Fine Paintings
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Lotto 61 Scuola Romana della seconda metà del XVII secolo, Veduta di Tivoli con figure Non è possibile risalire al nome dell’autore di questo paesaggio, ma questa veduta di Tivoli è stata realizzata a Roma probabilmente intorno al 1675 circa. Impossibile non notare la somiglianza -nell’impianto compositivo- tra quest’opera e una stessa veduta eseguita da Gaspard Dughet, ora nella collezione Molinari Pradelli ed esposta agli Uffizi nel 2012. Questo lascia presumere che l’autore possa essere stato anch’egli un fiammingo a Roma in quegli anni. Lo sfondo nuvoloso e l’atmosfera sono molto densi, ma di contro la pennellata che definisce gli alberi è veloce e libera; dallo spesso manto degli alberi sorgono alcune architetture che rendono agevole l’identificazione di ciò che vediamo con la cittadina di Tivoli, come ad esempio il Ponte Gregoriano all’estrema sinistra e il Tempio di Vesta, alla parte opposta. Olio su tela, cm est. 195x144, int. 171x120
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Lotto 62 Alessio De Marchis (Napoli, 1710 ca – Perugia, 1752), Paesaggio fluviale con figure L’artista napoletano Alessio Puciollo De Marchis intraprese la sua prima formazione pittorica a Roma, presso la bottega di Pieter Philip Roos, meglio conosciuto come Rosa da Tivoli, che lo indirizzò al tema del paesaggio, di gran voga nel Settecento. Anche se dalle fonti non si evince nessun rapporto diretto, è auspicabile presumere che durante la sua formazione subì anche l’influsso di alcuni tra i paesisti più noti del secolo, Gaspard Dughet e Salvator Rosa. Questo debito è ben evidente anche osservando questa tela: al Rosa dobbiamo la profondità della composizione paesistica, del Dughet è certamente la ricercatezza degli elementi naturali, quali le chiome degli alberi. Ma è nella pennellata che riconosciamo l’originalità del pittore, che è resa quasi romanticamente, a macchie; è una pennellata espressiva, vivace e breve. I colori sono tenui, l’azzurro spicca per luminosità e chiarezza, si contrappone ai toni più “composti” e discreti dei verdi e delle terre. Le figure sono rese con una pennellata vibrante, che restituisce cura ed attenzione ai personaggi, discreti e perfettamente immersi all’interno del paesaggio, quasi decorativi. Olio su tela, cm est. 156x208, int. 129x181.5
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Lotto 63 Adam Frans van der Meulen (Bruxelles 1632 - Parigi 1690), Scena bellica Il pittore è passato alla storia come il "Pittore delle conquiste del Re", grazie alla sua prestigiosa collaborazione con Charles Le Brun alla corte di Luigi XIV, per la realizzazione degli arazzi rappresentanti la Storia di re Luigi XIV. La fama procuratagli da questa commissione gli permise di affermarsi anche come pittore di battaglie, un genere iconografico molto apprezzato in Europa, in particolare nei Paesi Bassi. Questo dipinto dal particolare formato quasi quadrato rispecchia proprio questa fase produttiva dell'artista, tutta destinata a finalità commerciali: di fatto la scena rappresentata non è riconducibile ad un particolare evento storico. La paternità trova conferma in un'etichetta posta sul retro della tavola, che se non autografa, è di epoca coeva all'esecuzione del dipinto. Questa scena bellica è dotata di autentica del Prof. Giancarlo Sestrieri del 2021. Olio su tavola, dimensioni int. 30x31, ext. 37x37 cm.
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Lotto 64 Leonardo Coccorante (Napoli, 1680-1750), Paesaggio con rovine La biografia dell’artista è quasi completamente un mistero: di lui sappiamo che è nato a Napoli e lì ha trascorso tutta – o quasi – la sua esistenza; sappiamo che lavorò forse al carcere della Vicaria e lì ebbe modo di conoscere il pittore Angelo Maria Costa, pittore vedutista e rovinista che ebbe la possibilità, in virtù del suo grande talento, di affrescare le pareti del tribunale di Castel Capuano. Tanto basta a spiegare la predisposizione del Coccorante al genere delle rovine: egli dedica la sua attività a rielaborare questo genere tradizionale, creando delle variatio sul tema molto originali: tipico di quest’artista è, come in questo caso, la commistione tra rovine e paesaggio marittimo. In questa grande tela il paesaggista napoletano ci presenta un’opera ampia, di grande respiro, e ricca di riferimenti sia classici che innovativi. Vediamo qui l’influsso dello stile calligrafico di Ascanio Luciani, il cui linguaggio vira verso il classicismo, arricchendo la tradizione di genere napoletana con ampie architetture, in parte reali, in parte di fantasia. La presenza di un folto numero di personaggi indica senz’altro la collaborazione, a quest’opera, di almeno uno dei tradizionali collaboratori del Coccorante: Giovanni Marziale, Giuseppe Tomajoli e Giacomo del Po, specializzati nel ritrarre scene notturne, gruppi di figure borghesi, bassorilievi, episodi di cronache mondane e riproduzioni di antichi sotterranei. Olio su tela, cm est. 137.5x153.5
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Lotto 65 Francesco Ruschi (Roma 1610 - Treviso 1661), Cornelia presenta i suoi figli Tiberio e Gaio Sempronio Gracco a una matrona che le aveva mostrato i suoi gioielli Il pittore si forma alla 'Torretta' del Cavalier d'Arpino a Roma, e fondamentale durante il soggiorno romano è l'incontro con la pittura caravaggesca. Questo dipinto è però ascrivibile ad una fase successiva della sua produzione, quella legata all'esperienza veneziana, a partire dal 1620. La città lagunare era in quel periodo in una sorta di 'torpore creativo' causato dal declino della Repubblica. In questo clima di incertezza importanti pittori come il Ruschi, volgono lo sguardo alle cromie e alle atmosfere del XVI secolo e alle tematiche moraleggianti della pittura di storia - come in questo caso - o a composizioni leggere e di intrattenimento. Olio su tela, dimensioni ext. 160,5x124,5, int. 149x112 cm.
