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Ars Value

“ANTOLOGICA, Alberto Sughi“
di Giuseppe Ponissa 

Alberto Sughi - Stabat Mater, Trittico Olio su tela, 2008, 150 x 390

Alcuni lavori hanno i loro privilegi che possono essere più o meno grandi. Ecco l’ultimo grande privilegio capitatomi grazie al mio di lavoro: una visita in anteprima alla mostra Antologica di Alberto Sughi presso Palazzo Sant’Elia a Palermo, mostra curata da Maurizio Calvesi (catalogo Skira, con saggio introduttivo di Calvesi intitolato “Dove va l’uomo?”). L’esposizione raccoglie opere di pittura e disegni dal 1958 fino ai giorni nostri, ripercorrendo, attraverso le rappresentazioni grafiche, le tappe salienti della grande carriera dell’artista. Se il luogo in cui ci si trova influenza lo stato d’animo e quindi l’approccio a quello che si fa, state pur certi che l’allestimento all’interno di uno dei gioielli settecenteschi situato nel cuore di Palermo è da considerarsi da stimolo alla visita, perché quando si incontrano una cornice tanto suggestiva e un artista così notevole la riuscita è inevitabile.

Alberto Sughi - Sotto la doccia, Olio su tela, 1963, 150 x 130
Ribalto l’ordine del racconto per esprimere fin da subito la sensazione che mi sono portato uscendo dalla mostra, che è quella di aver avuto davanti agli occhi opere rappresentative dell’uomo, in particolar modo quello moderno in rapporto alle sue “magnifiche sorti e progressive” che lasciano strascichi esistenziali di difficile, ma più spesso impossibile, risoluzione. Sono opere che raffigurano il percorso umano fra le varie circostanze della modernità, il navigare a vista tra le situazioni della vita e il modo di viverle e interiorizzarle. Quali sono in fondo i grandi temi che ci toccano se non il quotidiano imbatterci nel nostro vissuto e il nostro reagire ad esso? I quadri di Sughi non mi sono parsi il racconto di altri, perché uomo moderno lo sono anch’io e queste opere parlano di me, le riflessioni che ne sono scaturite mi appartengono profondamente, mi sono sentito messo a nudo: quell’uomo, quel bambino, quella donna stanno mettendo in scena il mio sentire. Naturalmente l’artista non ha fatto ciò, ma evidentemente ha saputo rappresentare attraverso le situazioni più comuni un’universalità che si è fatta appropriare da me e, ne sono sicuro, si farà appropriare da chiunque visiterà la mostra, in maniera sempre diversa e nuova in base al vissuto di ognuno. È lo stesso Sughi a dirci che le sue opere non devono intendersi come rappresentazioni del vissuto dell’artista, ma puntano ad un grado di comprensione più ampio: “II sentimento della tristezza e della solitudine che traspare attraverso un'opera d'arte non è necessariamente la tristezza e la solitudine dell'autore [...] Non ho mai preteso, d'altra parte, di attirare l'attenzione sul mio rapporto con la realtà: ho cercato, semmai, di conoscere meglio le contraddizioni che l'uomo ha trascinato con sé, fino a oggi, fino al massimo della sua modernità. [...]”
Calvesi scrive nel catalogo “La tonalità principale, almeno qui, non è quella, sempre sottolineata dagli interpreti, della solitudine. Sono soli gli spettatori nella sala, non comunicano tra loro, ma comunicano con una visione che riempie i loro sguardi e il loro animo. Non c’è racconto, intendo intreccio narrativo, nella pittura di Sughi, ma come il riflesso o l'eco del racconto. II racconto è lontano, separato, tra le sequenze del film o della vita, ciascuno lo rivive nella propria visione o nella propria memoria, in un'atmosfera trasognata, interiorizzata, che è un modo di essere assorti in se stessi, più che infelicità.” La capacità e la forza di Sughi sono quelle di rappresentare non la fredda realtà per se stessa, un noumeno che Kant ci ha insegnato non essere conoscibile perché sempre da noi interpretato, bensì il caldo occhio umano sulla realtà, che sarà sempre e solo la nostra e mai un assoluto.



