Asta 67 - Dipinti di piccola dimensione XIX e XX

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sabato 18 aprile 2026 ore 15:00 (UTC +01:00)
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  • Augusto Rey - "L'ungo il fiume"
    Lotto 1

    Augusto Rey
    Alessandria d'Egitto 1837 - Livorno 1898

    "L'ungo il fiume"
    Olio su tavola cm 20x30,5 firmato in basso a dx A.Rey

    - Augusto Rey nacque ad Alessandria d’Egitto nel 1837. Trasferitosi in giovane età a Livorno, studiò nello studio del pittore Betti. Successivamente si trasferì a Firenze, dove si iscrisse all’Accademia delle Belle Arti, frequentando anche gli studi di artisti come Lega e i Tommasi. Durante la sua formazione, entrò in contatto con i principali esponenti del movimento macchiaiolo, tra cui Silvestro Lega, Giovanni Fattori e Telemaco Signorini.Nel 1895, Augusto Rey costruì una villa a Crespina, chiamata "La Favorita", situata di fronte alla villa della donna che amava. La villa divenne un punto di ritrovo per gli artisti dell'epoca, che spesso vi soggiornavano. Rey era noto per la sua abilità nel dipingere paesaggi dal vero, unendosi così alla corrente macchiaiola. La sua produzione artistica è relativamente scarsa, e alcune sue opere sono state erroneamente attribuite ad altri artisti più noti.Una delle sue opere più significative, "La raccolta delle olive", è conservata nel Museo Civico Giovanni Fattori di Livorno. Questo dipinto, che rappresenta contadine al lavoro in un oliveto, è stato donato al museo nel 1899 per lascito testamentario dell'artista.Museo Civico Giovanni Fattori - LivornoAugusto Rey morì nel 1898.

  • Eugenio Cecconi - "Bagno Romano"
    Lotto 2

    Eugenio Cecconi
    Livorno 1842 - Firenze 1903

    "Bagno Romano"
    Olio su tavola cm 18x31 firmato in basso a sx E.Cecconi

    - Eugenio Cecconi (Livorno, 8 settembre 1842 – Firenze, 19 dicembre 1903) fu un pittore toscano legato all’area dei Macchiaioli, oggi ricordato soprattutto per le sue scene di caccia, per i paesaggi della Maremma e per una pittura capace di unire osservazione diretta, sensibilità luministica e una vivace immediatezza narrativa. La sua figura, tuttavia, non si esaurisce nel solo ambito pittorico: fu anche disegnatore, incisore, scrittore e uomo di cultura, animato da una personalità schiva ma brillante, che seppe trasformare la propria passione per la natura e per il mondo venatorio in una cifra artistica assolutamente personale.Nato in una famiglia livornese di solida formazione patriottica, visse in un ambiente attraversato dagli ideali risorgimentali, che contribuirono a formare il suo carattere e il suo sguardo. Dopo gli studi al Collegio Nazionale di Torino, fu indirizzato verso la carriera giuridica e si laureò in legge all’Università di Pisa. Parallelamente, però, coltivò con crescente intensità l’interesse per il disegno e la pittura, studiando paesaggio e frequentando poi Firenze, dove, pur avviato alla pratica legale, entrò in contatto con l’ambiente artistico e con gli insegnamenti accademici. La morte del padre e l’esperienza del volontariato nel 1866 segnarono un momento di svolta: abbandonata definitivamente la professione forense, Cecconi decise di consacrarsi interamente all’arte.La sua vera maturazione avvenne nel clima libero e sperimentale di Castiglioncello, crocevia fondamentale della cultura macchiaiola. Qui frequentò Diego Martelli e conobbe figure decisive della pittura toscana dell’Ottocento, tra cui Giovanni Fattori, Giovanni Boldini e Giuseppe Abbati. In questo contesto, lontano dalle rigidità dell’accademia, si consolidò la sua predilezione per lo studio dal vero, per il paesaggio osservato senza filtri e per una pittura che cogliesse la vita nella sua evidenza concreta. Pur orbitando nell’area dei Macchiaioli, Cecconi sviluppò una voce autonoma: se nei maestri del gruppo prevaleva spesso la costruzione sintetica della “macchia”, in lui si avverte un gusto più narrativo, più incline al racconto visivo e alla resa psicologica del mondo naturale.I soggetti che più lo resero celebre furono le scene di caccia, i cani, gli animali in movimento e i paesaggi della Maremma toscana. Non si trattava di semplici quadri di genere, ma di opere nelle quali la passione personale per la caccia diventava strumento di conoscenza del territorio, del comportamento animale e della luce. Cecconi possedeva una rara abilità nel rendere l’energia dei cani da ferma, la tensione dell’attesa, lo slancio improvviso verso la preda, il rapporto quasi simbiotico tra uomo, animale e ambiente. Questa attitudine, riconosciuta già dai contemporanei, lo rese uno dei più originali interpreti della pittura venatoria italiana dell’Ottocento. Accanto a tale filone, coltivò anche un’attenzione sincera per il mondo popolare livornese, come dimostra il celebre Cenciaiole livornesi del 1880, opera in cui la vita quotidiana della città viene osservata con realismo partecipe, senza retorica sociale ma con notevole finezza descrittiva.Importante fu anche il viaggio in Tunisia, compiuto negli anni Settanta, che introdusse nella sua produzione una parentesi di gusto orientalista. Le vedute urbane, i cortili, i mercati, le figure arabe e gli scorci di Tunisi gli offrirono l’occasione di approfondire lo studio della luce intensa, dei contrasti cromatici e di una tavolozza più vibrante. Questa esperienza non snaturò la sua poetica, ma ne ampliò il respiro, confermando la sua capacità di assorbire suggestioni nuove senza perdere il legame con il vero.Nel corso della carriera partecipò con regolarità alle principali esposizioni italiane, da Torino a Firenze, da Milano a Roma, consolidando una presenza costante nel panorama artistico nazionale. Visse e lavorò tra Livorno, la campagna pisana, Torre del Lago e soprattutto Firenze, mantenendo però sempre un rapporto profondo con la Maremma e con il paesaggio toscano. Negli anni maturi si dedicò sempre di più anche alla scrittura: compose prose, racconti, versi, articoli di critica d’arte e lasciò pagine ispirate in particolare al mondo maremmano. Fu inoltre un buon incisore, autore di acqueforti di notevole qualità, e si interessò perfino alla traduzione letteraria, segno di una cultura ampia e non confinata entro i limiti della sola pratica pittorica.Sul piano stilistico, Eugenio Cecconi occupa una posizione singolare nel secondo Ottocento italiano. Pur vicino alla sensibilità macchiaiola, non fu un semplice epigono del movimento. La sua pittura conserva il valore della visione immediata e della luce naturale, ma vi aggiunge un gusto narrativo, una capacità di osservazione minuta e una tenerezza quasi affettiva nei confronti degli animali e dei paesaggi. Nei suoi quadri la natura non è sfondo, ma presenza viva; non è scenario, ma teatro di una relazione autentica tra uomo, terra e istinto. Anche per questo la sua opera continua a esercitare un fascino particolare sul collezionismo e sulla critica, soprattutto quando si tratta dei dipinti venatori, oggi tra i più riconoscibili e apprezzati della sua produzione.Morì a Firenze nel 1903, dopo aver trascorso gli ultimi anni tra attività artistica e letteraria, lontano da ogni clamore mondano.

  • Giovanni Costa (detto Nino) - "Viandanti"
    Lotto 3

    Giovanni Costa
    Roma 1826 - Marina di Pisa 1903

    "Viandanti"
    Olio su tavola cm 21x31 firmato in basso a dx G.Costa

    - Giovanni Costa, universalmente noto come Nino Costa, è una delle figure più affascinanti e originali della pittura italiana dell’Ottocento. Nato a Roma il 15 ottobre 1826 e morto a Marina di Pisa il 31 gennaio 1903, fu non soltanto un pittore di altissimo livello, ma anche un patriota risorgimentale, un intellettuale inquieto e un promotore instancabile di un’idea nuova di arte, fondata sul rapporto diretto con la natura, sulla sincerità dello sguardo e sul rifiuto delle convenzioni accademiche. La sua vicenda umana e artistica si colloca in un momento cruciale della cultura italiana, quando il paesaggio smette progressivamente di essere semplice sfondo e diventa luogo di meditazione, verità e sentimento.Formatosi a Roma in un ambiente ancora fortemente segnato dal classicismo e dalla tradizione accademica, Costa studiò dapprima sotto l’influenza di maestri come Vincenzo Camuccini, Francesco Coghetti e Francesco Podesti. Tuttavia, già nei primi anni, si avvertì in lui una profonda insofferenza verso la rigidità dell’insegnamento ufficiale. Più che le grandi composizioni storiche o mitologiche, lo attirava la realtà viva del paesaggio, la campagna romana, la luce che muta, la verità semplice delle figure immerse nella natura. Questa inclinazione lo rese presto un artista anomalo rispetto al gusto dominante, e proprio in tale scarto si trova la radice della sua grandezza.Alla vocazione pittorica si unì molto presto l’impegno politico. Costa partecipò con convinzione alle vicende del Risorgimento, arruolandosi volontario nella prima guerra d’indipendenza e prendendo parte anche alla stagione della Repubblica Romana del 1849. Il suo patriottismo non fu episodico né ornamentale: fu una componente strutturale del suo carattere, un riflesso della stessa esigenza morale che guidava la sua pittura. Dopo la caduta della Repubblica, come molti democratici e garibaldini, fu costretto a una vita irregolare, fatta di spostamenti, periodi lontani da Roma e relazioni intellettuali che si sarebbero rivelate decisive per la sua maturazione.Negli anni Cinquanta e Sessanta il suo linguaggio si consolidò attraverso soggiorni e contatti fondamentali. Il rapporto con la campagna romana, con Ariccia, con Anzio, con il litorale laziale e con i paesaggi toscani alimentò una pittura dal vero sempre più intensa e consapevole. Allo stesso tempo, Costa strinse legami con artisti e intellettuali stranieri, soprattutto inglesi, e fu vicino a figure come Frederic Leighton e John Ruskin. Ebbe inoltre rapporti con l’ambiente francese, e la sua sensibilità si arricchì grazie all’incontro con la lezione di Camille Corot e della scuola di Barbizon. Queste esperienze non lo trasformarono in un imitatore, ma gli offrirono strumenti per raffinare una poetica già personale: il paesaggio come visione morale, come armonia interiore, come verità colta nella sua essenza.Il suo soggiorno a Firenze e i contatti con i Macchiaioli furono altrettanto importanti. Costa non fu propriamente un macchiaiolo in senso stretto, ma fu certamente una figura vicina a quel clima di rinnovamento e, per certi versi, persino anticipatrice. Condivideva con loro l’esigenza di abbandonare la pittura di storia accademica e di tornare all’osservazione diretta del vero; tuttavia, il suo paesaggio conservò sempre una dimensione più lirica, più meditativa, meno costruita sul contrasto tonale puro e più tesa a una sintesi spirituale. Nelle sue opere il dato naturale non è mai soltanto percezione ottica: è memoria, silenzio, atmosfera, risonanza interiore.Questa posizione autonoma spiega il suo ruolo di promotore culturale. Costa fu un uomo di idee, un artista capace di creare intorno a sé una vera comunità di sensibilità. Fondò o animò importanti sodalizi come il Golden Club nel 1875, la Scuola Etrusca nel 1883 e soprattutto In Arte Libertas nel 1887, associazione destinata ad avere un peso rilevante nella vita artistica italiana di fine secolo. In queste iniziative si rifletteva la sua convinzione che l’arte dovesse tornare libera, sincera, fondata sulla natura ma anche nutrita di sentimento, poesia e coscienza morale. In questo senso Costa fu non solo un pittore, ma un vero maestro spirituale per molti artisti italiani e stranieri.La sua produzione è in larga parte dedicata al paesaggio, spesso popolato da figure umili, contadine, pastori, animali, donne colte in gesti quotidiani. Tra i suoi soggetti più celebri si ricordano le scene della campagna romana, le vedute di Anzio, i paesaggi toscani, le marine, i tramonti e le opere di tono più intimamente poetico, spesso accompagnate da titoli evocativi e quasi letterari. Dipinti come Donne che imbarcano legna a Porto d’Anzio, Donne sulla spiaggia d’Anzio o Il bacio del sole morente alla pineta odorosa mostrano bene la sua capacità di trasformare la scena reale in una visione sospesa, pervasa da un sentimento musicale della luce e del tempo. Accanto al paesaggio puro, esistono poi opere di gusto simbolico o idealizzante, come la celebre Ninfa, nelle quali affiora un dialogo con la sensibilità preraffaellita e con un immaginario più raffinato, quasi decadente.Dal punto di vista stilistico, Giovanni Costa occupa un posto singolare nella storia dell’arte italiana. Egli rappresenta un ponte tra la cultura romantica del paesaggio, il naturalismo riformatore di metà secolo, la sensibilità macchiaiola e certe aperture simboliste e internazionali del tardo Ottocento. La sua pittura non cerca l’effetto clamoroso né la teatralità: preferisce la misura, l’intonazione sottile, la poesia dei toni, la compostezza del ritmo. Anche quando dipinge figure, esse sembrano appartenere organicamente al respiro del paesaggio, come se natura e presenza umana partecipassero di una stessa armonia segreta. Per questo Costa è spesso considerato non solo un grande paesista, ma uno dei più alti interpreti italiani di un paesaggio “morale”, cioè capace di esprimere insieme realtà visibile e sentimento interiore.Negli ultimi decenni della sua vita, tornato stabilmente nell’Italia unita e attivo anche nella vita pubblica romana, continuò a dipingere, a esporre, a influenzare generazioni di artisti e a difendere con coerenza la propria idea di bellezza. La sua figura fu rispettata anche all’estero, soprattutto in Inghilterra, dove ebbe estimatori, amici e allievi. La sua fama internazionale, pur non sempre clamorosa, fu solida e colta, legata a un pubblico capace di cogliere la finezza spirituale della sua pittura. Morì a Marina di Pisa nel 1903, lasciando un’eredità che non coincide soltanto con le opere, ma con un modo di intendere l’arte come fedeltà al vero, libertà interiore e disciplina poetica.Oggi Giovanni Costa, o Nino Costa, appare come una figura capitale ma ancora troppo poco conosciuta dal grande pubblico. Se i Macchiaioli hanno conquistato una più ampia fortuna critica e collezionistica, Costa merita di essere considerato uno dei protagonisti più alti e sottili di quel vasto processo di rinnovamento che trasformò la pittura italiana dell’Ottocento.

