Lotto 66 | Luigi Serena (1855 - 1911) Femo pase, 1885-1890

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giovedì 30 luglio 2026 ore 17:00 (UTC +01:00)

Luigi Serena (1855 - 1911) Femo pase, 1885-1890

Prezzo di partenza
20.000,00 €

Luigi Serena (1855 - 1911)
Femo pase, 1885-1890
Olio su tela
122,8 x 71,3 cm

Firma: “LSerena” al recto

Provenienza: Veneto Banca SpA in LCA
Bibliografia: G. Secrétant, "Luigi Serena", Milano, 1911, tavola ante p. 9 (ill.), p. 20
O. Stefani, Catalogo della mostra "Premio Biennale Luigi Serena", Montebelluna, 1964, p. 12
Aa. Vv., "Luigi Serena", Treviso, 1985, pp. 47, 79
O. Stefani, a cura di, "Luigi Serena. 1855-1911", Ponzano Veneto, 2006, pp. 26-27, 82, 86; ill. 63
E. Manzato, "Omaggio a Luigi Serena", Montebelluna, 2019, I, pp. 11-12
A. Lanaro, "Serena, Luigi", in "La Pittura in Italia. L'Ottocento", Milano, 1990, II, p. 2021
Esposizioni: "Mostra dei dipinti di Luigi Serena", Treviso, 1911
"II Mostra provinciale d'Arte Contemporanea e Retrospettiva Luigi Serena", Treviso, 1954
"Premio Biennale Luigi Serena", Montebelluna, 1964
"Celebrazioni per i 150 anni dell'Unità nazionale. Regioni e testimonianze d'Italia", Museo del Vittoriano, Roma, 2011
"Omaggio a Luigi Serena (1855-1911), Villa Romivo, Montebelluna, 2019

Stato di conservazione. Supporto: 80% (reintelo, nuovo e adeguata foderatura con tela di lino e adesivo termoplastico nel 2002)
Stato di conservazione. Superficie: 90% (cadute e ritocchi limitati)

