolo Eremita e sant'Antonio Abate", già Amburgo, collezione Scholz-Forni, in Brogi, 2001, I, R52, e II, cat. 289), che pure sembra complessivamente più legnoso e rigido.

  • Valerico Laccetti (1836 - 1909) 
Paesaggio con pecore, 1875 circa
    Lot 335

    Valerico Laccetti (1836 - 1909)
    Paesaggio con pecore, 1875 circa
    Olio su tela
    136,5 x 199,4 cm
    Firma: “Laccetti” al recto
    Provenienza: collezione privata, Pallanza; Banca Popolare di Intra (fino al 2010); Veneto Banca SpA in LCA
    Stato di conservazione. Supporto: 60% (quattro lacerazioni ricomposte, un piccolo sfondamento centrale, gore)
    Stato di conservazione. Superficie: 80% (cadute di colore, craquelures)

    Formatosi tra lo studio del cugino Filippo Palizzi e l'Istituto di Belle Arti di Napoli, Valerico Laccetti si afferma negli anni Sessanta dell'Ottocento come valente pittore di paesaggi, scene campestri e animali sulla scia del verismo analitico dei fratelli Palizzi, esponendo con successo nelle principali mostre nazionali, soprattutto a Roma, dove dal 1863 stabilisce lo studio, e a Napoli. Seguendo le orme di Giuseppe Palizzi soggiorna in Francia e visita Fontainebleau probabilmente nel 1870, come si evince dall'opera Souvenir de Fontainebleau, esposta alla Promotrice napoletana dello stesso anno. A questo primo viaggio ne seguiranno altri nello stesso decennio, forse nel 1872 – la scarsa e lacunosa bibliografia sull'artista riporta in quest'anno una permanenza di sette mesi, con frequentazione dello studio di Giuseppe Palizzi - e poi in occasione della sua partecipazione ai Salon del 1874 e del 1875, segno di un rapporto ben affermato con gli ambienti artistici francesi. È proprio nell'orbita dell'esperienza dei Palizzi e dei realismo en plein air della scuola di Barbizon che va collocata l'opera in oggetto, sicuramente un quadro da esposizione, come suggeriscono le dimensioni ragguardevoli. L'opera raffigura infatti un gruppo di pecore di fronte a una radura di alberi con ampie fronde che si stagliano contro un cielo grigio, una combinazione quindi tra quadro di paesaggio e quadro di animali secondo una formula già sperimentata dai fratelli Palizzi proprio sull'eco di artisti come Constant Troyon e Rosa Bonheur, a loro volta attenti alle lezione degli olandesi del Seicento. Il paesaggio maestoso, con l'imponente quercia dal tronco nodoso al centro della tela, sembra chiaramente evocare l'imponente e incontaminato complesso boschivo della foresta di Fontainebleau, meta privilegiata dei barbizonniers. Ai pittori francesi rimanda anche la maniera larga e pastosa con la quale Laccetti costruisce gli elementi del rigoglioso contesto naturale indagando il filtrare della luce tra le fronde e i vapori dell'atmosfera.
    Notevole l'impaginazione compositiva, con la staccionata in diagonale che accentua la fuga prospettica al cui centro sono le pecore e la quercia, espediente per accentuare lo scarto dimensionale tra il piccolo gregge e il paesaggio amplificandone le dimensioni e il respiro.
    Molti anni dopo Laccetti riutilizzerà il contesto naturale di quest'opera come sfondo per Christus vincit!, esposto nel 1891 all'Esposizione di belle arti di Roma. Il dipinto, disperso e noto solo da riproduzioni (Beniamino Costantini, Un pittore poeta Valerico Laccetti, in Rivista abruzzese di scienze, lettere ed arti, XXV (1910), 5-6, pp. 279-296, ripr. p. n. n.), mostra il nuovo corso che l'arte di Laccetti aveva preso dall'inizio degli anni Ottanta quando, ponendo in secondo piano la pittura di paesaggio, l'artista abruzzese aveva iniziato a cimentarsi in impegnativi dipinti storico-religiosi. Il primo era stato Christus imperat! (Chieti, Consiglio provinciale), che, dopo una gestazione di quattro anni, era stato presentato con successo nell'Esposizione nazionale di belle arti di Roma del 1883. L'opera, di grandi dimensioni e ispirata al verismo storico di Domenico Morelli, celebrava la vittoria del cristianesimo sul paganesimo. Al tema del perdono era invece dedicato Christus vincit!, con il passaggio di un gruppo di suore accanto a una donna in lacrime, forse una peccatrice, accovacciata ai piedi di un crocifisso, lungo un sentiero costeggiante un bosco. Il paesaggio incontaminato degli anni Settanta diventava così in quest'ultimo dipinto uno scenario abitato dall'uomo, con modifiche sostanziali di evidente natura simbolica (la chiesa sullo sfondo, la lampada appesa all'albero, il serpente che contempla la scena avvolto intorno al palo della staccionata).

