Fine Paintings
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Lotto 157 Felice Rubbiani (Modena, 1677 – San Pancrazio di Freto, 1752) Coppia di nature morte con cornici ovali Questo pendant del pittore modenese Felice Rubbiani raffigurante una coppia di nature morte con fiori, frutta e animali, sono il perfetto esempio che la pittura tardo barocca fa di questo genere: sebbene sia rimasta la volontà di rendere fede al dato naturale e di descrivere con precisione il vero, questa attenzione è vissuta nella sua produzione in maniera meno analitica, più leggera. I tozzi basamenti in pietra fanno da contrappunto alla ricca ma delicata cascata di vegetali che scendono verso il basso. I colori sono morbidi, brillanti e ben si sposano col paesaggio scuro dello sfondo.Del pittore non sappiamo molto: la sua formazione è avvenuta a Bologna sotto il naturamortista Domenico Bettini, che a sua volta era stato apprendista di Jacopo Vignali a Firenze e di Mario Nuzzi durante un breve soggiorno romano. Da questo background è possibile desumere le influenze assimilate dal Rubbiani che, unite al suo stile leggero e grazioso, lo avvicinano molto ad uno spirito tipicamente Rococò.Bibl.: M. Dugoni, in La natura morta in Emilia e in Romagna, a cura di D. Benati e L. Peruzzi, Milano 2000, pp. 233 – 239. Olio su tela, cm est. 117x90.5, int. 101X76
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Lotto 158 Giacomo Francesco Cipper, detto il Todeschini (Feldkirch 1664 - Milano 1736), attr.a, Contadino con trappola per topi Ciò che sappiamo di Giacomo Francesco Cipper possiamo desumerlo, in larga parte, dalla distribuzione delle sue opere in Italia e in Europa. Gli studi portati avanti sull’origine del suo cognome e della qualifica di “tedesco” ci indicano che con ogni probabilità il pittore fosse uno straniero attivo in Italia tra il 1705 e il 1736; diverse opere conservate tra Bergamo e Brescia lo qualificano come “Todeschini” e seguendo tale attribuzione sono giunte fino a noi. Lo stile dell’artista risente dell’esperienza di Fra Galgario e di Antonio Cifrondi e la presenza di molte sue opere in Lombardia lasciano intendere una possibile formazione dell’artista in queste zone. Il Todeschini si dedicò per tutta la sua produzione al solo soggetto di genere, alla rappresentazione in chiave ironica e dilettevole del mondo popolano: i suoi soggetti non vogliono indurre una riflessione moraleggiante sullo spettatore e sono spesso raffigurati soli su tele di grande formato, in atteggiamenti scherzosi, con espressioni quasi di ghigno. L’esistenza di più copie di questo dipinto è indice di un grande apprezzamento nei confronti dell’inventiva dell’artista presso i suoi committenti. Nel totale disinteresse nei confronti dell’ambientazione, nella concentrazione che il pittore dedica a questo “cacciatore di topi” e ai dettagli che lo caratterizzano, si evince una certa influenza data da pittori spagnoli, quali Velazquez e Murrillo. Olio su tela, cm est.95x81, int. 76.5x63.5
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Lotto 159 Murillo è considerato dalla critica, assieme a Velazquez, al Ribera e allo Zurbàran, uno dei massimi esponenti della pittura spagnola del Seicento. Accolto da giovane alla scuola di Juan Castillo, attraverso il quale conobbe la pittura fiamminga, ebbe numerosi incarichi di rilievo in Spagna, come ad esempio la decorazione della Cattedrale di Siviglia e la realizzazione delle tele per la Chiesa del Convento dei Cappuccini a Madrid. Il suo stile risente molto dell’esperienza dei suoi colleghi contemporanei, ma parimenti egli apprende i toni scuri e morbidi del chiaroscuro veneziano. Non ci sono giunte notizie circa i suoi viaggi e commissioni in Europa; quindi, è probabile che non lasciò mai il suo Paese natale; nonostante questo oggi molte opere dell’artista sono conservate in prestigiose collezioni museali di tutto il mondo. Il pittore è noto per aver dedicato gran parte della sua produzione in particolare a due temi: quello delle Madonne, accompagnate dal Bambino o rappresentanti l’Immacolata Concezione, e quello della scena di genere, resa attraverso la raffigurazione di giovani delle classi popolari. In quest’olio su tela il giovane pastore raffigurato siede quasi in maniera scomposta su un basamento, mentre ai suoi piedi giace un capretto; il ritratto prodotto da questo seguace è immortalato in un bosco molto fitto e oscuro, reso così in modo da far risaltare al meglio la figura del protagonista, che emerge quindi dalla scena attraverso una pennellata spessa, intensa, un po’ sfumata. Essa non è tanto interessata al particolare, alla descrizione di quanto si manifesta agli occhi dell’osservatore, quanto alla definizione psicologica del soggetto rappresentato: la capacità di provocare una reazione emotiva in chi guarda e un’innata dote nel descrivere – quasi come in una cronaca – personaggi popolari di ogni tipo, rendono veramente unica la produzione di questo formidabile pittore spagnolo.