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Luigi Serena, pittore d'elezione della borghesia trevigiana a cavallo tra '800 e '900, non ebbe allievi diretti, ma fu ammirato dagli artisti più giovani per il suo spirito bohémien e antiborghese, anche quale riferimento morale, diventando una pietra miliare nell'orizzonte artistico della Marca. Saranno proprio gli artisti dell'avanguardia, in testa Arturo Martini, a promuovere la mostra postuma di Serena poco dopo la sua morte nel 1911. Pur operando prevalentemente in provincia, l'artista partecipò con successo alle più importanti esposizioni del tempo: a Venezia (1881), Milano (1883), Torino (1884), Firenze (1886), Parigi (1888) e Monaco (1890). Fu tra gli invitati alla Biennale veneziana del 1897 (Eugenio Manzato, "Treviso", in "La Pittura in Italia. L'Ottocento", Milano, 1990, p. 213).
Nella prima pubblicazione monografica dedicata a Serena, il discorso pronunciato in occasione della "Esposizione postuma delle opere di Luigi Serena", Gilberto Secrétant ricorda il dipinto - insieme ad un'altra opera in questa procedura d'asta, "Lo Stallo" - in «tutta quella serie, piena di gaiezza, di spirito, di evidenza, dei quadri ispirati dalle popolari fiere intense di movimento, di luce, di chiasso, dai mercati di frutta e di fiori con le loro diverse figure; quadri ricchi di brillanti note speciali come quei quadretti in cui hanno vita gli umili animali domestici, o quelli che ci conservano, con verità mirabile, vecchi angoli caratteristici che più non sono, aspetti della città per sempre distrutti» (Secrétant 1911, pp. 20).
Ottorino Stefani collega l'opera alle invenzioni teatrali di Giacinto Gallina (1852-1897), «una recitazione venata di antiche e soavi malinconie, improvvisamente risolte sul piano di un umorismo brioso ma contenuto ed arguto nel far rivivere in chiave moderna i motivi classici settecenteschi delle "pute onorate" e delle "pettegole" puntigliose e "ciacolone" , degli zii "rusteghi" e dei "morosi" un po' babbei e pronti a far "pase" con le più maliziose e scaltre "morose"» ("Luigi Serena. 1855-1911", Ponzano Veneto, 2006, pp. 26-27).
Paolo Rizzi legge nell'opera lo smarcarsi di Serena da Favretto «che in quegli anni si sta voltando al settecentismo più frizzante», mentre emerge «il parallelo con Nono, ed in particolare col Nono più intimistico di "Lettera al moroso», rivelando «la sua vena riflessiva, la sua dosatura prudente, anche laddove più si lascia andare alla fastosità del colore» ed al legame con lo «aneddoto popolaresco» in una declinazione «maliziosamente paesana», che deriva forse a Serena dall'essere rientrato, ormai da qualche anno a Treviso ("La stagione del verismo a Venezia e nel Veneto" in "Luigi Serena", Treviso, 1985, pp. 47-48).
Con "I buranelli" e "La lettera del moroso", "Femo pase" fa parte di un gruppo incentrato sul tema dell'amore, scandito in tre momenti di vita popolare. La fidanzata, che ormai nel suo cuore ha perdonato al "moroso", finge di essere arrabbiata , cioè non si volta ancora, ma già il sorriso malizioso pregusta la dolcezza dei baci che suggelleranno la pace. Anche il giovanotto comunque non è per niente babbeo ed è consapevole della sua forza di convinzione e del suo indiscusso fascino. È baldanzoso e ridente ed è perfettamente convinto che la ragazza tra qualche istante cederà come altre volte del resto è avvenuto» (Stefani 2006, p. 82). «Il dipinto "Fermo pase" è realizzato con straordinaria finezza psicologica e con arguzia bonaria e popolaresca. Il ritmo compositivo è ampio solenne, con un gusto narrativo che denota un attento interesse per gli interni rustici delle case dei contadini e degli operai. Il tipo della ragazza è quello ormai codificato da un'insistenza che potrebbe sembrare persino eccessiva: forme prosperose, colorito sano, espressione ridente, in cui convivono dolcezza, malizia e candore. L'atmosfera di dolce abbandono sentimentale, quasi un racconto in chiave autobiografica (si tratta certamente di un quadro che ritrae la modella preferita forse anche la donna amata) è resa attraverso colori rasserenanti e stesi sulla tela con particolare felicità ritmica e con un gusto che fonde mirabilmente inflessioni dialettali rustiche con delicate trasparenze e finezze di accostamenti cromatici. Si tratta di un racconto pittorico che trova riscontro in tutto il filone della letteratura rusticale del nostro Ottocento. In particolare possiamo citare i racconti campagnoli del Nievo, come "Il Varmo" (1856) oppure "L'idillio pastorale intorno alla Fontana di Venchieredo" del quarto capitolo delle Confessioni. Qui l'autore descrive un tipo di ragazza che può ricordare quella dipinta dal Serena: la bella Doretta, infatti, mostra il suo piede "ignudo e bianco al pari d'avorio" e i "delicati contorni di una gamba rotondetta e nervosa" mentre il seno "è contenuta fatica dalla giubberella di pannolano, tanto l'allegrezza lo rigonfiare e lo commuoveva". Osservando "Fermo pase" siamo così attratti dalle espressioni dei volti, dalle pose dei protagonisti, dai particolari dell'arredo, dalle minime variazioni della luce , dallo sfondo, dalle movenze naturali del gatto che gioca, dalla verità degli oggetti del lavoro, dal sentire nell'animo il desiderio di conoscere più a fondo la vita dei due personaggi all'infuori delle emozioni e persino degli intendimenti compositivi e strettamente pittorici dell'autore, quasi che le cose raffigurate siano dotate di un linguaggio autonomo: quello dell'assoluta evidenza materiale. (...) L'interesse così vivo per la storia dei personaggi raffigurati dal Serena e in generale da tutta la pittura con scene di genere è lo stesso, a ben osservare di quello provato dal pubblico popolare verso la sua letteratura. A tale pubblico, scrive molto acutamente Gramsci, "non importa il nome la personalità dell'autore" ma la personalità del protagonista. Gli eroi della letteratura popolare, quando sono entrati nella sfera della vita intellettuale popolare, si staccano dalla loro origine 'letteraria' e acquistano la validità del personaggio storico" (A. Gramsci, "Letteratura e vita nazionale", Torino, 1975, pp. 156-157)» (Stefani 2006, pp. 87-88).
Per il suo rilievo culturale, nel 2019 l'opera è stata richiesta in prestito permamente dal Comune di Montebelluna per esporlo nelle proprie sale.