    Sabrina Spinazzè

  • Edgardo Mannucci (1904 - 1986) 
Idea n. 4, 1972
    Lot 336

    Edgardo Mannucci (1904 - 1986)
    Idea n. 4, 1972
    Lastra di rame ricoperto con saldatura di ottone e filo di ottone, saldati, e vetro di murano
    274 x 113 x 130 cm (scultura)
    68 x 73 x 68 cm (basamento)
    Elementi distintivi: targa, distaccata, con dati dell'opera

    Provenienza: lo studio dell'artista; Veneto Banca SpA in LCA
    Bibliografia: Biennale di Venezia, 1972, cat. 47, ill. 11
    Bruxelles, 1973, cat. 47, ill. 47, p. 65
    Fano, 1974 (ill. con titolo e data erronei: "idea n. 18" e "1973)
    Jesi, 1974 (ill.)
    "Arte Nuova Oggi", 1974, ill., p. 14
    E. Crispolti, a cura di, "Materia e spazio: la «poetica» di Mannucci", pp. 7, 8, 22, 1979
    E. Crispolti, "Materia, Energia, Spazio: Edgardo Mannucci, un scultore postatomico", Macerata, 1981, p. 11, p. 99 (ill.)
    L. Venturi, scheda dell'opera, in Crispolti 1981, pp. 160, 163-164
    V. Volpini, "Mannucci", Fabriano, 1982, tavola f.t.
    "L'oro delle Marche, con un omaggio a Mannucci", Fano, 1984 (ill.)
    Gubbio 1984, p. 35 (ill.)
    "Edgardo Mannucci. Ori e sculture", Palazzo Collicola, Spoleto, 1986, ill
    "Edgardo Mannucci", Atelier Arco Amoroso, Ancona, 1990
    E. Crispolti, a cura di, "Edgardo Mannucci. Anni Trenta-Ottanta", Roma, 1991, cat. IV A 6, p. 45 (ill.)
    E. Crispolti, a cura di, "Mannucci e il novecento", Cinisello Balsamo, 2005, cat. 21
    Esposizioni: Biennale di Venezia, 1972 (su invito di Giuseppe Marchiori)
    Bruxelles, 1973
    Fano, 1974 ill.
    Jesi, 1974
    Valeri Volpini, a cura di, "Mannucci", Chiostro del Buon Gesù, Fabriano, 1982
    "L'oro delle Marche, con un omaggio a Mannucci", Chiesa di San Domenico, Fano, 1984
    Gubbio, 1984
    "Edgardo Mannucci. Ori e sculture", Palazzo Collicola, Spoleto, 1986
    "Edgardo Mannucci", Atelier Arco Amoroso, Ancona, 1990
    Enrico Crispolti, a cura di, "Edgardo Mannucci. Anni Trenta-Ottanta", Palazzo Braschi, Roma, 7 maggio - 2 giugno 1991

