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martedì 28 luglio 2026 ore 17:00 (UTC +01:00)
Ernesto Marchesini (1944) Trasparenza, 1983
Ernesto Marchesini (1944)
Trasparenza, 1983
Olio su tela
70 x 50 cm
Firma: “E Marchesini” al recto
Data: “‘83” al recto
Elementi distintivi: sul telaio, due etichette stampate con i dati relativi all’autore e alla sua attività artistica; etichetta con titolo, anno, materia e misure dell’opera
Provenienza: Veneto Banca SpA in LCA
Stato di conservazione. Supporto: 95%
Stato di conservazione. Superficie: 95%
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Artista di prodigiosa bravura e allievo prediletto all’Accademia di Venezia di Pompeo Marino Molmenti, Ettore Tito (Castellammare di Stabia 1859 – Venezia 1941) è uno dei grandi protagonisti della pittura internazionale tra Ottocento e Novecento. Premiato a Parigi nel 1887 per "Pescheria vecchia" e nel 1891 a Monaco per "Lavandaie nel Garda", negli anni Novanta lavora come illustratore per la celebre rivista inglese "The Graphic" e per la casa editrice statunitense Scribner’s e frequenta i più esclusivi e cosmopoliti salotti veneziani. Nel 1895 è chiamato nel Comitato organizzatore della prima Biennale di Venezia di cui sarà protagonista per molti anni. Alla fine del secolo alterna le vivaci scene di vita veneziane con temi sociali. "La ruota della fortuna" esposto alla Biennale del 1895 è una delle prime tele in cui si manifesta una nuova tendenza simbolista nell’ambito di un neo-rinascimento «le cui suggestioni stanno tra Sartorio e i tedeschi, in particolare in una rivisitazione di motivi diffusi da Böcklin» (Ferdinando Mazzocca, "La fortuna di Ettore Tito: l’eredità di Tiepolo nella Venezia cosmopolita", in Alessandro Bettagno (a cura di), "Ettore Tito 1859-1941", catalogo della mostra, Milano 1998, pp. 15-, p. 18), che ha il suo apice in "Amore e le Parche" (Palermo, Civica Galleria d’Arte Moderna Empedocle Restivo), presentato alla Biennale del 1909. È una pittura che incanta, come scriveva Ettore Cozzani nel 1928 su "L’Eroica", una pittura fatta di luci e ombre lampeggianti, «era la vita vissuta con la grazia e la gioia: egli dipingendo doveva confessarsi con le cose […]. La sua tecnica era fatta di sincerità e spontaneità. […] Certe figure sono immerse in vastità in cui domina il colore e il respiro dell’aria e dell’acqua; certe scene sono così complesse che le forme una per una quasi vi sfuggono, e non ne cogliete a tutta prima che il formicolio di folla o il contorcimento di lotta; certi aggruppamenti lirici aggrovigliano i corpi umani e animali in una raffica di linee tale che lì per lì non ne godete se non il tumulto» (Ettore Cozzani, "Ettore Tito", in "L’Eroica", IX, 1928, 118, 118, pp. 27-37, p. 31). Il vitalismo è proprio il filo conduttore della produzione simbolista degli anni Dieci e in particolare di una serie di dipinti a soggetto pastorale popolati di ninfe, satiri e centauri. Ninfe spiate mentre si immergono in un quieto specchio d’acqua ("Il bagno", 1909, Parigi, Musée d’Orsay; "Ninfee", 1912, Piacenza, Galleria d’Arte Moderna Ricci Oddi) o insidiate da centauri, come nel caso dell’opera in esame o di "Il ratto" (1913) e della tela di analogo soggetto del 1914 (collezione privata).


