Lotto 32 | Virginio Bianchi (Massarosa, 1899 - Massarosa, 1970) Natura morta Olio su...

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Virginio Bianchi (Massarosa, 1899 - Massarosa, 1970) Natura morta Olio su...

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Virginio Bianchi (Massarosa, 1899 - Massarosa, 1970)

Natura morta

Olio su tavola, 30x40 cm, con cornice: 60x70 cm
Provenienza: Collezione privata, Pisa
Firma in basso a destra
Opera in buono stato di conservazione

L’opera rientra tra le nature morte realizzate a cavallo tra gli anni ’50 e ’60 da Virginio Bianchi (vedi cat. Bianchi Alberta Rossana, 2022, pp. 202-215), così ben descritte da Silvestra Bietoletti nel suo saggio del 2019 sull'artista: «furono le nature morte a divenire i soggetti più trattati dall’artista (...). Col tra scorrere del tempo, esse si fecero più articolate e complesse (...), la pittura divenne più succosa e chiaroscurata, e la stesura a falde segmentate alternava un andamento nervoso, incalzante, a uno che, al contrario, sembrava indugiare, quasi a voler tradurre il tempo lento di una contemplazione» (Bietoletti, ed. Fondazione Ragghianti, 2019).

Virginio Bianchi è stato un pittore, disegnatore e grafico dall’ampia e variegata produzione. Dopo essersi diplomato nel 1921 a Lucca, dove frequentò i corsi di Alceste Campriani, concluse la propria formazione a Roma. Soggiornò poi per quattro anni a Milano; qui lavorò come di segnatore in ambito pubblicitario sotto gli pseudonimi di «virbia» e «vubi» ed eseguì strisce a fumetto e vignette umoristiche. Di ritorno nella città natale, nel 1927 presentò al concorso per la realizzazione del manifesto del Carnevale di Viareggio il bozzetto Vele di ritorno, che fu proclamato vincitore. Dopo un nuovo periodo a Milano, nel 1942 fu assunto come disegnatore di cartoni animati dalla casa produttrice Beta Film di Firenze, fino a quando essa non fu distrutta da un bombardamento. Finita la guerra, tornò con la famiglia a Massarosa, dove Virginio Bianchi decise di ritirarsi a vita privata. Verso la metà degli anni Cinquanta alcuni amici dell’artista, fra cui Alfredo Catarsini, Renato Santini, Elpidio Jenco, Carlo Pellegrini, Felice Del Beccaro e Bruno Fattori, lo convinsero a rompere il proprio isolamento. Benché afflitto da un’artrosi deformante, non abban donò l’attività di pittore, portata avanti fino alla morte nelle forme di un linguaggio fi gurativo ancorato alla tradizione, con una particolare attenzione al tema paesaggistico (vedi Fondazione Ragghianti, Archivio storico degli artisti lucchesi)