    Stato di conservazione. Supporto: 90%
    Stato di conservazione. Superficie: 90% (ossidazioni)

    «L'elica/ala è un estensione del movimento spiraliforme, ad un livello che già coinvolge del tutto l'elemento materico, cioè non v'è più dibattito fra segno dell'energia e segno dell'inerzia, ma l'energia ha coinvolto questa, e tutta la materia si distende nella grande ala ruotante in vortice, molto spettacolare, come in opere capitali quali "Opera n. 8", 1954, e "Idea n. 4", 1972» (Enrico Crispolti, in Crispolti 1981, p. 11).
    «"Idea n. 4", 1972, ripropone il tema mannucciano dell'ala, ora ravvolta in uno spazio spiralico, segnata da asole, alcune della quali con grandi gemme vitree colorate, e con un principio di avvolgimento e traiettoria spiralica ampia, a filo, che sale dalla base, un altro nucleo vitreo, rosso, generatore. "Idea n. 4", è particolarmente preziosa nel rapporto dei metalli, rame e ottone, sapientemente trattati brano a brano, e nelle presenze cromatiche vitree, assai sensibili, come del resto in "Idea n. 2". La preziosità è ora un tratto predominante nelle nuove sculture di Mannucci, si esibisce quasi prepotentemente, a volta quasi eccessiva per chi amava certi suoi più sottili silenzi. Ma non è che uno sviluppo coerente del suo pensiero plastico. Non è infatti una preziosità esteriore, decorativa, è un aspetto della crescita energetica della materia, un clamoroso affermarsi, in termini quasi di splendore, arcaici, antichi anch'essi come le testimonianze micenee o italiche; esaltante ora al di là del relittuale, in una crescita fascinosa, a suo modo barbarica, come è sempre la esibizione aurea clamorosa e l'incastonatura un po' sfacciata della pietra preziosa» (Lionello Venturi, in Crispolti 1981, p. 160).
    La scultura è tuttora posizionata presso la sede di Intesa San Paolo in Via Don G. Riganelli 36 a Fabriano, già sede di Veneto Banca e prima della Cassa di Risparmio di Fabriano e Cupramontana. La rimozione della scultura - sia sul piano amministrativo sia sul piano operativo - è a carico dell'acquirente.

  • Guglielmo Ciardi (1842 - 1917) 
Lungo il viale, 1875 ca.
    Lot 337

    Guglielmo Ciardi (1842 - 1917)
    Lungo il viale, 1875 ca.
    Olio su cartone
    29,5 x 40,5 cm
    Firma: "Ciardi" al recto
    Bibliografia: Tiziano Panconi, “Telemaco Signorini. Catalogo generale ragionato”, Pistoia 2019, p. 87, n. 94
    Stato di conservazione. Supporto: 90%
    Stato di conservazione. Superficie: 85% (ritocchi e vernice opacizzate, anche nell'area della figura)

  • Mattia Moreni (1920 - 1999) 
La Signora Santunione rompe e rirompe per avere un riordino, 1981
    Lot 338

    Mattia Moreni (1920 - 1999)
    La Signora Santunione rompe e rirompe per avere un riordino, 1981
    Olio su tela
    134,8 x 104,6 cm
    Firma: al recto, "Mattia Moreni, Montecarlo"
    Data: al recto, "21 Nov 1981"
    Provenienza: Adria Gialdini Santunione, Pianoro, Bologna (fino al 2014)
    Stato di conservazione. Supporto: 90%
    Stato di conservazione. Superficie: 90%

    Il dipinto proviene dalla raccolta di Adria Gialdini Santunione, celebre restauratrice bolognese, attiva anche in favore di Mattia Moreni. Moreni allude al mestiere della Santunione, di cui era amico, nella dedica che fa anche da titolo all'opera.