  • Pasquale Ruggiero - "Fanciulle 1883"
    Lotto 4

    Pasquale Ruggiero
    San Marzano sul Sarno (Salerno) 1851 - Napoli 1915

    "Fanciulle 1883"
    Olio su tela cm 20x29 firmato in basso a dx P.Ruggiero ( difetti )

    - Pasquale Ruggiero, talvolta indicato anche come Pasquale Ruggiero di San Marzano, è una figura interessante e relativamente appartata della pittura napoletana tra Otto e Novecento. Nato a San Marzano sul Sarno il 20 dicembre 1851 e morto a Napoli l’11 settembre 1915 (alcune fonti riportano il 1916, ma la data del 1915 ricorre con maggiore coerenza nelle schede biografiche italiane), appartenne a quella generazione di artisti meridionali che operarono all’ombra dei grandi nomi della scuola napoletana, costruendosi tuttavia una propria fisionomia nel campo della pittura di genere e della rappresentazione della vita quotidiana. La sua vicenda, meno celebre rispetto a quella di altri maestri campani, merita attenzione proprio perché testimonia la vitalità diffusa dell’ambiente artistico napoletano di fine Ottocento, fatto non solo di capiscuola, ma anche di pittori operosi, versatili e spesso molto apprezzati dal pubblico e dal collezionismo del tempo.Le notizie sulla sua formazione convergono nel delineare un avvio precoce e promettente. Fu incoraggiato da Giovan Battista Amendola, che ne riconobbe il talento e lo aiutò a entrare nell’Istituto di Belle Arti di Napoli, ambiente nel quale Ruggiero poté assimilare la disciplina del disegno e i fondamenti della tradizione accademica partenopea. Successivamente proseguì il proprio apprendistato nella scuola privata di Vincenzo Petrocelli, pittore noto per la sua inclinazione narrativa e per la capacità di animare scene di costume e d’interno: un passaggio importante, perché proprio in quella direzione sembra consolidarsi la sensibilità di Ruggiero, portato a privilegiare il racconto visivo, il gesto umano, l’episodio domestico e la piccola teatralità della vita popolare.Stabilitosi e attivo soprattutto a Napoli, Ruggiero si dedicò in prevalenza alla pittura di genere, ai soggetti campestri, alle scene di costume e a composizioni di gusto realistico, spesso attraversate da un tono narrativo immediato e da una vena affettuosa nei confronti del mondo popolare. Le opere note attraverso i cataloghi d’esposizione e il mercato antiquario mostrano un artista attratto dai momenti ordinari dell’esistenza: bambini, famiglie, pescatori, scene d’interno, piccoli riti civili e familiari, episodi di vita napoletana. In alcuni titoli emerge anche una componente aneddotica o moraleggiante, tipica di molta pittura ottocentesca destinata a un pubblico borghese, mentre in altri prevale la freschezza descrittiva e il gusto per il colore locale. È significativo che tra i soggetti a lui attribuiti compaiano anche scene come La Tarantella o immagini di sapore mediterraneo e orientaleggiante, segno di un repertorio piuttosto ampio e di una curiosità visiva che non si limitava al solo quotidiano domestico.La sua carriera espositiva appare tutt’altro che marginale. Partecipò a numerose rassegne in Italia e all’estero, segno di una presenza costante e di una certa reputazione nel circuito artistico del tempo. A Napoli, nel 1877, espose L’ascensione del pallone e Il primo saluto; a Milano, nel 1881, presentò Trastulli d’infanzia e Costumi napoletani; a Berlino, nel 1883, figurò con opere quali La domenica in campagna, Pescatori napoletani e Crudeltà della stolidezza. Negli anni successivi la sua attività proseguì con partecipazioni a Genova, Rotterdam e Bologna, mentre alla Promotrice napoletana “Salvator Rosa” comparvero titoli che restituiscono bene il tono della sua poetica: Un povero, Cure materne, Il giorno delle nozze, Mestizia, Gioia, Il canto del nostro popolo, La primavera della vita, Voglio vedere se mi ami, Rosa la maestra. Questo elenco, al di là del valore puntuale di ogni singola opera, suggerisce un artista capace di muoversi tra sentimento, osservazione sociale, bozzetto narrativo e costume, con una predilezione per i temi accessibili e comunicativi.Un tratto biografico particolarmente notevole è la sua intensa mobilità. Le fonti ricordano che Ruggiero viaggiò spesso all’estero, toccando città come Londra, Ostenda, Rotterdam, Smirne e perfino New York. Per un artista della sua generazione e del suo profilo, questa dimensione itinerante non è un dettaglio secondario: indica apertura, desiderio di confronto e forse anche la volontà di intercettare un mercato più ampio rispetto a quello locale. Pur restando profondamente legato al mondo figurativo napoletano, la sua esperienza non sembra dunque confinata in un orizzonte provinciale; al contrario, rivela una certa elasticità professionale e una capacità di inserirsi in reti espositive e commerciali più vaste.Negli ultimi anni la sua vicenda assunse anche un tono umano particolarmente toccante. Nel 1905 fu colpito da una paralisi del lato destro, evento che avrebbe potuto porre fine alla sua attività. Invece, secondo le testimonianze tramandate, affrontò la menomazione con straordinaria tenacia, esercitando il braccio sinistro fino a tornare a dipingere. L’anno successivo riuscì persino a presentare alla Promotrice napoletana un’opera eseguita in quelle nuove e difficilissime condizioni. Questo episodio, più ancora dei dati di carriera, restituisce la statura morale dell’uomo: non un artista di rottura o di scandalo, ma un lavoratore dell’arte nel senso più pieno del termine, sorretto da disciplina, ostinazione e fedeltà assoluta al proprio mestiere.Dal punto di vista stilistico, Pasquale Ruggiero si colloca nell’alveo del realismo narrativo napoletano di secondo Ottocento. La sua pittura non punta alla monumentalità né all’innovazione radicale, ma si fonda su una solida leggibilità, sulla chiarezza del racconto, sulla cura del dettaglio figurativo e su una sensibilità pronta a cogliere gli aspetti umani e sentimentali della scena. È il tipo di artista che lavora nel punto d’incontro tra tradizione accademica, gusto borghese e osservazione del vero, con risultati che potevano incontrare favore sia nelle esposizioni ufficiali sia nel mercato privato. Proprio per questo, oggi, le sue opere conservano un interesse particolare per chi studia il tessuto diffuso della pittura meridionale dell’epoca: non soltanto i grandi nomi, ma anche quei protagonisti “di seconda linea” che resero ricchissimo il panorama artistico dell’Italia postunitaria.Pasquale Ruggiero morì a Napoli nel 1915Pasquale Ruggiero, talvolta indicato anche come Pasquale Ruggiero di San Marzano, è una figura interessante e relativamente appartata della pittura napoletana tra Otto e Novecento. Nato a San Marzano sul Sarno il 20 dicembre 1851 e morto a Napoli l’11 settembre 1915 (alcune fonti riportano il 1916, ma la data del 1915 ricorre con maggiore coerenza nelle schede biografiche italiane), appartenne a quella generazione di artisti meridionali che operarono all’ombra dei grandi nomi della scuola napoletana, costruendosi tuttavia una propria fisionomia nel campo della pittura di genere e della rappresentazione della vita quotidiana. La sua vicenda, meno celebre rispetto a quella di altri maestri campani, merita attenzione proprio perché testimonia la vitalità diffusa dell’ambiente artistico napoletano di fine Ottocento, fatto non solo di capiscuola, ma anche di pittori operosi, versatili e spesso molto apprezzati dal pubblico e dal collezionismo del tempo.Le notizie sulla sua formazione convergono nel delineare un avvio precoce e promettente. Fu incoraggiato da Giovan Battista Amendola, che ne riconobbe il talento e lo aiutò a entrare nell’Istituto di Belle Arti di Napoli, ambiente nel quale Ruggiero poté assimilare la disciplina del disegno e i fondamenti della tradizione accademica partenopea. Successivamente proseguì il proprio apprendistato nella scuola privata di Vincenzo Petrocelli, pittore noto per la sua inclinazione narrativa e per la capacità di animare scene di costume e d’interno: un passaggio importante, perché proprio in quella direzione sembra consolidarsi la sensibilità di Ruggiero, portato a privilegiare il racconto visivo, il gesto umano, l’episodio domestico e la piccola teatralità della vita popolare.Stabilitosi e attivo soprattutto a Napoli, Ruggiero si dedicò in prevalenza alla pittura di genere, ai soggetti campestri, alle scene di costume e a composizioni di gusto realistico, spesso attraversate da un tono narrativo immediato e da una vena affettuosa nei confronti del mondo popolare. Le opere note attraverso i cataloghi d’esposizione e il mercato antiquario mostrano un artista attratto dai momenti ordinari dell’esistenza: bambini, famiglie, pescatori, scene d’interno, piccoli riti civili e familiari, episodi di vita napoletana. In alcuni titoli emerge anche una componente aneddotica o moraleggiante, tipica di molta pittura ottocentesca destinata a un pubblico borghese, mentre in altri prevale la freschezza descrittiva e il gusto per il colore locale. È significativo che tra i soggetti a lui attribuiti compaiano anche scene come La Tarantella o immagini di sapore mediterraneo e orientaleggiante, segno di un repertorio piuttosto ampio e di una curiosità visiva che non si limitava al solo quotidiano domestico.La sua carriera espositiva appare tutt’altro che marginale. Partecipò a numerose rassegne in Italia e all’estero, segno di una presenza costante e di una certa reputazione nel circuito artistico del tempo. A Napoli, nel 1877, espose L’ascensione del pallone e Il primo saluto; a Milano, nel 1881, presentò Trastulli d’infanzia e Costumi napoletani; a Berlino, nel 1883, figurò con opere quali La domenica in campagna, Pescatori napoletani e Crudeltà della stolidezza. Negli anni successivi la sua attività proseguì con partecipazioni a Genova, Rotterdam e Bologna, mentre alla Promotrice napoletana “Salvator Rosa” comparvero titoli che restituiscono bene il tono della sua poetica: Un povero, Cure materne, Il giorno delle nozze, Mestizia, Gioia, Il canto del nostro popolo, La primavera della vita, Voglio vedere se mi ami, Rosa la maestra. Questo elenco, al di là del valore puntuale di ogni singola opera, suggerisce un artista capace di muoversi tra sentimento, osservazione sociale, bozzetto narrativo e costume, con una predilezione per i temi accessibili e comunicativi.Un tratto biografico particolarmente notevole è la sua intensa mobilità. Le fonti ricordano che Ruggiero viaggiò spesso all’estero, toccando città come Londra, Ostenda, Rotterdam, Smirne e perfino New York. Per un artista della sua generazione e del suo profilo, questa dimensione itinerante non è un dettaglio secondario: indica apertura, desiderio di confronto e forse anche la volontà di intercettare un mercato più ampio rispetto a quello locale. Pur restando profondamente legato al mondo figurativo napoletano, la sua esperienza non sembra dunque confinata in un orizzonte provinciale; al contrario, rivela una certa elasticità professionale e una capacità di inserirsi in reti espositive e commerciali più vaste.Negli ultimi anni la sua vicenda assunse anche un tono umano particolarmente toccante. Nel 1905 fu colpito da una paralisi del lato destro, evento che avrebbe potuto porre fine alla sua attività. Invece, secondo le testimonianze tramandate, affrontò la menomazione con straordinaria tenacia, esercitando il braccio sinistro fino a tornare a dipingere. L’anno successivo riuscì persino a presentare alla Promotrice napoletana un’opera eseguita in quelle nuove e difficilissime condizioni. Questo episodio, più ancora dei dati di carriera, restituisce la statura morale dell’uomo: non un artista di rottura o di scandalo, ma un lavoratore dell’arte nel senso più pieno del termine, sorretto da disciplina, ostinazione e fedeltà assoluta al proprio mestiere.Dal punto di vista stilistico, Pasquale Ruggiero si colloca nell’alveo del realismo narrativo napoletano di secondo Ottocento. La sua pittura non punta alla monumentalità né all’innovazione radicale, ma si fonda su una solida leggibilità, sulla chiarezza del racconto, sulla cura del dettaglio figurativo e su una sensibilità pronta a cogliere gli aspetti umani e sentimentali della scena. È il tipo di artista che lavora nel punto d’incontro tra tradizione accademica, gusto borghese e osservazione del vero, con risultati che potevano incontrare favore sia nelle esposizioni ufficiali sia nel mercato privato. Proprio per questo, oggi, le sue opere conservano un interesse particolare per chi studia il tessuto diffuso della pittura meridionale dell’epoca: non soltanto i grandi nomi, ma anche quei protagonisti “di seconda linea” che resero ricchissimo il panorama artistico dell’Italia postunitaria.Pasquale Ruggiero morì a Napoli nel 1915.