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Lotto 160 Jan Miens Molenaer (Haarlem 1610 - 1668), attr. a, Danza di contadini Importante pittore olandese del secolo d'oro, qui è presente con una delle più tipiche rappresentazioni di genere: la festa dei contadini, che abbandonano a terra gli strumenti del lavoro quotidiano e si dilettano nella musica e nella danza. Nella giovialità delle espressioni possiamo riconoscere la dipendenza dell'artista dall'alunnato presso Frans Hals, il grande e prolifico rinnovatore della pittura olandese della prima metà del Seicento. Olio su tela, dimensioni ext. 147x189, int. 123,5x163,5 cm.
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Lotto 161 Pietro Longhi (Venezia 1701 – 1785), nato Pietro Falca, La danza in villa Egidio Martini nell'ampio volume 'La pittura del Settecento veneto', edito a Udine nel 1982 (fig. 797), attribuisce questo dipinto al veneziano Pietro Longhi, tra gli squisiti esempi di 'scenette' dal carattere leggero e giocoso, prodotte dal pittore tra il 1750 e il 1755. Olio su tela, dimensioni ext. 67x58,5 int. 57x49 cm.
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Lotto 162 Jan Frans van Bloemen detto l’Orizzonte (Anversa, 1662 – Roma, 1749) Paesaggio con veduta romana Lo sguardo è rivolto alle porte della città e la strada che conduce a Roma è costellata di rovine antiche e di popolani che riposano dalle fatiche del viaggio. Il van Bloemen si riconosce, in questo quadro, dal punto in cui il paesaggio si perde nell’atmosfera, al centro della tela, consuetudine che gli valse l’appellativo di “Orizzonte”; riscontriamo la sua predisposizione a rendere più chiari e luminosi i paesaggi, influenzato da Claude Lorrain. Ma il suo modo è del tutto imbevuto del naturalismo di Gaspard Dughet, come indicato dalle fonti.L’artista si forma ad Anversa ma, seguendo il successo del fratello Pieter, inizierà presto i suoi soggiorni all’estero, prima a Parigi e poi in Italia. A Torino ottiene degli incarichi che gli varranno la lode di Vittorio Amedeo II e dal 1688 la sua presenza è attestata a Roma.Qui resta affascinato dai monumenti della città, ma in particolare dalla campagna dei castelli romani, a cui dedicherà gran parte della sua produzione. Si stabilisce probabilmente a Zagarolo dopo aver vissuto a via Margutta insieme ad altri pittori fiamminghi; il suo successo come pittore della “Roma pastorale” attrasse sia l’ammirazione ma anche l’invidia di molti: Carlo Maratta tentò -senza successo- di introdurlo all’Accademia di San Luca tra il 1699 e il 1713. Ma il genere del paesaggio era all’epoca ancora molto osteggiato nel suo riconoscimento ufficiale, in quanto considerato ancora un genere “minore”. van Bloemen vedrà riconosciuto il suo grande talento dall’Accademia, con voto unanime solo nel 1742, all’età di ottant’anni. Bibl.: Pascoli nel 1732 e dagli archivi romani consultati dal Hoogewerff. il dipinto è pubblicato nel volume dedicato a l'Orizzonte di Andrea Busiri VIci nel 1973, fig. 356. Olio su tela, cm 135x97
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Lotto 163 Giacomo Nani (Porto Ercole, 1698 - Napoli, 1755), Quattro paesaggi con nature morte Questo gruppo di quattro tele raffiguranti paesaggi con nature morte di selvaggina, fiori e frutta, sono firmate dal pittore napoletano Giacomo Nani. È De Dominici a raccontarci del suo apprendistato, avvenuto prima a Napoli presso Andrea Belvedere e poi presso Gaspare Lopez, con il quale si dedica subito al genere della natura morta. Nel corso della sua produzione più matura, Nani si avvicina al gusto compositivo disimpegnato di Rococò, per poi tornare a una dimensione naturalistica più sentita nella sua ultima produzione pittorica, in cui il paesaggio si fonde con la natura morta, in una delicata mimesi compositiva. Questa serie di dipinti mostra una natura minuziosamente rappresentata, come si evince dal dettaglio degli alberi, sempre presenti in ognuna di queste tele, così come da quello del piumaggio degli uccelli e dei piccoli insetti distribuiti sulla superficie pittorica; la profondità del paesaggio, che si "scioglie" nell'orizzonte, richiama le composizioni di Salvator Rosa e una visione del paesaggio profondamente sentita, quasi pre-romantica. Olio su tela, dimensioni est. cm. 66x90, int. 51.5x76