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Lotto 66 Nicola Malinconico (Napoli, 1663 – Napoli, 1726), San Guglielmo d’Aquitania In questa tela vediamo il santo Guglielmo d’Orange, più noto come San Guglielmo d’Aquitania, in meditazione davanti al crocifisso; il protagonista è accompagnato da putti che sorreggono le armi che in santo indossava con cui combatteva Baschi e Mori, poi deposte per ritirarsi ad una vita in preghiera, al servizio di Dio. L’atmosfera del quadro ci rimanda alle suggestioni atmosferiche e all’impianto compositivo del Solimena, di cui il nostro artista è senz’altro debitore. Come spesso accade per i pittori napoletani, è a Di Dominici che dobbiamo quasi tutto ciò che sappiamo sul Malinconico, figlio d’arte cresciuto nella bottega di Andrea Belvedere e all’ombra delle innovazioni di Luca Giordano e di Massimo Stanzione; inizialmente la sua produzione era dedita alle composizioni di nature morte con vasi di fiori, nella maturità invece si apre a soggetti più vari, perlopiù devoti. Nel 1693 è a Bergamo, per una delle sue più importanti commissioni: la decorazione della chiesa di Santa Maria Maggiore; resterà in città fino all’anno seguente, quando farà ritorno a Napoli. Nell’ultima fase della sua produzione guarderà molto all’esperienza napoletana dei grandi protagonisti del barocco emiliano quali Domenichino, Reni e Lanfranco, ma presterà attenzione anche alle sperimentazioni cortonesche e agli studi dei suoi colleghi Maratti e De Matteis. Olio su tela, cm est. 148.5x118, int. 131x100
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Lotto 67 Mattia Preti (Taverna 1613 – La Valletta 1699), Al capezzale del malato Questo drammatico dipinto può essere ascritto alla produzione dell'attività del Cavalier Calabrese più legata all'epidemia di peste che colpì la città di Napoli nel 1656. L'esperienza pittorica partenopea e i gravi eventi di quegli anni scurirono la tavolozza del pittore e resero più austere e gravi tanto le sue composizioni, quanto nelle tematiche scelte. Olio su tela, dimensioni ext. 86x103 int. 62x80 cm.
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Lotto 68 Paolo Piazza (Castelfranco Veneto, 1560 – Venezia, 1620), Salomè con la testa del Battista Originario del trevigiano, il pittore Cosimo di Castelfranco a noi noto come Paolo Piazza, studiò la pittura veneta alla scuola di Palma il Giovane, Veronese e i Bassano; dopo un breve soggiorno nella città natale, dove pure lascia delle sue opere, lo troviamo stabilmente a Venezia dal 1593. Con il nome di Cosimo di Castelfranco prese i voti come cappuccino nel 1598: egli fu sempre legato alle raffigurazioni sacre, la sua specialità, e per seguire tale propensione venne invitato a Monaco dal Duca Guglielmo V di Baviera, che gli commissionò un Martirio dei santi Pietro e Paolo. Viaggiò molto in Europa e in Italia: la sua presenza è testimoniata a Innsbruck, a Reggio Emilia, a Parma per Ranuccio Farnese e a Roma per Paolo V e Scipione Borghese. Questa raffinata composizione risente dei diversi stimoli e delle suggestioni stilistiche che il pittore ebbe occasione di raccogliere e sintetizzare durante i suoi numerosi viaggi: le morbide sovrapposizioni di colore sono indice di un legame profondo con la pittura veneta, ma nei dettagli degli abiti di Salomè si evince un interesse per la minuzia nordica; nella terribile espressione del boia, che stringe ancora la spada con cui è ha decapitato il santo, è evidente che il Piazza abbia avuto modo di conoscere la lezione caravaggesca a Roma. Olio su tela, cm est. 127x193, int. 108x173
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Lotto 69 Francesco Francia, ambito di (Bologna, 1460 ca. - Bologna, 1517), Pietà con Vergine e San Giovanni La serenità che trasmette una tavola di questa qualità, allontana dal sentire dello spettatore la sensazione di stare osservando una scena drammatica o, perlomeno, dolorosa. La raffigurazione del corpo di Cristo sorretto dalla Vergine e da San Giovanni è quieta e affabile; è frutto di una cultura che della grazia, della compostezza e della dignitosa raffigurazione degli affetti ne ha fatto una ricerca costante. Facciamo riferire questo dipinto all’ambito del maestro emiliano Francesco Raibolini, detto Francesco Francia, che da Vasari fu sempre considerato come un pittore di indole