  • Francesco Didioni - "Passeggiata" (Attribuito)
    Lotto 5

    Francesco Didioni
    Milano 1839 - Stresa (NO) 1895

    "Passeggiata"
    Olio su tela cm 36x21 firmato no

    - Francesco Didioni è una figura appartata ma tutt’altro che trascurabile della pittura lombarda dell’Ottocento. Nato a Milano nel 1839 e morto a Stresa il 26 o 27 luglio 1895 (le fonti oscillano leggermente sul giorno, ma concordano sull’anno e sul luogo), appartenne a quella generazione di artisti formatisi nell’ambiente milanese di Brera, ancora profondamente segnato dall’eredità romantica e accademica, ma già aperto alle trasformazioni del gusto che avrebbero portato verso una pittura più intima, narrativa e psicologicamente attenta. La sua vicenda artistica si colloca proprio in questo spazio di passaggio: da un lato la solidità del mestiere accademico, dall’altro una sensibilità moderna che lo porta a distinguersi soprattutto nel ritratto, dove seppe esprimere una finezza d’osservazione e una delicatezza di tono che ancora oggi rendono riconoscibili le sue opere.La sua formazione si svolse presso la Accademia di Brera, dove fu allievo di Francesco Hayez e Raffaele Casnedi, due nomi fondamentali per comprendere il suo linguaggio. Da Hayez derivò verosimilmente il senso della nobiltà formale, la costruzione salda dell’immagine e una certa inclinazione per il soggetto storico; da Casnedi, invece, un’attenzione più misurata alla compostezza narrativa e alla disciplina del disegno. Già nel 1861, quando era ancora studente, ottenne un primo importante riconoscimento vincendo un concorso di disegno con Un’ambulanza militare, episodio che segnala precocemente la qualità del suo talento e la considerazione di cui godeva nell’ambiente accademico milanese. Nei primi anni della carriera, infatti, Didioni si mosse lungo il solco della grande pittura storica, genere ancora molto apprezzato in quegli anni, realizzando opere come La morte di Gian Maria Visconti, duca di Milano del 1862 e I funerali di Giuda Maccabeo del 1864, nelle quali emerge un gusto narrativo colto e una chiara adesione ai modelli formativi ricevuti.Con il tempo, tuttavia, la sua personalità artistica si orientò sempre più decisamente verso il ritratto e verso una pittura di figura più raccolta, meno enfatica e più incline all’indagine psicologica. È proprio in questo ambito che Francesco Didioni sembra raggiungere i risultati più alti. La critica storica e il collezionismo hanno infatti spesso sottolineato come il suo talento si esprima al meglio nella resa del volto, dell’atteggiamento, della vibrazione affettiva e della presenza interiore dei soggetti. In lui la tradizione accademica non si traduce mai in freddezza: il disegno resta saldo, la composizione equilibrata, ma la pittura si anima di una sensibilità gentile e di una partecipazione umana che avvicinano alcuni suoi esiti alla stagione lombarda del secondo Ottocento più raffinato. In questa direzione si colloca anche il rapporto, spesso ricordato, con l’atmosfera culturale vicina a Tranquillo Cremona, il cui influsso, pur non trasformandolo in un pittore scapigliato in senso stretto, sembra aver ammorbidito la sua visione, rendendola più morbida e intima nella trattazione della figura.Tra le opere più note della sua maturità spicca il Ritratto di giovane donna bionda del 1888, oggi conservato alla Galleria d’Arte Moderna di Milano, dipinto che viene spesso indicato come uno dei vertici della sua produzione. In questo lavoro si coglie bene la sua capacità di unire eleganza formale, misura tonale e intensità psicologica, senza mai indulgere in artifici eccessivi. Ma il nome di Didioni è legato anche a un altro quadro celebre, di carattere storico: Ragione di Stato (o Il divorzio di Napoleone I e Giuseppina), esposto nel 1881, incentrato sul drammatico episodio della separazione tra Napoleone Bonaparte e Giuseppina di Beauharnais. L’opera conobbe una notevole fortuna e fu tanto apprezzata da essere divulgata anche attraverso incisioni e riproduzioni. Non è un caso che proprio questo dipinto venga ricordato come la sua composizione storica più rappresentativa: in esso confluiscono infatti le due anime del pittore, quella formata alla grande macchina narrativa ottocentesca e quella più sottile, capace di restituire il dramma umano dietro l’evento storico.La sua attività espositiva documenta una presenza viva e continua nel panorama artistico del tempo. Le fonti ricordano partecipazioni a Parma nel 1870 con L’artista, a Milano nel 1872 con Pittrice e Amore e libertà, a Torino nel 1880 con Attrazione, e ancora a Milano nel 1881 con il già citato Ragione di Stato. Questi dati, pur frammentari, mostrano un artista inserito nei principali circuiti espositivi dell’Italia settentrionale, attento sia alla pittura di soggetto sia alla costruzione di una reputazione pubblica. Accanto alle grandi composizioni, realizzò anche numerosi ritratti privati e opere di genere, oltre a bozzetti e studi che testimoniano un’attività laboriosa e costante. Alcuni studi per Ragione di Stato, insieme ad interni di Palazzo Stanga a Cremona, sono ricordati nelle raccolte milanesi, mentre diversi ritratti, tra cui quelli della madre e della moglie, furono anch’essi conservati nella Galleria d’Arte Moderna di Milano, segno di un riconoscimento istituzionale non secondario.La critica coeva e successiva ha insistito soprattutto sul suo valore di ritrattista. In una testimonianza spesso citata, Carlo Bozzi sottolineava come una mostra retrospettiva dell’artista restituisse “la misura del suo alto valore come ritrattista”, ricordando in particolare i vivacissimi e memorabili ritratti della madre anziana, colti con affetto, naturalezza e intensità. In tali giudizi si coglie bene il tratto più autentico della sua pittura: una gentilezza espressiva che non è debolezza, ma capacità di penetrare il carattere del soggetto senza forzature teatrali. Talvolta il suo nome viene accostato a pittori lombardi come Pietro Bouvier o Roberto Fontana, ma sempre con la precisazione che Didioni possedeva una tonalità personale, fatta di equilibrio, sensibilità e una certa eleganza trattenuta. Anche nei soggetti di genere o storici, infatti, non prevale mai il gesto declamatorio: tutto tende a una misura composta, quasi domestica, che rende la scena leggibile e umanamente credibile.Sul piano stilistico, Francesco Didioni occupa una posizione interessante all’interno della pittura lombarda del secondo Ottocento. Non fu un innovatore radicale, né un protagonista di rottura come alcuni esponenti più avanzati della Scapigliatura, ma seppe interpretare con intelligenza e qualità il passaggio da una pittura accademica di matrice hayeziana a una figurazione più sensibile all’intimità borghese, al ritratto psicologico, alla verità del volto e alla narrazione misurata. La sua tavolozza appare generalmente equilibrata, la composizione chiara, il disegno accurato; eppure, dentro questa disciplina, si avverte un desiderio di vita, un’attenzione al dato umano che impedisce alla sua arte di ridursi a esercizio scolastico. È proprio questo equilibrio fra mestiere solido e delicatezza emotiva a rendere oggi Didioni un artista degno di riconsiderazione, soprattutto per chi si occupa non soltanto dei grandi nomi, ma del tessuto più ricco e articolato della cultura figurativa ottocentesca.Francesco Didioni morì a Stresa nell’estate del 1895 e fu sepolto al Cimitero Monumentale di Milano, luogo simbolico della memoria borghese e artistica della città.