  • Luigi Nono (1850 - 1918) 
Il bimbo malato, 1885
    Lot 339

    Luigi Nono (1850 - 1918)
    Il bimbo malato, 1885
    Olio su tela
    100 x 144 cm
    Firma: in basso a sinistra, "L. Nono"
    Data: in basso a sinistra, "1885"

    Elementi distintivi: etichetta d'asta, "BO WILDENSTAM Ateljé ALFRED NILSON"; seconda etichetta recente, con indicazioni dell'opera
    Provenienza: Wildenstam, Stoccolma, 10 giugno1964, lotto 23875; Bukowskis, Stoccolma, 14.06.2011, lotto 232
    Bibliografia: Paolo Serafini, “Il pittore Luigi Nono (1850-1918). Catalogo ragionato dei dipinti e dei disegni”, II, Torino, 2006, p. 110-111, n. 356; Paolo Serafini, a cura di, “Luigi Nono 1850-1918: Capolavori ritrovati e importanti opere inedite”, catalogo della mostra, Enrico Gallerie d’Arte, Milano, 2012, p. 24, n. 2; Alessio Geretti, Serenella Castri, a cura di, “I bambini e il cielo”, catalogo della mostra, Torino, 2012, p. 265, n. 77; Sergej O. Androsov, Paolo Serafini, a cura di, “Dialogo sulla Misericordia. Dal Seicento all’Ottocento”, catalogo della mostra, Roma 2016, p. 96; Angelo Enrico, Elisabetta Staudacher, a cura di, “La Venezia di Ciardi e Favretto. Il silenzio della laguna e le ciacole della città”, Milano, 2017, p. 117, tav. 11
    Esposizioni: “Luigi Nono 1850-1918: Capolavori ritrovati e importanti opere inedite”, Milano, Enrico Gallerie d’Arte, 2012; “I bambini e il cielo”, Illegio, Casa delle Esposizioni, 2012; “Dialogo sulla Misericordia. Dal Seicento all’Ottocento”, Roma, Musei di San Salvatore in Lauro, 2016; “La Venezia di Ciardi e Favretto. Il silenzio della laguna e le ciacole della città”, Modena, Modenafiere, 2017

    Vincoli: Il dipinto è dotato di libera circolazioneStato di conservazione. Supporto: 90%
    Stato di conservazione. Superficie: 80% (numerose piccole cadute di colore e integrazioni sull'intera superficie del dipinto)

    Ultima di una serie di opere ambientate nello stesso casolare, quasi a costituire fasi distinte di un’unica narrazione, è “Il bimbo malato,” realizzata da Luigi Nono nel 1885 dopo il successo di “Refugium peccatorum”, che presentato nel 1883 all’Esposizione internazionale di Roma l’aveva consacrato insieme a Giacomo Favretto come rinnovatore della scuola pittorica veneziana. Gli interni domestici con bambini e scene familiari del biedermeier lombardo dei fratelli Induno costituiscono una fonte di ispirazione per analoghi soggetti trattati da Nono già negli anni Settanta, come ad esempio “La convalescenza” del 1874. Del 1881 sono “La povera madre” e “Morte del pulcino”, ambientata nella cesta sotto il letto che domina la composizione maggiore, e il dipinto “Vice mamma” del 1882. È, tuttavia, con “Il bimbo malato”, che l’artista affronta con piena maturità il soggetto in un’opera di impegno e di grandi dimensioni, per lungo tempo nota solo attraverso un disegno preparatorio. Ricomparso sul mercato solo nel 2012, il dipinto costituisce una fondamentale aggiunta al catalogo dell’artista. Come ricostruito da Paolo Serafini il concepimento progettuale di queste opere fu lungo e meditato attraverso studi grafici e fotografici, a partire da una piccola versione su tavola del 1876, preceduta da quattro studi preparatori e caratterizzata dalla figura della sorellina ai piedi del letto. Rispetto a “Vice mamma”, Nono utilizza una tavolozza dai toni ribassati per concentrare l’attenzione sul giaciglio e sull’abbraccio tra la giovane madre e il figlio. L’incarnato rosato del bambino si fa livido, mentre l’allegra nidiata di pulcini è ridotta a due soli piccoli che becchettano mestamente. Alla metà degli anni Ottanta l’artista perviene, dunque, «a una perfetta identificazione tra verismo e viva e commossa partecipazione umana», dimostrando «una sensibile partecipazione […] a quella poetica degli affetti famigliari centrale nelle correnti del verismo letterario e artistico del trentennio post-unitario» (Stella Seitun, “Luigi Nono. Interprete dell’intimità familiare,” in “La Venezia di Ciardi e Favretto”, cit., p. 47). “Il bambino malato” venne replicato con piccole varianti nel 1896 in un dipinto noto da una riproduzione sul catalogo dell’Esposizione di Monaco dello stesso anno.