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Lotto 164 Paolo Monaldi (Roma, 1720 ca – Roma, 1780) Paesaggio fluviale con scena popolare Molto del corpus del Monaldi è confluito, nel corso del tempo, nella produzione di Andrea Locatelli, non rendendo ancora possibile oggi comprendere l’effettiva vastità della produzione del pittore.Da alcune fonti sappiamo che il Monaldi operò per tutta la vita nel Lazio e fu allievo del vedutista romano Paolo Anesi: alcuni studi sostengono però anche un discepolato presso il più famoso Locatelli. In questo quadro avvertiamo diversi influssi quali gli studi delle rovine e dei paesaggi dei fiamminghi e dei bamboccianti, a cui il Monaldi fa molto riferimento; ma l’ampiezza della veduta e l’atmosfera velata guardano al Locatelli come punto di riferimento. Nonostante la sua predilezione per il genere popolare, bambocciante, unito a raffinati scorci, egli ebbe diverse committenze da nobili famiglie di collezionisti a Roma quali i Chigi e i Rospigliosi.Le scene popolare qui rappresentate sono sì leggere, descrittive e costruite con ampi gesti, ma non hanno un intento ironico, non vogliono divertire l’osservatore. Semmai il nostro sguardo rappresenta un osservatore esterno, che assiste al quotidiano svolgersi della vita, quasi arcadica, del piccolo paese a contatto con la natura.A. Busiri Vici, Trittico paesistico romano del Settecento. Paolo Anesi, P. M., Alessio De’ Marchis, Roma 1976, pp. 73-156. Olio su tela, cm est. 176x141, int. 164X129
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Lotto 165 Theodoor Rombouts (Anversa, 1597 – Anversa, 1637) Musici Potremmo non sapere nulla dell’artista che ha dipinto quest’opera, ma semplicemente osservando l’immagine è possibile affermare diverse cose che ci aiutano a comprenderlo meglio. È un artista straniero che trascorre molto tempo in Italia, e lì subisce l’influenza del Caravaggismo, dei suoi temi, delle sue luci; in questo dipinto, caratterizzato da una composizione stretta ma ben equilibrata, si evince una certa attenzione alla resa dei volti, delle vesti e degli strumenti, nonché ad una rappresentazione di una sorta di legame narrativo tra i personaggi. Il pittore che ha realizzato questo raffinato olio su tela è Theodoor Rombouts, un artista fiammingo che si forma ad Anversa con Abraham Janssens e Nicolas Régnier. Le fonti lo indicano a Roma tra il 1616 e il 1625, come era usanza di molti altri pittori suoi conterranei; in città si avvicina prontamente alla lezione caravaggesca. Dal 1625 circa, il pittore inizia a subire il fascino dell’opera di Rubens e di quella di Van Dyck, ma in questo dipinto la sua attenzione è ancora tutta rivolta al Merisi. Da lui trae un vivo e sincero interesse nei confronti della scena di genere, della taverna, ma in particolare per il tema dei musici, che avrà un notevole successo in tutta Europa, anche grazie alla diffusione delle opere caravaggesche per mezzo della stampa.Bibl.: H. Vlieghe, Rombouts, Theodoor, Grove Art Online, Oxford University Press. Olio su tela, cm est. 128x154, int. 113X130
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Lotto 166 Pietro Antonio Domenichini (1699 – 1743) noto come Maestro dei paesaggi Correr , Capriccio con rovine classiche e figure La vista qui conduce in un paesaggio italiano, che si sposta verso un orizzonte montuoso sul lato sinistro dell'immagine. L'illuminazione da destra, da una posizione bassa del sole, trasmette un'atmosfera da primo romanticismo. A questo corrispondono anche le figure che camminano tra le rovine.