  • Giovanni Lomi - "Carrozze "
    Lotto 6

    Giovanni Lomi
    Livorno 1889 - 1969

    "Carrozze "
    Olio su tavola cm 14,5x19,5 firmato in basso a dx G.Lomi

    - Giovanni Lomi nacque a Livorno nel 1889 e morì nella stessa città nel 1969. Rimasto orfano in giovane età, fu affidato a una famiglia contadina, dove sviluppò una precoce passione per il disegno e la pittura. Iniziò la sua carriera artistica intorno al 1918 e tenne la sua prima mostra personale a Firenze nel 1922. Nel corso della sua carriera, Lomi partecipò a numerose esposizioni, tra cui diverse edizioni della Biennale di Venezia e delle Quadriennali romane. Fu membro attivo del Gruppo Labronico, un'associazione di artisti livornesi, e le sue opere furono influenzate dalla corrente dei Macchiaioli, mostrando affinità con artisti come Telemaco Signorini e Giovanni Fattori. Parallelamente alla pittura, Lomi coltivò una carriera come baritono, esibendosi in ambito operistico. Tra le sue opere più note si annoverano paesaggi toscani e scene di vita quotidiana, caratterizzati da una tavolozza cromatica delicata e una tecnica pittorica che riflette l'influenza macchiaiola. Le sue opere sono state vendute in numerose aste, consolidando la sua reputazione nel panorama artistico italiano

  • Lodovico Tommasi - "Primi incontri"
    Lotto 7

    Lodovico Tommasi
    Livorno 1866 - Firenze 1941

    "Primi incontri"
    Olio su cartone cm 20,5x14 firmato in basso a sx Tommasi

    - Lodovico o Ludovico Tommasi è stato un pittore e incisore italiano, associato ai movimenti dei Macchiaioli e del Divisionismo. Proveniente da una famiglia di artisti, con il fratello Angiolo e il cugino Adolfo anch'essi pittori. Inizialmente si dedicò alla musica, diplomandosi in violino al Conservatorio di Firenze sotto la guida di Ettore Martini. Tuttavia, l'ambiente familiare e la frequentazione di artisti come Silvestro Lega, ospite frequente nella villa di famiglia a Bellariva, lo indirizzarono verso la pittura.Esordì nel 1884 alla Promotrice Fiorentina con uno "Studio dal vero" e nel 1886 partecipò all'Esposizione di Belle Arti di Livorno con "Bellariva sull'Arno a Firenze". Durante il servizio militare a Milano (1888-1891), entrò in contatto con ambienti artistici lombardi. Successivamente, insieme al fratello Angiolo, frequentò il cenacolo artistico di Torre del Lago, legato al compositore Giacomo Puccini, dove conobbe esponenti dell'avanguardia toscana come Galileo Chini e Oscar Ghiglia.Verso la fine del XIX secolo, si avvicinò al Divisionismo, influenzato dall'amico Plinio Nomellini. Partecipò a importanti esposizioni, tra cui la Biennale di Venezia del 1895 con l'opera "Notti umane". Nel 1905 fu tra i promotori della Prima Mostra d'Arte Toscana e nel 1907 aderì al gruppo "Giovane Etruria", che mirava a recuperare la tradizione naturalistica toscana in risposta alle avanguardie del periodo.Negli anni Dieci, Tommasi si dedicò all'incisione, studiando presso l'Accademia delle Arti e del Disegno di Ravenna con Vittorio Guaccimanni. Nel 1912 fondò una scuola libera di acquaforte a Firenze. Continuò a esporre regolarmente, partecipando alle Biennali di Venezia fino al 1936. Negli anni Trenta, realizzò opere di grandi dimensioni come "Vita semplice", esposta alla Biennale del 1930.Ludovico Tommasi morì a Firenze nel 1941 ed è sepolto nel Cimitero delle Porte Sante.

  • Lodovico Tommasi - "Le donne del paese "
    Lotto 8

    Lodovico Tommasi
    Livorno 1866 - Firenze 1941

    "Le donne del paese "
    Olio su cartone cm 12x19 firmato in basso a sx Tommasi

    - Lodovico o Ludovico Tommasi è stato un pittore e incisore italiano, associato ai movimenti dei Macchiaioli e del Divisionismo. Proveniente da una famiglia di artisti, con il fratello Angiolo e il cugino Adolfo anch'essi pittori. Inizialmente si dedicò alla musica, diplomandosi in violino al Conservatorio di Firenze sotto la guida di Ettore Martini. Tuttavia, l'ambiente familiare e la frequentazione di artisti come Silvestro Lega, ospite frequente nella villa di famiglia a Bellariva, lo indirizzarono verso la pittura.Esordì nel 1884 alla Promotrice Fiorentina con uno "Studio dal vero" e nel 1886 partecipò all'Esposizione di Belle Arti di Livorno con "Bellariva sull'Arno a Firenze". Durante il servizio militare a Milano (1888-1891), entrò in contatto con ambienti artistici lombardi. Successivamente, insieme al fratello Angiolo, frequentò il cenacolo artistico di Torre del Lago, legato al compositore Giacomo Puccini, dove conobbe esponenti dell'avanguardia toscana come Galileo Chini e Oscar Ghiglia.Verso la fine del XIX secolo, si avvicinò al Divisionismo, influenzato dall'amico Plinio Nomellini. Partecipò a importanti esposizioni, tra cui la Biennale di Venezia del 1895 con l'opera "Notti umane". Nel 1905 fu tra i promotori della Prima Mostra d'Arte Toscana e nel 1907 aderì al gruppo "Giovane Etruria", che mirava a recuperare la tradizione naturalistica toscana in risposta alle avanguardie del periodo.Negli anni Dieci, Tommasi si dedicò all'incisione, studiando presso l'Accademia delle Arti e del Disegno di Ravenna con Vittorio Guaccimanni. Nel 1912 fondò una scuola libera di acquaforte a Firenze. Continuò a esporre regolarmente, partecipando alle Biennali di Venezia fino al 1936. Negli anni Trenta, realizzò opere di grandi dimensioni come "Vita semplice", esposta alla Biennale del 1930.Ludovico Tommasi morì a Firenze nel 1941 ed è sepolto nel Cimitero delle Porte Sante.

  • Lodovico Tommasi - "Il nuovo arrivato"
    Lotto 9

    Lodovico Tommasi
    Livorno 1866 - Firenze 1941

    "Il nuovo arrivato"
    Olio su cartone cm 23x12 firmato in basso a dx Tommasi

    - Lodovico o Ludovico Tommasi è stato un pittore e incisore italiano, associato ai movimenti dei Macchiaioli e del Divisionismo. Proveniente da una famiglia di artisti, con il fratello Angiolo e il cugino Adolfo anch'essi pittori. Inizialmente si dedicò alla musica, diplomandosi in violino al Conservatorio di Firenze sotto la guida di Ettore Martini. Tuttavia, l'ambiente familiare e la frequentazione di artisti come Silvestro Lega, ospite frequente nella villa di famiglia a Bellariva, lo indirizzarono verso la pittura.Esordì nel 1884 alla Promotrice Fiorentina con uno "Studio dal vero" e nel 1886 partecipò all'Esposizione di Belle Arti di Livorno con "Bellariva sull'Arno a Firenze". Durante il servizio militare a Milano (1888-1891), entrò in contatto con ambienti artistici lombardi. Successivamente, insieme al fratello Angiolo, frequentò il cenacolo artistico di Torre del Lago, legato al compositore Giacomo Puccini, dove conobbe esponenti dell'avanguardia toscana come Galileo Chini e Oscar Ghiglia.Verso la fine del XIX secolo, si avvicinò al Divisionismo, influenzato dall'amico Plinio Nomellini. Partecipò a importanti esposizioni, tra cui la Biennale di Venezia del 1895 con l'opera "Notti umane". Nel 1905 fu tra i promotori della Prima Mostra d'Arte Toscana e nel 1907 aderì al gruppo "Giovane Etruria", che mirava a recuperare la tradizione naturalistica toscana in risposta alle avanguardie del periodo.Negli anni Dieci, Tommasi si dedicò all'incisione, studiando presso l'Accademia delle Arti e del Disegno di Ravenna con Vittorio Guaccimanni. Nel 1912 fondò una scuola libera di acquaforte a Firenze. Continuò a esporre regolarmente, partecipando alle Biennali di Venezia fino al 1936. Negli anni Trenta, realizzò opere di grandi dimensioni come "Vita semplice", esposta alla Biennale del 1930.Ludovico Tommasi morì a Firenze nel 1941 ed è sepolto nel Cimitero delle Porte Sante.

  • Lidio Ajmone - "Il Sicomoro della concessione"
    Lotto 10

    Lidio Ajmone
    Coggiola (VC) 1884 - 1945 Andezeno (TO)

    "Il Sicomoro della concessione"
    Olio su tavola cm 15x22,5 firmato in basso a sx L.Ajmone

    - Lidio Ajmone, pittore italiano, nacque a Coggiola, in provincia di Biella, il 10 aprile 1884. Fin da giovane, seguendo le orme del padre notaio, si trasferì a Torino, città in cui intraprese gli studi classici e in seguito frequentò l’Accademia Albertina. Qui ebbe modo di approfondire la sua formazione artistica, studiando anche presso lo studio di Vittorio Cavalleri e lasciandosi influenzare dalle opere di maestri come Delleani, Tavernier e Bistolfi.Nel 1912, in un periodo in cui la sua carriera artistica cominciava a delinearsi con decisione, Ajmone intraprese un viaggio in Tripolitania, esperienza che alimentò il suo interesse per paesaggi e ambientazioni esotiche. Durante la Prima Guerra Mondiale, prestò servizio come capitano degli Alpini, distinguendosi in combattimento e ottenendo la Croce di Guerra per il coraggio dimostrato sul campo.Il periodo che va dal 1925 al 1928 rappresenta uno dei momenti più significativi della sua attività: fu in Somalia, dove operò come pittore ufficiale, a dare nuova linfa creativa alla sua produzione artistica. In questo contesto, Ajmone realizzò una serie di opere che, con l’uso sapiente del colore e una pennellata impressionista, catturarono l’essenza dei paesaggi e delle tradizioni locali. Successivamente, trascorse anche un periodo a Rodi, arricchendo ulteriormente il proprio percorso esotico.Nel 1941, a causa di una malattia, fece ritorno in Italia, stabilendosi ad Andezeno, nei pressi di Torino. Fu lì che, nonostante le difficoltà, continuò a dipingere fino alla sua scomparsa, avvenuta il 25 settembre 1945. La sua evoluzione artistica, che lo vide passare da una tradizione paesaggistica piemontese a una vibrante esaltazione del colore, ha lasciato un’impronta duratura nel panorama artistico italiano. A testimonianza del suo valore, il Circolo degli Artisti di Torino gli dedicò, nel 1946, una retrospettiva che celebrò la ricchezza e la varietà della sua produzione.