    Teresa Sacchi Lodispoto

  • Rubens Santoro (1859 - 1941) 
Venezia  - Squero di San Trovaso
    Lot 340

    Rubens Santoro (1859 - 1941)
    Venezia - Squero di San Trovaso
    Olio su tela
    23,7 x 37,2 cm
    Firma: in basso a sinistra, “Rubens Santoro”
    Elementi distintivi: sulla cornice, a matita, numero di inventario "7074A", forse apposto negli Stati Uniti; sul retro della cornice, segni di passaggi d'asta a gesso bianco
    Stato di conservazione. Supporto: 80% (reintelo)
    Stato di conservazione. Superficie: 90% (ridotte cadute e ritocchi; tracce di vernice protettiva)

    Calabrese di nascita, Rubens Santoro si forma all’Istituto di belle arti di Napoli sotto la guida di Domenico Morelli, assimilando la lezione di Filippo Palizzi, ma anche di Mariano Fortuny presente nel 1874 nella città partenopea. Dopo aver venduto alcuni dipinti nel 1873 all’influente mercante parigino Frédéric Reitlinger, dal 1875 è legato ad Adolphe Goupil, che a Napoli faceva incetta di vedute e temi di genere particolarmente apprezzati dal mercato internazionale, come attestano le sue opere conservate in pubbliche istituzioni italiane ed estere (Baltimora, Art Museum; Manchester, Art Gallery; Torino, Museo Civico, Reggio Calabria, Museo Nazionale). Torre Annunziata, Castellammare di Stabia, Procida, Amalfi, Capri e Resina sono i soggetti di questi anni realizzati con una pennellata veloce e un tocco virtuoso di matrice fortuniana. Risalgono agli anni Ottanta dell’Ottocento i primi soggetti veneziani, replicati con grande successo per oltre un ventennio e inviati a importanti esposizioni e alle gallerie parigine Goupil e Chaine & Simonson. Come notato da Isabella Valente, l’artista si concentra sulla Venezia minore dei Ciardi, di Favretto e di Nono. La laguna gli permette, così come il Golfo di Napoli, «incantevoli giochi di luce, di forti chiaroscuri, di atmosfere brillanti» (Isabella Valente, “’Dove il sole è così intenso da far male agli occhi’, Rubens Santoro e le scelte della luce”, in Tonino Sicoli, Isabella Valente, a cura di, “Rubens Santoro e i pittori della Provincia di Cosenza tra Otto e Novecento”, catalogo della mostra, Catanzaro, 2003, pp. 23-38, p. 28). Tra i luoghi più caratteristici ritratti in questi anni figura lo Squero di San Trovaso, uno dei più antichi e famosi “squeri”, i cantieri navali, che prendono il nome dalla squara utilizzata per costruire le imbarcazioni. Posto sull’omonimo rio de San Trovaso questo squero, risalente al Seicento, è uno dei pochi ancora oggi in funzione e viene utilizzato esclusivamente per le gondole. Le facciate delle case in legno, secondo uno stile più alpino che lagunare, sono dovute all’estro degli squerarioli molti originari del Cadore. In questo dipinto Santoro sostituisce con un cielo azzurro la chiesa dei Santi Gervasio e Protasio, che con il suo campanile nella realtà si erge alle spalle degli edifici in legno delle officine.