Alberto Sughi - Andarsene, Olio su tela, 2008, 130 x 150

Torniamo all’ingresso dell’esposizione e ascoltiamo quello che lo stesso artista suggerisce come approccio ideale alle sue opere “a chi mi chiedesse un consiglio per guardare in modo corretto un mio quadro, suggerirei di avere lo stesso atteggiamento di pazienza e di attesa che abbiamo quando si entra in sala a proiezione già cominciata; guardare le prime sequenze di una storia che ancora non conosciamo; cercare di capire qualcosa dall’ambientazione, oppure dai personaggi che compaiono sullo schermo senza sapere se sono gli interpreti principali o di secondo piano nella storia del film: non sapere nemmeno se siamo all'inizio o verso la fine”. Ma la pazienza non ha bisogno forse di essere raccomandata, perché, durante il percorso espositivo, si impone al visitatore che sosta di fronte all’opera senza poterne rimanere indifferente, osserva le scene e le fa proprie in un processo che può essere immediato di stomaco o più lento di riflessione che monta fino a sensazioni profonde. Le scene raffigurate da Sughi possono essere accostate a sequenze di film, come spesso detto e come suggerito dall’artista stesso nel passo precedente, ma non certo a quelle dei film hollywodiani, dove tutto è troppo netto e la realtà semplificata, cosa che appare anche dalle immagini mai in forse, sempre troppo didascaliche. Piuttosto, se dobbiamo pensare ad un film, penseremo al cinema europeo, dove l’ambiguità della vita viene espressa anche visivamente, dove le luci non illuminano solo i lati che vogliamo e sappiamo riconoscere, bensì anche le zone d’ombra che appartengono a questa nostra realtà. E lo stesso ritmo dei film che troviamo iniziati in questa esposizione non è quello sincopato dell’azione a testa vuota, ma dello scorrere lento della vita sulla pelle dell’uomo: anche in questo i film da cui sono tratte queste scene paiono europei con i loro silenzi pieni, piuttosto che il fracasso del cerimoniale da oscar. Farei vedere questa mostra ai più giovani come consiglierei loro un film di Fellini o un romanzo di Pratolini, tutti tentativi di staccarli dalla facilità di ritmi troppo frenetici, trame inutilmente intricate e profondità di analisi non pervenute. Alberto Sughi - A piedi nudi, Olio su tela, 1971, 150 x 170
Incredibile poi notare come Sughi mantenga il tocco incantato lungo tutta la sua carriera, i suoi pennelli hanno saputo tracciare, e ancora lo fanno, i tratti del nostro vivere, le opere più recenti non hanno perso in impatto nulla rispetto a quelle più datate. Un quadro come “Gli amanti” (1964) sa mostrarci tutta la dinamicità e il trasporto del rapporto fisico senza concedere nulla al particolare, che non restituirebbe allo spettatore la stessa completezza sull’intreccio dei corpi, lo stesso sguardo scarno sull’animalità solitaria dei due amanti. Quasi dieci anni dopo “A piedi nudi” (1971) mi ha tenuto ancorato ad una fisicità da cui non riuscivo a distaccarmi finché gli ero di fronte; forse perché ho sempre considerato, e non penso di essere l’unico, il levarsi le scarpe come un momento di sollievo assoluto e quest’uomo lo vive come una vera e propria liberazione. Subito dopo ho notato gli abiti, direi da lavoro ma in ogni caso sociali, e mi è sembrata la sua una liberazione più generale, trovata su un prato, all’ombra e in solitudine. “La morte del padre” è del 1981 e ancora l’artista ci regala magistralmente un triplice punto di vista, tre generazioni (bambina, donna, vecchia) di fronte allo stesso dramma, un unico ambiente che racchiude tre tristezze che sono necessariamente differenti e lo spettatore si trova costretto a fronteggiarle tutte e tre. Infine notiamo l’intatta forza rappresentativa che appartiene al Sughi oggi ottantenne, “Stabat mater” è del 2008 e ancora ci tiene incollati, questa volta attraverso un trittico che propone il pianto di una donna.
Ma questi sono solo quattro esempi di quanto Sughi rimanga se stesso pur proponendo una poetica in costante aggiornamento, il suo è un modo sempre nuovo di esprimere l’uomo e i suoi rapporti con gli altri esseri umani con ciò che lo circonda e con se stesso, le sue figure possono essere più o meno definite, ma la verità di cui sono portatrici è sempre la stessa: siamo anime incomplete, a noi stessi e agli altri e quindi mai realmente noi stessi e mai pienamente in sintonia con gli altri. Il panorama umano di Sughi sa mostrarci il nostro essere monadi agognanti una socialità che però ci affossa ancora di più in noi stessi, dice e contraddice.

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