  • Italo Mus - "Vecchia fontana a Saint Vincent"
    Lotto 11

    Italo Mus
    Chatillon AO 1892 - Saint Vincent AO 1967

    "Vecchia fontana a Saint Vincent"
    Olio su tavola cm 16,5x23,5 firmato in basso a dx I.Mus

    - Italo Mus nacque il 4 aprile 1892 a Châtillon, un piccolo villaggio della Valle d'Aosta. Cresciuto in una famiglia di artisti, suo padre Eugenio Mus era uno scultore che lo avviò sin da giovane allo studio del disegno e della scultura in legno nella sua bottega. Sebbene inizialmente si dedicasse all'intaglio, il giovane Italo si orientò verso la pittura, grazie anche all'incoraggiamento di Lorenzo Delleani, pittore di fama, che lo indirizzò verso una formazione accademica.Frequentò l'Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, dove approfondì la sua preparazione sotto la guida di maestri come Paolo Gaidano, Andrea Marchisio, Giacomo Grosso e Luigi Onetti. La sua carriera artistica ebbe una svolta importante nel 1912, quando partecipò al Salone dei Giovani Pittori, ottenendo il primo premio, un riconoscimento che segnò l'inizio di una carriera brillante.Nel 1913, Mus ampliò la sua esperienza artistica collaborando alla realizzazione di decorazioni a fresco in città come Lione e Losanna. Ma fu la sua Valle d'Aosta, con i suoi paesaggi montani e le tradizioni rurali, a diventare la principale fonte di ispirazione per le sue opere. Le sue tele spesso raccontano scene di vita quotidiana, come il lavoro dei pastori, dei contadini e le peculiarità degli antichi edifici rurali come i rascard, tipiche costruzioni in legno e pietra delle Alpi.Tra le sue opere più celebri si ricordano "Pastore al lavoro", "Contadini: la semina" e "Rascard", che testimoniano la sua capacità di catturare la bellezza e la semplicità della vita montana. Con una tavolozza che riflette i toni caldi e terrosi dei paesaggi alpini, Mus riusciva a trasmettere un forte senso di identità e appartenenza alla sua terra.Italo Mus morì il 15 maggio 1967 a Saint-VincentItalo Mus nacque il 4 aprile 1892 a Châtillon, un piccolo villaggio della Valle d'Aosta. Cresciuto in una famiglia di artisti, suo padre Eugenio Mus era uno scultore che lo avviò sin da giovane allo studio del disegno e della scultura in legno nella sua bottega. Sebbene inizialmente si dedicasse all'intaglio, il giovane Italo si orientò verso la pittura, grazie anche all'incoraggiamento di Lorenzo Delleani, pittore di fama, che lo indirizzò verso una formazione accademica.Frequentò l'Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, dove approfondì la sua preparazione sotto la guida di maestri come Paolo Gaidano, Andrea Marchisio, Giacomo Grosso e Luigi Onetti. La sua carriera artistica ebbe una svolta importante nel 1912, quando partecipò al Salone dei Giovani Pittori, ottenendo il primo premio, un riconoscimento che segnò l'inizio di una carriera brillante.Nel 1913, Mus ampliò la sua esperienza artistica collaborando alla realizzazione di decorazioni a fresco in città come Lione e Losanna. Ma fu la sua Valle d'Aosta, con i suoi paesaggi montani e le tradizioni rurali, a diventare la principale fonte di ispirazione per le sue opere. Le sue tele spesso raccontano scene di vita quotidiana, come il lavoro dei pastori, dei contadini e le peculiarità degli antichi edifici rurali come i rascard, tipiche costruzioni in legno e pietra delle Alpi.Tra le sue opere più celebri si ricordano "Pastore al lavoro", "Contadini: la semina" e "Rascard", che testimoniano la sua capacità di catturare la bellezza e la semplicità della vita montana. Con una tavolozza che riflette i toni caldi e terrosi dei paesaggi alpini, Mus riusciva a trasmettere un forte senso di identità e appartenenza alla sua terra.Italo Mus morì il 15 maggio 1967 a Saint-Vincent.

  • Giuseppe Sacheri - "Sera in montagna"
    Lotto 12

    Giuseppe Sacheri
    Genova 1863 - Pianfei 1950

    "Sera in montagna"
    Olio su cartone cm 22,5x16,5 firmato in basso a dx G.Sacheri

    - Giuseppe Sacheri fu una figura di primo piano nel paesaggismo ligure tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, interprete sensibile e colto di una pittura profondamente legata alla luce, al mare e alla dimensione lirica del paesaggio. Nato a Genova l’8 dicembre 1863, crebbe in un ambiente familiare agiato e culturalmente stimolante, che gli consentì una formazione accurata e numerose occasioni di viaggio, elementi che avrebbero inciso in modo decisivo sulla sua sensibilità artistica. Ancora giovanissimo seguì la famiglia a Ravenna, dove iniziò gli studi presso l’Accademia di Belle Arti sotto la guida di Arturo Moradei, maturando fin da subito una chiara inclinazione per l’osservazione del vero e per la resa atmosferica della natura. Iniziň poi la sua formazione superiore a Torino, all’Accademia Albertina, dove frequentò i corsi di Lorenzo Delleani e si inserì in un ambiente particolarmente vivace sul piano culturale ed espositivo. Gli anni torinesi furono fondamentali per la definizione del suo linguaggio: qui si consolidò il suo interesse per il paesaggio, inteso non come semplice veduta descrittiva, ma come spazio emotivo, come occasione di meditazione e di sintesi tra percezione naturale e sentimento interiore.Fin dagli esordi, Sacheri mostrò una notevole coerenza di ricerca, dedicandosi con costanza a marine, vedute costiere, scorci di campagna e paesaggi di ampio respiro, in cui la figura umana rimane quasi sempre secondaria rispetto al protagonismo assoluto della natura. Il suo nome si impose con maggiore decisione nel 1892, quando vinse il primo premio al concorso indetto dal Comune di Genova per le celebrazioni colombiane, grazie a un grande dipinto celebrativo dedicato al porto di Genova durante le feste in onore di Cristoforo Colombo. Questo successo gli diede prestigio e visibilità, ma soprattutto rafforzò il suo legame con la città natale, che da quel momento divenne sempre più il centro ideale della sua esperienza pittorica. Il mare ligure, con le sue variazioni luminose, le insenature, i promontori, i porti e le atmosfere mutevoli della costa, divenne infatti il nucleo poetico della sua produzione, tanto da farne uno dei più riconoscibili e apprezzati interpreti della pittura di paesaggio genovese.La sua attività si svolse in stretta relazione con l’ambiente artistico ligure, dove fu vicino ai cosiddetti Pittori di Sturla e partecipò attivamente alla vita culturale cittadina, anche attraverso la fondazione, nel 1896, del gruppo degli Amici dell’Arte. Pur mantenendo sempre una posizione autonoma e schiva, fu un artista molto presente nel panorama espositivo italiano e internazionale. Partecipò più volte alla Biennale di Venezia, alle Quadriennali torinesi e a numerose rassegne in Italia e all’estero, esponendo in città come Monaco di Baviera, Parigi, Dresda, Vienna, Praga, Bruxelles, Buenos Aires e San Francisco. La sua pittura, infatti, seppe incontrare il favore di un pubblico colto e sensibile, attratto dalla sua capacità di fondere rigore formale e vibrazione poetica. In lui non vi è alcuna ricerca di effetto spettacolare o di rottura programmatica: il suo linguaggio si fonda piuttosto su una continuità di visione, su una fedeltà quasi morale alla natura, osservata con partecipazione, silenzio e profondità.Un elemento determinante nella maturazione del suo stile fu il viaggio. Sacheri si spostò spesso, sia in Italia sia soprattutto nel Nord Europa, dove soggiornò a lungo e dove entrò in contatto con paesaggi, atmosfere e tradizioni pittoriche diverse da quelle mediterranee. I Paesi Bassi, la Danimarca, la Finlandia e altri territori nordici lasciarono un’impronta importante sulla sua tavolozza, che in certe opere si fa più densa, più raccolta, più incline ai cieli ampi, alle acque immobili, alle terre umide, alle ombre profonde. L’ammirazione per la grande pittura fiamminga e olandese, antica e moderna, contribuì a rafforzare in lui una sensibilità atmosferica e tonale che si tradusse in una pittura di rara finezza, capace di restituire non solo un luogo, ma uno stato d’animo. È proprio questa qualità a distinguere Giuseppe Sacheri da molti paesisti del suo tempo: la natura, nei suoi dipinti, non è mai puro motivo decorativo, ma si fa esperienza interiore, memoria, malinconia, quiete, attesa.La sua lunga carriera si sviluppò dunque all’insegna di una costanza espressiva ammirevole. Dalle prime prove accademiche fino agli ultimi anni trascorsi a Pianfei, nel Cuneese, dove si trasferì stabilmente nel 1927, Sacheri rimase fedele a una pittura intimamente poetica, nutrita di osservazione e di sentimento. Anche lontano da Genova, continuò a dipingere e a esporre, trovando nei paesaggi piemontesi nuovi motivi di meditazione, senza mai tradire la propria vocazione di interprete della natura. Morì a Pianfei il 16 ottobre 1950Giuseppe Sacheri fu una figura di primo piano nel paesaggismo ligure tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, interprete sensibile e colto di una pittura profondamente legata alla luce, al mare e alla dimensione lirica del paesaggio. Nato a Genova l’8 dicembre 1863, crebbe in un ambiente familiare agiato e culturalmente stimolante, che gli consentì una formazione accurata e numerose occasioni di viaggio, elementi che avrebbero inciso in modo decisivo sulla sua sensibilità artistica. Ancora giovanissimo seguì la famiglia a Ravenna, dove iniziò gli studi presso l’Accademia di Belle Arti sotto la guida di Arturo Moradei, maturando fin da subito una chiara inclinazione per l’osservazione del vero e per la resa atmosferica della natura. Iniziň poi la sua formazione superiore a Torino, all’Accademia Albertina, dove frequentò i corsi di Lorenzo Delleani e si inserì in un ambiente particolarmente vivace sul piano culturale ed espositivo. Gli anni torinesi furono fondamentali per la definizione del suo linguaggio: qui si consolidò il suo interesse per il paesaggio, inteso non come semplice veduta descrittiva, ma come spazio emotivo, come occasione di meditazione e di sintesi tra percezione naturale e sentimento interiore.Fin dagli esordi, Sacheri mostrò una notevole coerenza di ricerca, dedicandosi con costanza a marine, vedute costiere, scorci di campagna e paesaggi di ampio respiro, in cui la figura umana rimane quasi sempre secondaria rispetto al protagonismo assoluto della natura. Il suo nome si impose con maggiore decisione nel 1892, quando vinse il primo premio al concorso indetto dal Comune di Genova per le celebrazioni colombiane, grazie a un grande dipinto celebrativo dedicato al porto di Genova durante le feste in onore di Cristoforo Colombo. Questo successo gli diede prestigio e visibilità, ma soprattutto rafforzò il suo legame con la città natale, che da quel momento divenne sempre più il centro ideale della sua esperienza pittorica. Il mare ligure, con le sue variazioni luminose, le insenature, i promontori, i porti e le atmosfere mutevoli della costa, divenne infatti il nucleo poetico della sua produzione, tanto da farne uno dei più riconoscibili e apprezzati interpreti della pittura di paesaggio genovese.La sua attività si svolse in stretta relazione con l’ambiente artistico ligure, dove fu vicino ai cosiddetti Pittori di Sturla e partecipò attivamente alla vita culturale cittadina, anche attraverso la fondazione, nel 1896, del gruppo degli Amici dell’Arte. Pur mantenendo sempre una posizione autonoma e schiva, fu un artista molto presente nel panorama espositivo italiano e internazionale. Partecipò più volte alla Biennale di Venezia, alle Quadriennali torinesi e a numerose rassegne in Italia e all’estero, esponendo in città come Monaco di Baviera, Parigi, Dresda, Vienna, Praga, Bruxelles, Buenos Aires e San Francisco. La sua pittura, infatti, seppe incontrare il favore di un pubblico colto e sensibile, attratto dalla sua capacità di fondere rigore formale e vibrazione poetica. In lui non vi è alcuna ricerca di effetto spettacolare o di rottura programmatica: il suo linguaggio si fonda piuttosto su una continuità di visione, su una fedeltà quasi morale alla natura, osservata con partecipazione, silenzio e profondità.Un elemento determinante nella maturazione del suo stile fu il viaggio. Sacheri si spostò spesso, sia in Italia sia soprattutto nel Nord Europa, dove soggiornò a lungo e dove entrò in contatto con paesaggi, atmosfere e tradizioni pittoriche diverse da quelle mediterranee. I Paesi Bassi, la Danimarca, la Finlandia e altri territori nordici lasciarono un’impronta importante sulla sua tavolozza, che in certe opere si fa più densa, più raccolta, più incline ai cieli ampi, alle acque immobili, alle terre umide, alle ombre profonde. L’ammirazione per la grande pittura fiamminga e olandese, antica e moderna, contribuì a rafforzare in lui una sensibilità atmosferica e tonale che si tradusse in una pittura di rara finezza, capace di restituire non solo un luogo, ma uno stato d’animo. È proprio questa qualità a distinguere Giuseppe Sacheri da molti paesisti del suo tempo: la natura, nei suoi dipinti, non è mai puro motivo decorativo, ma si fa esperienza interiore, memoria, malinconia, quiete, attesa.La sua lunga carriera si sviluppò dunque all’insegna di una costanza espressiva ammirevole. Dalle prime prove accademiche fino agli ultimi anni trascorsi a Pianfei, nel Cuneese, dove si trasferì stabilmente nel 1927, Sacheri rimase fedele a una pittura intimamente poetica, nutrita di osservazione e di sentimento. Anche lontano da Genova, continuò a dipingere e a esporre, trovando nei paesaggi piemontesi nuovi motivi di meditazione, senza mai tradire la propria vocazione di interprete della natura. Morì a Pianfei il 16 ottobre 1950.