    Teresa Sacchi Lodispoto

  • Emma Ciardi (1879 - 1933) 
Paesaggio con sfilata di carrozze, 1903
    Lot 341

    Emma Ciardi (1879 - 1933)
    Paesaggio con sfilata di carrozze, 1903
    Olio su tela
    51,6 x 98,6 cm
    Firma: Firma, parzialmente leggibile al recto
    Data: Data, parzialmente leggibile, al recto
    Provenienza: Sotheby's, New York, 5.5.1999, lotto 347
    Stato di conservazione. Supporto: 80% (tela e telaio sostituiti)
    Stato di conservazione. Superficie: 90%

  • Renato Guttuso (1911 - 1987) 
Mario Valeri Manera
    Lot 342

    Renato Guttuso (1911 - 1987)
    Mario Valeri Manera
    Olio su tela
    80,1 x 70 cm
    Firma: "Guttuso"
    Data: "85"
    Elementi distintivi: al verso, etichetta della Banca Popolare di Asolo e Montebelluna con riferimento inventariale, e due altre etichette, di cui una, forse autografa di Guttuso, con riferimento al personaggio ritratto ("Valeri Manera")
    Provenienza: Banca Popolare di Asolo e Montebelluna; Veneto Banca SpA in LCA
    Stato di conservazione. Supporto: 95%
    Stato di conservazione. Superficie: 95%

    Guttuso ritrae Mario Valeri Manera (1921-2014), industriale, per un quarto di secolo presidente dell'Associazione industriali Venezia e della Camera di Commercio lagunare, grande amico delle arti e fondatore del premio Campiello.

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LA GIOIA A COLORI. VENETO BANCA ATTO II - I CAPOLAVORI

È, questa sezione, ad un tempo un viaggio di cinque secoli nell’arte europea e la parte terza e fondamentale dell’asta "La Gioia a Colori. Meraviglie Atto II", una strepitosa vendita con opere in parte dal patrimonio di Veneto Banca, in parte da altre prestigiose provenienze.

Si compone di 100 lotti qui sotto catalogati, tra i quali alcuni capolavori, come la inedita pala di Guido Reni, raffigurante “San Francesco in meditazione”, la straordinaria “Veduta di Verona” di Vanvitelli – documento non solo artistico, ma anche topografico sulla “forma urbis” di Verona nei primi anni del XVIII secolo –, una “Allegoria della Giustizia e della Pace” tra i capolavori di Antiveduto Gramatica (connesso negli studi alle collezioni sabaude), ben due opere di Carlo Saraceni, entrambe in bibliografia come prototipi di invenzioni tra le più fortunate del primo caravaggismo. E ancora, due capolavori di Luigi Nono, tra cui il dipinto già record mondiale d’asta per l’artista (“Il bambino malato”); e poi Favretto, ben tre opere presentate da Ettore Tito alla Biennale di Venezia, Cabianca (artista fresco del risultato prossimo al milione di euro ottenuto da pochi mesi a Sotheby’s Londra), il record mondiale d’asta di Raffaello Sorbi (“I musicanti”), una selezione museale di opere della famiglia Ciardi, compresa la strepitosa “Aratura dei campi” di Guglielmo, con varianti sul paesaggio di Venezia e della Terraferma vista sia da grandturisti come l’inglese William Henry Haines sia da virtuosi del pennello, come Rubens Santoro (di cui compare una strepitosa veduta dello “Squero di San Trovaso”) e del disegno come Toulouse-Lautrec e Federico Zandomeneghi (con una sensuale e aggiornata rappresentazione della Venere al bagno). E poi una selezione di opere di Mancini, tra cui forse la più bella tela della serie “Al mio Signore” ed un ritratto di cui si erano a lungo perse le tracce, dell’esploratore Guido Boggiani. Ci si muove, tra carte, tavole e tele, dal Quattrocento e Cinquecento veneto (Rocco Marconi, i Vivarini, Domenico Morone, Palma il Giovane, sulla linea di Mantegna, Bellini, Giorgione, Tiziano) al Cinque e Seicento Lombardo (Maineri), toscano (Michele di Ridolfo del Ghirlandaio, Marinari), romano (Trevisani, con un’altra versione dello “Autoritratto” agli Uffizi), bolognese (Carracci, Cantarini). Poi, nuovamente si approfondisce il ‘700 e ‘800 Veneto, con un rarissimo rame del veronese Agostino Ugolini, le magnifiche scene di vita di Milesi e Bordignon.

