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Gianni Ruspaggiari

(Reggio Emilia 1935)
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Biografia di Gianni Ruspaggiari

Gianni Ruspaggiari nasce a Reggio Emilia nel 1935, dove, negli anni ’50, frequenta il locale istituto d’arte. Inizialmente la sua attenzione si concentra sulla rappresentazione del paesaggio, con particolare interesse verso le periferie urbane e i luoghi dove si svolgono le principali attività del lavoro e del quotidiano. Nel 1953 è fondamentale l’incontro con la pittura di Pablo Picasso, in occasione della grande retrospettiva a Palazzo Reale a Milano, che condizionerà in maniera definitiva il rapporto fra il giovane pittore e il segno dipinto all’interno di una complessa struttura coloristica e formale. Successivamente sarà l’incontro con Annibale Biglione, incontrato a Saint Vincent ove Ruspaggiari si trovava al seguito del padre jazzista, a consolidare le sue scelte stilistiche, intruducendolo in una dimensione più internazionale della pittura ed avvicinandolo alle ricerche dell’espressionismo astratto della scuola torinese e parigina. Già allora la pittura di Ruspaggiari si caratterizza per pennellate corpose e decise, grandi spatolate frutto di una sensibilità verso il gesto pittorico ed il segno di straordinaria forza espressiva. Anche il colore, fino ad allora vissuto in chiave meramente naturalistica, assume connotazioni simboliche ed espressioniste, provocate anche dall’incontro con Kandinskj e col suo “Lo spirituale nell’arte”. Rientrato a Reggio Emilia nel 1956 Ruspaggiari trova una situazione artistica oscillante tra molti i sostenitori di una pittura più marcatamente realistica, in linea coi dettami dell’allora Partito Comunista, egemone in materia artistica e culturale, e i fautori di quel “Naturalismo Padano”, di impronta più marcatamente lirica ed astratta, già teorizzato da Francesco Arcangeli. All’interno dell’accesa polemica fra “Realismo sociale” ed astrattismo di quel decennio, la posizione di Ruspaggiari sarà di netta adesione verso le istanze astratte, posizione rafforzata dall’arrivo in Italia, alla Galleria d’Arte Moderna di Roma, della pittura di Jackson Pollock, determinante nella prima formazione del Nostro. Seguirà l’incontro con le opere di Hartung, De Kooning e, successivamente, di Bacon, Saura e Vedova. La personalità artistica di Ruspaggiari si forma così alla luce di questi grandi maestri, con un’attenzione segnica e coloristica che mescola l’informale a suggestioni figurative di grande impatto psichico ed emotivo. La successiva suggestione avverrà, alla metà degli anni ’60, con l’avvento della Pop Art, conosciuta da Ruspaggiari in occasione dei suoi numerosi viaggi a New York, alla quale egli reagirà attraverso il confronto con nuovi materiali (plastica, smalti, colori acrilici) e con l’utilizzo di immagini fotografiche tratte da giornali e rotocalchi. Nel 1969, in occasione della sua mostra personale alla galleria L’Agrifoglio di Milano, Ruspaggiari estremizza la sua frattura con i linguaggi pittorici tradizionali, esponendo un enorme totem formato dalla riproduzione seriale, in plastica, di un seno femminile: simbolo e allegoria di un sentimento collettivo, quello post ’68, fortemente sentito in quel determinato momento culturale e storico. Il seno, così rappresentato fra idealità e spirito Pop, diventa un oggetto artistico dalla forte valenza allegorica, una “forma” simbolica non solo per lo stretto legame con le istanze sessantottine, ma anche per la marcata connotazione anti commerciale atta a ribadire l’assoluta autonomia dell’artista rispetto a qualunque contesto sociale precostituito. Nel corso della sua cinquantennale attività, costellata da numerose mostre pubbliche e private in tutta Italia, Ruspaggiari manterrà sempre ben salda questa idea di libertà ed autonomia da qualunque costriziopne o ideologia. Un artista schivo, dunque, per molti, troppi aspetti segreto, aristocratico nella visione pura, tra idealità e istinto di una pittura carica di emozione e sensualità, musicale nei ritmi segnici e cromatici, inquieta nella sua dimensione psicanalitica mai sopita. Tutto ciò pone Gianni Ruspaggiari nell’alveo di quella grande e gloriosa, ancorchè segreta, storia del Novecento artistico italiano; una storia ancora in gran parte da scoprire e rileggere per comprendere, oltre il clamore delle battaglie e dei proclami, l’anima più vera, viva e pulsante di un secolo altrimenti destinato ad essere ricordato più per i suoi conflitti che per la sua poesia.




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