  • Augusto Von Siegen - "Le colonne di San Marco"
    Lotto 13

    Augusto Von Siegen
    Monaco 1850 - Vienna 1910

    "Le colonne di San Marco"
    Olio su tavola cm 15,5x31,5 firmato in basso a dx A.Siegen

    - Auguste von Siegen fu un pittore di area mitteleuropea attivo tra la seconda metà dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, noto soprattutto per la qualità delle sue vedute urbane, dei paesaggi architettonici e delle scene di gusto orientalista. Nato a Vienna nel 1850 e morto nel 1910, viene generalmente indicato come artista di cultura tedesca o austro-tedesca, legato ai grandi centri artistici di Monaco e Vienna, nei quali sviluppò la propria sensibilità figurativa e consolidò la propria reputazione. Sebbene le notizie biografiche su di lui non siano abbondanti né sempre perfettamente univoche, la sua figura emerge con chiarezza attraverso la costanza di un linguaggio pittorico raffinato, riconoscibile e assai apprezzato dal mercato antiquario.La sua produzione si colloca nel solco del vedutismo europeo ottocentesco, ma con un’impronta personale che unisce precisione descrittiva, gusto atmosferico e una particolare attenzione per il dato architettonico. Von Siegen fu infatti un interprete sensibile degli spazi urbani, delle marine, delle piazze, dei borghi e delle città storiche, affrontati con un taglio spesso limpido e ordinato, capace di restituire insieme il fascino monumentale dei luoghi e la vibrazione della luce. Le sue opere si distinguono per l’accuratezza del disegno, per la nitidezza delle prospettive e per quella pulizia visiva che rende immediatamente leggibili facciate, campanili, canali, moli e scorci di vita cittadina. In questa attenzione minuziosa ai dettagli costruttivi, ma mai fredda o meccanica, si coglie una sensibilità profondamente legata alla tradizione accademica centroeuropea, temperata tuttavia da una vena narrativa e luministica che dona ai dipinti eleganza e piacevolezza.Artista viaggiatore, von Siegen trasse ispirazione dai suoi spostamenti in numerose città europee. Le fonti ricordano in particolare soggiorni e interessi rivolti a località della Germania, dell’Olanda e dell’Italia, con una predilezione per Venezia e per Roma, oltre che per vedute di città e paesi dal forte carattere storico. A questo filone si affianca un aspetto particolarmente significativo della sua produzione: l’orientalismo. Durante i suoi viaggi nel Mediterraneo orientale e in area ottomana, soprattutto a Smirne, l’odierna Izmir, egli realizzò infatti opere ispirate ai paesaggi, ai porti e agli ambienti urbani dell’Oriente levantino, aderendo a quella vasta corrente di fascinazione ottocentesca per l’esotico che coinvolse molti artisti europei. Anche in questi soggetti, tuttavia, la sua pittura non si abbandona mai all’enfasi teatrale: prevale piuttosto un interesse per l’architettura, per la struttura dello spazio e per la resa luminosa delle atmosfere.Dal punto di vista stilistico, Auguste von Siegen si distingue per una pittura salda e leggibile, fondata su un equilibrio tra rigore costruttivo e resa poetica del paesaggio. Le sue vedute non sono semplici trascrizioni topografiche, ma composizioni pensate con attenzione, nelle quali l’ordine prospettico e la disposizione degli elementi guidano lo sguardo dell’osservatore. L’acqua dei canali o del mare, i riflessi, i cieli limpidi, le architetture descritte con precisione e la presenza discreta della vita umana contribuiscono a creare scene armoniose, spesso animate da una luminosità chiara e cristallina. È proprio questa combinazione di eleganza formale, perizia tecnica e gradevolezza visiva ad aver reso le sue opere particolarmente ricercate in ambito collezionistico.Se la sua vicenda biografica rimane oggi in parte sfuggente, la fortuna delle sue opere sul mercato testimonia invece una persistente attenzione verso il suo lavoro. I dipinti di Auguste von Siegen compaiono regolarmente nelle aste e sono apprezzati soprattutto per la qualità decorativa, per il carattere internazionale dei soggetti e per la loro capacità di rappresentare con fascino il gusto europeo della veduta ottocentesca.

  • Domenico De Bernardi - "Il treno"
    Lotto 14

    Domenico De Bernardi
    Besozzo (VA) 1892 - 1963

    "Il treno"
    Olio su tavola cm 16x23 firmato in basso a sx D.Bernardi

    - Domenico De Bernardi nacque a Besozzo (in provincia di Varese) il 21 febbraio 1892. Inizialmente si iscrisse alla facoltà di ingegneria presso l’Università di Pavia, su richiesta del padre, ma dopo qualche tempo abbandonò gli studi per seguire la sua vera inclinazione: la pittura. Pur senza una formazione accademica formale, De Bernardi ricevette consigli e stimoli da artisti come Lodovico Cavaleri che, insieme ad altri, lo incoraggiarono a percorrere la strada dell’arte.Dopo questo passaggio decisivo, De Bernardi iniziò a dedicarsi con passione alla pittura, prediligendo il paesaggio e il “genere paese”: per lui le campagne, i borghi, i paesaggi lacustri e rurali del Varesotto e dintorni divennero soggetti ricorrenti. Nonostante la sua base rimanesse Besozzo, viaggiò spesso, anche lungo la riviera ligure, in cerca di stimoli e spunti nuovi.Tra le sue prime affermazioni importanti c’è la partecipazione, nel 1920, alla Biennale di Venezia, con il dipinto intitolato «Nebbie». Da allora la sua carriera prese una piega espositiva regolare: prese parte a numerose edizioni delle Biennali di Venezia, alla Quadriennale di Roma e a molte rassegne nazionali. Nel corso degli anni Trenta, con alcuni lavori, affinò la sua tavolozza, rendendola più luminosa e ricca di vibrazioni, segno evidente dell’influenza del viaggio che fece in Libia: quello fu un momento di svolta per il suo linguaggio cromatico.De Bernardi non si limitò al paesaggio: si confrontò anche con nature morte, scene di paese e scorci urbani. Tra le sue opere più conosciute c’è «Mattino», un paesaggio sereno che rappresenta un borgo immerso in una luce chiara e nitida, esempio della sua capacità di cogliere l’atmosfera del luogo con delicatezza.Dopo la Seconda guerra mondiale si ritirò a vita privata a Besozzo, continuando a dipingere ma limitando le sue partecipazioni pubbliche. Pur vivendo in tempi di profondi cambiamenti nell’arte, mantenne una coerenza stilistica e non si lasciò attrarre da mode di avanguardia, concentrandosi piuttosto sulla sincerità della propria visione.Morì a Besozzo il 13 luglio 1963.

  • Augusto Rey - "Quiete pomeridiana "
    Lotto 15

    Augusto Rey
    Alessandria d'Egitto 1837 - Livorno 1898

    "Quiete pomeridiana "
    Olio su tavola cm 20x32 firmato in basso a sx A.Rey

    - Augusto Rey nacque ad Alessandria d’Egitto nel 1837. Trasferitosi in giovane età a Livorno, studiò nello studio del pittore Betti. Successivamente si trasferì a Firenze, dove si iscrisse all’Accademia delle Belle Arti, frequentando anche gli studi di artisti come Lega e i Tommasi. Durante la sua formazione, entrò in contatto con i principali esponenti del movimento macchiaiolo, tra cui Silvestro Lega, Giovanni Fattori e Telemaco Signorini.Nel 1895, Augusto Rey costruì una villa a Crespina, chiamata "La Favorita", situata di fronte alla villa della donna che amava. La villa divenne un punto di ritrovo per gli artisti dell'epoca, che spesso vi soggiornavano. Rey era noto per la sua abilità nel dipingere paesaggi dal vero, unendosi così alla corrente macchiaiola. La sua produzione artistica è relativamente scarsa, e alcune sue opere sono state erroneamente attribuite ad altri artisti più noti.Una delle sue opere più significative, "La raccolta delle olive", è conservata nel Museo Civico Giovanni Fattori di Livorno. Questo dipinto, che rappresenta contadine al lavoro in un oliveto, è stato donato al museo nel 1899 per lascito testamentario dell'artista.Museo Civico Giovanni Fattori - LivornoAugusto Rey morì nel 1898.