Non mancano dipinti anonimi, anche di ambito tizianesco e caravaggesco e di strepitosa qualità, tra cui una teletta dalla Collezione di Edouard Safarik, che la attribuiva ad una rarissima artista, Marietta, la figlia di Tintoretto – oggi al centro della ricerca accademica sulla pittura al femminile – ed una seconda tela di piccole dimensioni, opera romana, di confine tra Francia e Italia, come fu la misteriosa personalità del Pensionante del Saraceni, ed altre opere che richiamano alla memoria il mondo di Dosso Dossi, Girolamo da Carpi, Fra’ Semplice da Verona.

Volgendo lo sguardo al Novecento, ecco la Parigi affettuosa di Maurice Utrillo, il revival neo settecentesco di Federigo Andreotti, Damien Hirst con uno “Spot painting” di grande formato (175×160 cm), Shōzō Shimamoto, con una delle sue tele più iconiche dell’ultima produzione, due Mattia Moreni provenienti da una collezione storica, due straordinarie sculture di Edgardo Mannucci, degli anni Sessanta e Settanta, monumento dell’arte al confronto con l’apocalisse nucleare; Lucio Fontana con una carta che ha la stessa potenza spaziale delle sue tele; Anton Zoran Music con i suoi pensieri sulle notti istriane; ed ancora la giocosità di Baj, la armonia di Julio Le Parc, la sculture di Maurizio D’Agostini ispirata a Holst, le geometrie di Uncini, la ritrattistica di Guttuso e i giochi enigmistici di Tadini, la vitalità di Morlotti e Schifano, le sperimentazioni tra lettere e immagini di Enrico Benetta.


Il catalogo è disponibile in versione pdf leggera e cartacea tramite le icone a lato. Se si desidera il catalogo pdf in alta risoluzione, usare il link https://goforarts.com/doc/VB_IT_2_2/Meraviglie_Atto_II_HR.pdf.

*** Il catalogo pdf contiene anche opere di cui non è autorizzata la pubblicazione sui motori di ricerca ***

Sessions

  • 29 February 2024 hours 18:00 Sessione unica (279 - 379)

Exhibition

Presso la sede di Bonino in Vicenza (Via Vecchia Ferriera 70), su appuntamento da prendere alla email matteo.smolizza@bonino.us

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I lotti devono essere ritirati a cura ed onere dell'acquirente presso la sede di esposizione, previo appuntamento da prendersi scrivendo a matteo.smolizza@bonino.us

Buyer's Premium

per la parte del prezzo di aggiudicazione da € 0 fino a € 50.000, 26,64% + IVA;

per la parte del prezzo di aggiudicazione da € 50.000 fino a € 1.600.000, 23,37% + IVA;

per la parte del prezzo di aggiudicazione oltre € 1.600.000, 16,80% + IVA

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Per partecipare all'asta è necessario comunicare alla casa d'aste:

  • per le persone fisiche, il documento di identità, il codice fiscale e eventualmente la partita IVA
  • per le aziende, il documento di identità e il codice fiscale dell'amministratore e la visura camerale aggiornata


Per assistenza, telefonare al 346 12 999 80.

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