Il pittore suggerito dal Prof. Succi fu attivo fino al 1743, prevalentemente indicato come il 'Maestro dei paesaggi di Correr', così come è rappresentato in questo museo. Pietro Antonio Domenichini lavorò insieme ad Apollonio Facchinetti, detto Domenichini (attivo dal 1740 al 1770), e a suo fratello Iseppo (1717-dopo il 1761). In ogni caso, il collegamento stilistico con le opere di Michele Marieschi (1696/1710-1743) è evidente. Il riferimento al pittore lo dobbiamo al Prof. Succi, che ritiene che il dipinto sia un'opera dell'artista citato. Olio su tela, dimensioni ext. 87x120 int. 60,5x93,5 cm. -
Lotto 167 Orazio Samacchini (Bologna 1532 – 1577), La Flagellazione di Cristo Lo storico e critico d'arte Andrea Emiliani attribuisce questo eccellente dipinto, recentemente restaurato, all'opera di Orazio Samacchini. La grammatica compositiva del dipinto è costituita da diversi elementi: la composizione fortemente imperniata sul disegno toscano, come da formazione dell'artista, si bilancia con la forte vicinanza al ritorno agli ideali del classicismo rinascimentale degli anni '70 del XVI secolo. La derivazione di questa tela dalla Flagellazione di Sebastiano del Piombo della Cappella Borgherini in San Pietro in Montorio è piuttosto evidente. La composizione è direttamente desunta dal disegno conservato all'Albertina di Vienna attribuito da Diane De Grazia al Samacchini, dopo una prima attribuzione al fiammingo Denys Calvaert. L'opera è munita di una perizia del Prof. Andrea Emiliani Olio su tela, dimensioni ext. 151x120, int. 128x96 cm.
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Lotto 168 Giuseppe Nuvolone (San Gimignano, 1619 – Milano, 1703), Angelo guida la famiglia di Lot fuori da Sodoma La vita e l’opera di Giuseppe Nuvolone sono strettamente legate all’ambiente lombardo, in cui trascorrerà quasi tutta la sua vita. Figlio d’arte, probabilmente iniziò la sua formazione artistica sotto la guida di suo padre Panfilo e suo fratello Carlo Francesco, entrambi pittori; sebbene lo stile di Giuseppe sia stato spesso confuso con quello di suo fratello – data la stretta e costante collaborazione durante la sua prima attività – gli studi hanno evidenziato che le figure del pittore risultano più voluminose, vigorose e caratterizzate da una più spiccata espressività. Dopo un florido periodo di attività a Milano, il Nuvolone compie un viaggio a Roma nel 1667, che però non fece maturare in lui un evidente interesse nei confronti delle peculiarità del barocco romano: il suo stile resterà sempre legato alla sua formazione lombarda. Questa adesione è ben testimoniata in questo dipinto raffigurante la concitata fuga da Sodoma di Lot e della sua famiglia, scortati dall’angelo: la stesura dei colori è morbida e armonica. I volumi sono scultorei e gli sguardi languidi, quasi patetici; la profonda vena narrativa che contraddistingue lo stile del pittore è riscontrabile in numerose opere della sua maturità, come nelle prestigiose commissioni cremonesi e bergamasche. Olio su tela, cm est. 161x218, int. 145x203