  • Alfonso Hollaender - "Il chirichetto"
    Lotto 16

    Alfonso Hollaender
    Ratisbona 1845 - Firenze 1923

    "Il chirichetto"
    Olio su tavola cm 26x20 firmato in basso a dx A.Hollaender

    - Alfonso Hollaender fu un pittore di origine tedesca naturalizzato italiano, attivo tra la seconda metà dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, la cui vicenda artistica si intreccia profondamente con l’ambiente figurativo toscano e, in particolare, con la cultura della Firenze postmacchiaiola. Nato a Ratisbona, in Baviera, nel 1845, e morto a Firenze nel 1923, Hollaender rappresenta una figura di notevole interesse nel panorama della pittura italiana del tempo: pur provenendo da una formazione mitteleuropea, seppe infatti assimilare con sensibilità personale il linguaggio del naturalismo toscano, facendo dell’Italia non solo la propria patria d’adozione, ma anche il luogo in cui maturò pienamente la sua identità artistica.Dopo aver compiuto gli studi presso l’Accademia di Belle Arti di Berlino, dove espose le sue prime opere già nel 1868, Hollaender scelse di trasferirsi in Italia nel 1870, in un momento storico segnato dalle tensioni europee e, in particolare, dallo scoppio della guerra franco-prussiana. Quello che inizialmente poteva apparire come un soggiorno temporaneo si trasformò invece in una scelta di vita definitiva: stabilitosi a Firenze, egli vi rimase fino alla morte, ottenendo anche la cittadinanza italiana nel 1872. Questo radicamento non fu soltanto anagrafico o geografico, ma soprattutto culturale e spirituale. Hollaender trovò infatti nella Toscana un ambiente congeniale, ricco di stimoli artistici e di suggestioni paesaggistiche, che ne orientarono in modo decisivo la pittura.Giunto a Firenze quando l’esperienza più eroica del Caffè Michelangiolo era ormai conclusa, Hollaender entrò comunque in contatto con l’eredità viva dei Macchiaioli e con alcuni dei loro protagonisti, in particolare con maestri come Silvestro Lega e Telemaco Signorini, dai quali ricevette incoraggiamento verso lo studio dal vero e verso un’osservazione attenta e sincera della realtà. Pur non appartenendo in senso stretto alla generazione storica della “macchia”, ne assorbì alcuni elementi essenziali, reinterpretandoli in una maniera del tutto personale: una pennellata più sintetica e immediata, una predilezione per la luce naturale, il gusto per gli scorci colti con freschezza e un’attenzione concreta alla vita quotidiana, lontana da ogni enfasi accademica.La sua produzione si caratterizza per una notevole varietà di soggetti, ma anche per una coerenza di sguardo. Hollaender fu infatti autore di paesaggi, marine, vedute urbane, scene agresti, ritratti e soprattutto celebri interni di chiesa, che costituiscono uno dei nuclei più riconoscibili e apprezzati della sua opera. Le sue tele dedicate agli ambienti sacri rivelano una particolare fascinazione per la liturgia e per l’atmosfera raccolta delle navate, dei cori, degli altari illuminati, dei confessionali e delle figure dei fedeli colte in momenti di preghiera o di raccoglimento. In queste opere emerge una sensibilità quasi intimista, capace di trasformare lo spazio religioso in un luogo di silenzio, luce e umanità quotidiana. Accanto a questi soggetti, Hollaender dipinse con grande partecipazione anche marine toscane e liguri, scorci veneziani, paesaggi rurali e scene di vita popolare, sempre animati da una pittura sciolta, luminosa e sincera.La sua attività espositiva fu costante e significativa. Partecipò regolarmente alle mostre della Promotrice fiorentina a partire dagli anni Ottanta dell’Ottocento, presentando opere che testimoniano bene l’ampiezza dei suoi interessi: vedute, interni, scene di devozione, paesaggi costieri e figure. Tra i titoli ricordati dalle fonti figurano opere come Mare calmo, Interno di chiesa, Veduta di Venezia, La confessione, Vecchio marinaio, Or San Michele, Crepuscolo, Burrasca, Sestri Levante, Due chierici e Il coro di Santa Maria. Fu presente anche in esposizioni milanesi e genovesi, segno di una reputazione che oltrepassava l’ambito esclusivamente fiorentino. Nel 1917 gli fu dedicata anche una mostra personale presso la Galleria Geri di Milano, mentre una delle sue ultime partecipazioni documentate risale alla Fiorentina Primaverile del 1922, poco prima della scomparsa.Dal punto di vista stilistico, Hollaender si colloca in una posizione interessante tra tradizione accademica e naturalismo moderno. Alla solidità della formazione tedesca unì infatti una libertà esecutiva sempre più vicina al clima toscano di fine secolo, senza tuttavia perdere una certa compostezza costruttiva. Le sue opere mostrano una pennellata rapida ma controllata, una resa luminosa attenta agli effetti atmosferici e una predilezione per i toni sobri, spesso capaci di restituire con immediatezza l’umidità delle marine, la penombra vibrante degli interni sacri o il carattere autentico dei paesaggi italiani. Non vi è in lui il gesto sperimentale dell’avanguardia, ma piuttosto una fedeltà profonda al vero, filtrata da un sentimento lirico e da una sensibilità discreta. Proprio questa misura, unita alla sincerità del suo sguardo, costituisce il fascino duraturo della sua pittura.Anche sul piano della memoria collezionistica, Alfonso Hollaender ha lasciato tracce importanti. Le fonti ricordano che alla città di Firenze lasciò un nucleo consistente di opere, mentre presso la Galleria d’Arte Moderna di Milano è segnalata la presenza del dipinto Canal Grande a Venezia. Il mercato antiquario continua a registrare con regolarità la comparsa dei suoi lavori, segno di un interesse costante verso una produzione che unisce piacevolezza visiva, qualità tecnica e un saldo inserimento nella tradizione del realismo toscano tra Otto e Novecento.

  • Adolfo Feragutti Visconti - "Ritratto di fanciulla"
    Lotto 17

    Adolfo Feragutti Visconti
    Pura, Svizzera 1850 - Milano 1924

    "Ritratto di fanciulla"
    Olio su cartone cm 35x26 firmato in basso a sx A.Visconti

    - Adolfo Feragutti Visconti, nato il 25 marzo 1850 a Pura, presso Ponte Tresa, in Canton Ticino, da una famiglia di contadini, fu il primogenito di Lodovico e Maria Visconti. Per garantire un sostentamento dignitoso alla famiglia, composta anche da altri figli, Filippina, Amedeo Giuseppe, e Cesare Osvaldo, il padre esercitava saltuariamente il mestiere di imbianchino-decoratore, tradizionale fonte di guadagno nel Canton Ticino.Negli anni 1875-1880, Adolfo cominciò a firmarsi con il cognome Feragutti, ma la similitudine con il pittore ferrarese Arnaldo Ferraguti lo portò a modificare la firma. Prima aggiunse il toponimo geografico di Milano e poi il cognome materno, diventando Adolfo Feragutti Visconti.È probabile che Feragutti abbia appreso i primi rudimenti artistici seguendo il padre e lo zio Clemente, un esperto stuccatore. Frequenta la scuola maggiore e di disegno di Curio, fondata nel 1850 per formare artigiani nel settore delle arti. Dopo la morte del padre nel 1864, Adolfo si assume il peso della situazione economica della famiglia e inizia a lavorare nel mestiere paterno sotto la guida dello zio Clemente.Nel 1868, si iscrive all'Accademia di Brera a Milano, seguendo corsi di disegno, figura, prospettiva e paesaggio. La sua arte, contrassegnata da una certa inquietudine, è giudicata dagli insegnanti come espressione dell'incostanza della sua vena artistica.Feragutti esplora varie città d'Italia, tra cui Firenze, seguendo il movimento macchiaiolo, ma ritorna a Milano nel 1874. Si unisce ai pittori G. Bertini e A. Barzaghi Cattaneo dell'Accademia di Brera e aderisce alla Famiglia artistica nel 1873, cercando di creare un crogiolo delle forze artistiche innovative a Milano.Dagli anni 1873 al 1879, partecipa alle esposizioni di Brera. I suoi dipinti, come "Studio dal vero," "Contadina lombarda," e "Testa di paggio," sono salutati positivamente dalla critica. Negli anni 1881-1884, dipinge tele a sfondo storico come "Ius primae noctis," "Alberigo denunzia le turpitudini di Ugo re di Lombardia," e "Acca Larentia," consolidando la sua posizione nel mondo artistico. Questi dipinti esprimono indirettamente gli ideali patriottici e religiosi della stagione risorgimentale.Nel 1880, il dipinto "Costume del XVI secolo" riceve elogi dal critico Ferdinando Fontana. Nel 1881, Feragutti sposa Giuseppina Riva, la sua modella, e nel 1891 vinse il prestigioso premio Principe Umberto con il "Ritratto di signora."Dal 1888, a causa di difficoltà finanziarie, Feragutti abbandona la nazionalità svizzera per quella italiana. Negli anni successivi, partecipa a numerose esposizioni ottenendo riconoscimenti. Nel 1890, realizza l'affresco "12 ottobre 1492," rappresentante la scoperta dell'America, distrutto durante la seconda guerra mondiale.Nel 1907, a 57 anni, Feragutti lascia Milano per l'Argentina a causa di problemi familiari ed economici. Durante il suo soggiorno, tiene una personale a Buenos Aires e si dedica al ritratto e ai paesaggi della pampa. Nel 1908, visita la Terra del Fuoco e dipinge paesaggi e figure luminose e colorate. Torna in Italia nel 1909, esponendo le opere realizzate in Argentina nel 1909 alla Permanente di Milano.Dalla metà del secolo, la sua pittura subisce una svolta simbolista. Nel 1911 partecipa alla Mostra degli indipendenti di Roma con opere come "Jagana" e "Confidenze." Nei suoi ultimi anni, si ritira a Vanzago, partecipa a varie mostre milanesi e continua a dipingere, sperimentando uno stile basato sull'assoluta libertà cromatica. Feragutti muore improvvisamente a Milano il 10 marzo 1924, poco prima di una mostra prevista alla galleria Pesaro. La mostra postuma segna le tappe della sua prolificità artistica, esponendo circa ottanta opere.

  • Joaquim Miro Argenter - "Rue d'Alger"
    Lotto 18

    Joaquim Miro Argenter
    Spagna 1849 - 1914

    "Rue d'Alger"
    Olio su cartone cm 30x15 firmato in basso a dx Argenter

    - Joaquim de Miró y Argenter fu un pittore spagnolo di origine catalana, considerato uno dei principali esponenti della scuola luminista di Sitges, attiva tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento. Nato a Sitges il 3 febbraio 1849, proveniva da una famiglia benestante che gli permise di dedicarsi all’arte con libertà, sviluppando sin dalla giovinezza una sensibilità per il paesaggio e per le atmosfere quotidiane. Sebbene in parte autodidatta, ricevette anche l’insegnamento di pittori locali, tra cui Arcadi Mas i Fondevila, e collaborò alla decorazione del Casino Prado Suburense, centro culturale di Sitges che contribuì alla formazione della comunità artistica luminista.La sua produzione si caratterizza per l’attenzione alla luce mediterranea, alle marine, ai paesaggi rurali, agli orti, ai masi e alle scene di vita locale, rappresentati con una tavolozza luminosa e composizioni equilibrate. Le sue opere documentano la vita e l’ambiente di Sitges tra Ottocento e Novecento, celebrando al contempo il legame tra natura, tradizione e cultura locale. Tra i lavori più significativi si ricordano La malvasia (1895), oggi conservata al Museu Cau Ferrat di Sitges, e numerose vedute urbane e rurali che testimoniano la sua fedeltà al vero osservato dal vivo.Miró y Argenter partecipò a concorsi e mostre a Barcellona e nelle città vicine, ottenendo riconoscimenti e premi, pur mantenendo il proprio radicamento a Sitges. La sua opera ebbe influenza anche sulle generazioni successive, tra cui il celebre nipote Joaquim Sunyer, figura di spicco del movimento noucentista. La pittura di Miró y Argenter coniuga rigore osservativo e sensibilità poetica, rendendo vivi paesaggi e scene quotidiane attraverso la luce, il colore e la composizione. Morì nella sua città natale il 18 febbraio 1914Joaquim de Miró y Argenter fu un pittore spagnolo di origine catalana, considerato uno dei principali esponenti della scuola luminista di Sitges, attiva tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento. Nato a Sitges il 3 febbraio 1849, proveniva da una famiglia benestante che gli permise di dedicarsi all’arte con libertà, sviluppando sin dalla giovinezza una sensibilità per il paesaggio e per le atmosfere quotidiane. Sebbene in parte autodidatta, ricevette anche l’insegnamento di pittori locali, tra cui Arcadi Mas i Fondevila, e collaborò alla decorazione del Casino Prado Suburense, centro culturale di Sitges che contribuì alla formazione della comunità artistica luminista.La sua produzione si caratterizza per l’attenzione alla luce mediterranea, alle marine, ai paesaggi rurali, agli orti, ai masi e alle scene di vita locale, rappresentati con una tavolozza luminosa e composizioni equilibrate. Le sue opere documentano la vita e l’ambiente di Sitges tra Ottocento e Novecento, celebrando al contempo il legame tra natura, tradizione e cultura locale. Tra i lavori più significativi si ricordano La malvasia (1895), oggi conservata al Museu Cau Ferrat di Sitges, e numerose vedute urbane e rurali che testimoniano la sua fedeltà al vero osservato dal vivo.Miró y Argenter partecipò a concorsi e mostre a Barcellona e nelle città vicine, ottenendo riconoscimenti e premi, pur mantenendo il proprio radicamento a Sitges. La sua opera ebbe influenza anche sulle generazioni successive, tra cui il celebre nipote Joaquim Sunyer, figura di spicco del movimento noucentista. La pittura di Miró y Argenter coniuga rigore osservativo e sensibilità poetica, rendendo vivi paesaggi e scene quotidiane attraverso la luce, il colore e la composizione. Morì nella sua città natale il 18 febbraio 1914.