mansueta che ha trascorso parte della propria produzione alla mercè di un’insostenibile competizione col il genio del primo Cinquecento italiano: Raffaello. Ma sebbene non ci troviamo davanti ad un autografo del Raibolini, una tavola di questa qualità pittorica dimostra una diffusione del linguaggio del pittore che va oltre la semplice “ricerca sull’Urbinate”, ma anzi assume dei tratti abbastanza riconoscibili della tradizione ferrarese e padana: nel dipinto scorgiamo una struttura compositiva, una pennellata levigata e dei colori luminosi ma non accesi come quelli del Sanzio, che fanno più riferimento all’eredità peruginesca. Il Francia, secondo il Vasari, fu un artista molto prolifico ed ebbe numerosi aiuti ed apprendisti, fatto che rende molto difficile ai contemporanei l’individuazione di una mano riconoscibile tra le opere che stilisticamente risultano affini alla sua bottega. Olio su tavola, cm 111.5x75
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Lotto 70 Gregorio Preti (Taverna 1603 – Roma 1672), attr. a, Adorazione dei Magi Questa tela è attribuibile all'ambito del maturo barocco napoletano, probabilmente opera di Gregorio Preti. Di certo il taglio della composizione è più ravvicinato rispetto alle grandi macchine sceniche del Cavalier Calabrese, ma l'attenzione dedicata da Gregorio Preti alle composizioni intime e classiciste lo rendono - se non celebre al pari del fratello - di certo molto apprezzato anche in ambito romano; ciò è dimostrato dalle diverse committenze Aldobrandini e alle collaborazioni a più ampi cantieri. Olio su tela, dimensioni ext. 145,5x115, int. 129x97 cm.
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Lotto 71 Mario Nuzzi detto Mario de’ fiori (Roma, 1603 – Roma 1673), Coppia di paesaggi con corona di fiori La fortunata produzione di Mario de’ fiori è legata sia alla sua biografia che al gusto per la pittura contemporanea di natura morte con fiori. Nipote del celebre caravaggista Tommaso Salini, si forma a Roma nella bottega dello zio e alla sua morte ne eredita il folto numero di clienti, che si affidano a lui per la sua straordinaria perizia di fiorante, maturata anche alla luce dell’attività di floricoltore di suo padre Sisto. Eredità dello zio risulta essere anche il legame che il pittore stringe con Cassiano dal Pozzo, che fu per lui un tramite importante per la conoscenza di artisti internazionali suoi contemporanei, ma soprattutto per i mecenati della corte barberiniana; nel 1634 risulta nei registri dell’Accademia di San Luca e dal 1646 è tra i virtuosi del Pantheon. Questa coppia di ghirlande con paesaggio rurale e figure è probabilmente appartenente alla prima fase della produzione dell’artista, una fase di ricerca e sperimentazione. La pennellata è decisa, poco analitica, quasi espressionistica; questo pendant è caratterizzato da un raro fondo scuro, non appartenente alla maturità dell’artista, ancora poco sensibile al gusto vivace e luministico del pieno barocco. Olio su tela, cm est. 157x130, int. 142x105
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Lotto 72 Marco Ricci (Belluno, 1676- Venezia, 1730), Coppia di paesaggi con viaggiatori Bellunese di nascita e veneziano di formazione, poco sappiamo dell’apprendistato di questo paesaggista, nipote del più famoso Sebastiano Ricci. L’artista risente molto, nella sua produzione, dell’influenza di Salvator Rosa nella resa delle luci e dell’austriaco Eisemann nella costruzione compositiva; uno dei rapporti più proficui per la sua formazione fu senz’altro però quello con l’irrequieto pittore genovese Alessandro Magnasco. La collaborazione con lo zio e l’incontro con Gian Antonio Pellegrini a Venezia lo portano ad apprendere le lezioni dei suoi contemporanei ma gli permettono anche di sviluppare al meglio una propria cifra stilistica, che gli permetterà di ottenere prestigiosi incarichi al di là della Manica. Il nostro pittore è a Londra dal 1707 al 1715, anno in cui fa ritorno a Venezia insieme allo zio Sebastiano: questo è un periodo di sperimentazione, in cui l’artista si dedica all’arte incisoria, che coltiverà fino alla fine della sua vita, e alla scenografia. La sua maturità è stata costellata di commissioni di rilievo, come ad esempio le tele accordategli da Filippo Juvarra per la decorazione della Reggia di Venaria. Olio su tela, cm 148x197