  • Filadelfo Simi - "Giardino della baita"
    Lotto 19

    Filadelfo Simi
    Levigliani (LU) 1849 - Firenze 1923

    "Giardino della baita"
    Olio su tavola cm 11,5x7,5 firmato in basso a dx F.Simi

    - Filadelfo Simi fu un pittoriee scultori italiani tra Ottocento e Novecento, esponente di rilievo del naturalismo toscano e della pittura post‑macchiaiola. Fin da giovane dimostrò un talento straordinario, che lo portò a studiare all’Accademia di Belle Arti di Firenze, dove si diplomò nel 1873. Grazie al sostegno del mecenate Angiolo Vegni poté perfezionarsi a Parigi nello studio del celebre Jean‑Léon Gérôme e compiere viaggi di formazione in Spagna, esperienze che segnarono profondamente la sua sensibilità artistica.Rientrato in Italia nel 1878, Simi si affermò nelle principali esposizioni nazionali, ottenendo premi e riconoscimenti sia in patria sia all’estero. La sua produzione spazia dai ritratti intimisti, caratterizzati da introspezione psicologica, ai paesaggi e alle scene di vita quotidiana, tutti trattati con una fusione armoniosa tra rigore formale e sensibilità poetica. Opere come La tisica, Neruccia e Riposo illustrano la sua capacità di cogliere atmosfere e sentimenti, unendo osservazione attenta e resa luminosa.Oltre all’attività artistica, Simi fu un dedicato insegnante. Nel 1886 aprì a Firenze la sua Scuola Internazionale d’Arte, che attrasse allievi italiani e stranieri, e collaborò alla Scuola del Nudo dell’Accademia fiorentina, continuando la tradizione con la figlia Nerina “Nera” Simi. La sua esperienza si estese anche alla scultura, con opere importanti come il Monumento a Garibaldi e Anita a Porto Alegre e statue marmoree destinate a cappelle in Canada.Profondamente legato alla Versilia, dove costruì il suo studio artistico a Stazzema, Simi mantenne per tutta la vita un rapporto intimo con la natura e le atmosfere locali, elementi che traspaiono in molte delle sue opere. Morì a Firenze nel 1923.

  • Filadelfo Simi - "L'autunno"
    Lotto 20

    Filadelfo Simi
    Levigliani (LU) 1849 - Firenze 1923

    "L'autunno"
    Olio su tavola cm 11,5x7,5 firmato in basso a sx F.Simi

    - Filadelfo Simi fu un pittoriee scultori italiani tra Ottocento e Novecento, esponente di rilievo del naturalismo toscano e della pittura post‑macchiaiola. Fin da giovane dimostrò un talento straordinario, che lo portò a studiare all’Accademia di Belle Arti di Firenze, dove si diplomò nel 1873. Grazie al sostegno del mecenate Angiolo Vegni poté perfezionarsi a Parigi nello studio del celebre Jean‑Léon Gérôme e compiere viaggi di formazione in Spagna, esperienze che segnarono profondamente la sua sensibilità artistica.Rientrato in Italia nel 1878, Simi si affermò nelle principali esposizioni nazionali, ottenendo premi e riconoscimenti sia in patria sia all’estero. La sua produzione spazia dai ritratti intimisti, caratterizzati da introspezione psicologica, ai paesaggi e alle scene di vita quotidiana, tutti trattati con una fusione armoniosa tra rigore formale e sensibilità poetica. Opere come La tisica, Neruccia e Riposo illustrano la sua capacità di cogliere atmosfere e sentimenti, unendo osservazione attenta e resa luminosa.Oltre all’attività artistica, Simi fu un dedicato insegnante. Nel 1886 aprì a Firenze la sua Scuola Internazionale d’Arte, che attrasse allievi italiani e stranieri, e collaborò alla Scuola del Nudo dell’Accademia fiorentina, continuando la tradizione con la figlia Nerina “Nera” Simi. La sua esperienza si estese anche alla scultura, con opere importanti come il Monumento a Garibaldi e Anita a Porto Alegre e statue marmoree destinate a cappelle in Canada.Profondamente legato alla Versilia, dove costruì il suo studio artistico a Stazzema, Simi mantenne per tutta la vita un rapporto intimo con la natura e le atmosfere locali, elementi che traspaiono in molte delle sue opere. Morì a Firenze nel 1923.

  • Domenico Morelli - "La rosa"
    Lotto 21

    Domenico Morelli
    Napoli 1823 - Napoli 1901

    "La rosa"
    Olio su tela cm 14x17 firmato in basso a sx D.Morelli

    - Domenico Morelli fu una delle voci più originali e influenti della pittura italiana dell’Ottocento, artista profondamente radicato nella tradizione napoletana ma aperto ai fermenti delle avanguardie europee. Sin dai primi anni mostrò un talento straordinario, che lo condusse a una formazione rigorosa senza però piegarsi ai canoni accademici, cercando sempre una propria libertà espressiva. La sua pittura si caratterizza per la fusione di romanticismo, realismo e suggestioni simboliche, capace di tradurre in immagini l’intensità dei sentimenti e la profondità della contemplazione.La sua opera abbraccia soggetti storici, religiosi, orientalistici e intimisti, con una straordinaria capacità di rendere l’atmosfera e la psicologia dei personaggi. Nei ritratti emerge la sensibilità per l’interiorità umana, mentre nei temi religiosi e simbolici la luce e il colore diventano strumenti di narrazione emotiva e spirituale. L’interesse per culture lontane si manifesta in opere orientaliste, in cui l’osservazione dettagliata e la fantasia si intrecciano per creare scenari esotici ma sempre meditativi e poetici.Morelli fu anche maestro e guida per intere generazioni di artisti, promuovendo il rinnovamento delle istituzioni artistiche e dell’insegnamento. La sua influenza si percepisce non solo nella tecnica, ma anche nell’idea stessa di arte come esperienza culturale e umana, capace di coniugare memoria e innovazione, rigore e intuizione. L’insieme della sua produzione rivela una coerenza interna straordinaria: ogni opera testimonia la sua visione del mondo, in cui la forma si mette al servizio dell’emozione, e la realtà dialoga con il simbolo.

  • Eduardo Forlenza - "Ritratto di ragazza"
    Lotto 22

    Eduardo Forlenza
    Napoli 1861 - 1934

    "Ritratto di ragazza"
    Olio su tavola cm 26,5x16,5 firmato in basso a dx Forlenza

    - Eduardo Forlenza fu un pittore italiano appartenente alla scuola napoletana, noto soprattutto per la sua abilità nel ritrarre figure umane e scene di genere con spontaneità e freschezza. Nato a Torre del Greco, nei dintorni di Napoli, visse e lavorò in un ambiente culturale ricco di stimoli, che lo portò a confrontarsi con la tradizione della pittura partenopea e con le influenze del realismo europeo.Allievo di Vincenzo Irolli, uno dei maestri più apprezzati della sua generazione, Forlenza sviluppò una predilezione per il ritratto e per le scene di vita quotidiana, in particolare per la rappresentazione di popolane, pescatori e figure femminili catturate in momenti di quieto splendore e autenticità. La sua pittura si caratterizza per un gusto figurativo diretto e sensibile, capace di coniugare una resa attenta del volto e del carattere con un uso vibrante della luce e del colore. Oltre ai ritratti, eseguì paesaggi e scene di genere, mostrando sempre uno sguardo attento alla realtà sociale e umana dell’Italia meridionale.Forlenza operò soprattutto a Napoli, collaborando con artisti come Tito Pelliccioli e Luca Postiglione, e partecipò con regolarità alle principali esposizioni d’arte in Italia, tra cui le Promotrici di Belle Arti e importanti rassegne a Firenze. La sua arte, pur inserita nel solco della scuola napoletana, si distingué per una vena personale e immediata, capace di catturare il fascino e la dignità delle persone comuni, restituendo con naturalezza la loro presenza sulla tela.

  • Augusto Rey - "Papaveri"
    Lotto 23

    Augusto Rey
    Alessandria d'Egitto 1837 - Livorno 1898

    "Papaveri"
    Olio su tavola cm 21x31 firmato in basso a dx A.Rey ( difetti )

    - Augusto Rey nacque ad Alessandria d’Egitto nel 1837. Trasferitosi in giovane età a Livorno, studiò nello studio del pittore Betti. Successivamente si trasferì a Firenze, dove si iscrisse all’Accademia delle Belle Arti, frequentando anche gli studi di artisti come Lega e i Tommasi. Durante la sua formazione, entrò in contatto con i principali esponenti del movimento macchiaiolo, tra cui Silvestro Lega, Giovanni Fattori e Telemaco Signorini.Nel 1895, Augusto Rey costruì una villa a Crespina, chiamata "La Favorita", situata di fronte alla villa della donna che amava. La villa divenne un punto di ritrovo per gli artisti dell'epoca, che spesso vi soggiornavano. Rey era noto per la sua abilità nel dipingere paesaggi dal vero, unendosi così alla corrente macchiaiola. La sua produzione artistica è relativamente scarsa, e alcune sue opere sono state erroneamente attribuite ad altri artisti più noti.Una delle sue opere più significative, "La raccolta delle olive", è conservata nel Museo Civico Giovanni Fattori di Livorno. Questo dipinto, che rappresenta contadine al lavoro in un oliveto, è stato donato al museo nel 1899 per lascito testamentario dell'artista.Museo Civico Giovanni Fattori - LivornoAugusto Rey morì nel 1898.

  • Augusto Rey - "Lungo la strada"
    Lotto 24

    Augusto Rey
    Alessandria d'Egitto 1837 - Livorno 1898

    "Lungo la strada"
    Olio su tavola cm 21x31 firmato in basso a dx A.Rey

    - Augusto Rey nacque ad Alessandria d’Egitto nel 1837. Trasferitosi in giovane età a Livorno, studiò nello studio del pittore Betti. Successivamente si trasferì a Firenze, dove si iscrisse all’Accademia delle Belle Arti, frequentando anche gli studi di artisti come Lega e i Tommasi. Durante la sua formazione, entrò in contatto con i principali esponenti del movimento macchiaiolo, tra cui Silvestro Lega, Giovanni Fattori e Telemaco Signorini.Nel 1895, Augusto Rey costruì una villa a Crespina, chiamata "La Favorita", situata di fronte alla villa della donna che amava. La villa divenne un punto di ritrovo per gli artisti dell'epoca, che spesso vi soggiornavano. Rey era noto per la sua abilità nel dipingere paesaggi dal vero, unendosi così alla corrente macchiaiola. La sua produzione artistica è relativamente scarsa, e alcune sue opere sono state erroneamente attribuite ad altri artisti più noti.Una delle sue opere più significative, "La raccolta delle olive", è conservata nel Museo Civico Giovanni Fattori di Livorno. Questo dipinto, che rappresenta contadine al lavoro in un oliveto, è stato donato al museo nel 1899 per lascito testamentario dell'artista.Museo Civico Giovanni Fattori - LivornoAugusto Rey morì nel 1898.

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Asta 67 - Dipinti di piccola dimensione XIX e XX

Gentili amici e appassionati d’arte,

Siamo lieti di informarvi che è disponibile online il catalogo dell' Asta 67, in programma sabato 18 aprile 2026 alle ore 15:00, con diretta video.


Questa selezione propone opere di piccole dimensioni, ma di grande impatto: perfette come regali o per chi dispone di poco spazio sulle pareti. Ogni pezzo è scelto con cura per sorprendere e stimolare la curiosità dei collezionisti e degli appassionati d’arte.

Siamo a vostra completa disposizione per informazioni, condition report, partecipazione telefonica o qualsiasi chiarimento necessario.

Sessioni

  • 18 aprile 2026 ore 15:00 Sabato 18 aprile, ore 15:00 (1 - 45)

Esposizione

MOSTRA ASTA


La visione delle opere, presso la sede di Brescia, Via Fratelli Cairoli 26, è su appuntamento, via telefono o whatsapp +39 351 3351 356.

Pagamenti e Spedizioni

Contanti fino a 4.999 euro,

assegno circolare,

bonifico bancario,

carta di credito (Potrebbero applicarsi commissioni)


Per ricevere preventivi dettagliati riguardanti le spedizioni, vi invitiamo gentilmente a inviarci una email all'indirizzo aste@galleriasantagiualia.com. Il costo medio delle spedizioni varia solitamente da 40 a 100 euro, a seconda della tecnica e delle dimensioni del dipinto.

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