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Ars Value


Evento

OMAR GALLIANI - Liberare gli angeli
A Reggio nell'Emilia (RE)
Inaugurazione: 2 marzo 2013 - Ore 17,00
dal 02/03/2013 fino al 21/04/2013
Galleria Bonioni Arte
Corso Garibaldi, 43
Orari: da martedì a domenica 10,00-13,00 / 16,00-20,00; chiuso lunedì, aperto 31 marzo e 1 aprile ore 10,00-13,00 / 16,00-19,00
telefono:0522-435765
fax: 0522-435765
e-mail: info@bonioniarte.it
sito: www.bonioniarte.it


a cura di Federico Bonioni, testo di Alberto Zanchetta

Dopo il successo riscosso ad “Arte Fiera 2013”, la Galleria Bonioni Arte di Reggio Emilia (Corso Garibaldi, 43) festeggia i dieci anni di attività con una grande mostra di Omar Galliani, che sarà inaugurata sabato 2 marzo 2013, alle ore 17.00.
La personale, curata da Federico Bonioni con un testo critico di Alberto Zanchetta, s’intitola “Liberare gli angeli”, in riferimento ad uno dei temi centrali nella ricerca dell’artista di Montecchio Emilia, che ci esorta a liberare «gli angeli senza paura, poiché ognuno di noi ne conosce il nome anche se non rivelato».
In esposizione, una ventina di opere di recente produzione, appartenenti ad importanti cicli, come “Nuovi volti”, “Nuovi fiori nuovi santi” e “Dal quaderno di Xian”.
Come scrive Alberto Zanchetta, «Omar Galliani ha capito che l’arte è senza tempo e che l’artista deve attingere alle sue origini minerali-anatomiche. L’anatomia è quella del braccio, che trova nella mina della matita il suo prolungamento, come fosse un’estensione naturale più che artificiale. Tale propaggine è anche una [es]tensione prolungata del gesto, quindi del segno, che ha in sé l’agone della performance. Si convenga allora nel considerare Galliani un performer che ha scelto la devianza del disegno, svincolandosi dall’ossessione narcisistica di mostrarsi, preferendo semmai rivelare le tracce lasciate dal proprio corpo. Un corpo che tende all’esenzione, che manca ma non si annulla (restando evocato)».


DISEGNO E DESIDERIO - DUCTUS ET DILECTUS
di Alberto Zanchetta


Cosa spinse Gastone Novelli a imbarcarsi verso il Sudamerica per tentare la fortuna come cercatore di diamanti? Tra le tante congetture a nostra disposizione, potremmo motivare la sua scelta con le parole di Rudi Fuchs: «un quadro è come un diamante; cambia colore a seconda di come lo si espone alla luce». Tuttavia, se non fosse un diamante, la pittura sarebbe sicuramente un cristallo, tanto preziosa quanto fragile.
Tutti sanno che non esistono due cristalli di neve identici. Così dicasi della pittura: non è tutta uguale, né è tutta rhopographìa (pittura di cose piccole e umili). L’importante è prestare attenzione non soltanto alla sua eterogeneità, ma soprattutto alla sua specificità.
Omar Galliani ha capito che l’arte è senza tempo e che l’artista deve attingere alle sue origini minerali-anatomiche. L’anatomia è quella del braccio, che trova nella mina della matita il suo prolungamento, come fosse un’estensione naturale più che artificiale. Tale propaggine è anche una [es]tensione prolungata del gesto, quindi del segno, che ha in sé l’agone della performance. Si convenga allora nel considerare Galliani un performer che ha scelto la devianza del disegno, svincolandosi dall’ossessione narcisistica di mostrarsi, preferendo semmai rivelare le tracce lasciate dal proprio corpo. Un corpo che tende all’esenzione, che manca ma non si annulla (restando evocato).
La forma dell’opera scelta da Galliani è complessa ed esige una grande dedizione e determinazione. L’artista sottopone i muscoli del braccio a un esercizio fisico intenso, frenetico, estenuante, che porterebbe chiunque altro allo sfinimento, procurandogli spasmi e crampi. Ebbene, la grafite impugnata dalla mano non è soltanto una protesi: alla “estremità del corpo” corrisponde uno “sforzo estremo”.
Affaticare il braccio, come facevano gli uomini dell’età della pietra quando scagliavano ciottoli per motivi di sopravvivenza, oppure per ragioni di dissenso, come nel caso degli artisti postmoderni. Galliani è stato tra coloro che ancora nutrivano un’ardente desiderio di naufragare nel fuoco sacro della pittura – disgelo dalla freddezza puramente concettuale degli anni Settanta verso lo statuto della peinture conceptuelle.
Nel decennio degli Ottanta Julian Schnabel era soprannominato il “Sylvester Stallone della pittura”, epiteto che aveva un fondamento di verità, poiché attraverso la pittura si tornava – come si diceva allora – a mettere in mostra i muscoli. Nel caso di Galliani, la massa muscolare si sostanzia nella materia-matrice segnica; da qui l’esigenza di identificare sia la struttura anatomica dell’artista, sia la struttura atomica dei suoi strumenti. Diamante e grafite sono infatti le forme allotropiche in cui può presentarsi il carbonio, che è anche un eccellente conduttore di calore. Quel calore-energia che trasmigra dal braccio alla matita e innerva la superficie dell’opera.
È indubbio che l’arte sappia convertire l’energia [ossia l’idea] in materia [vale a dire in opera] rilevabile dai nostri sensi. Nei quadri di Galliani è possibile captare forme in potentia, mentre le forze sono decisamente in actu. Si potrebbe addirittura classificarle come automatismi appartenenti a un mondo dove le immagini esistono per una sorta di incongruenza con il reale.
Laddove il concetto diventa materia, la fisicità dovrebbe tendere a un maggior grado di visibilità. In realtà le opere finiscono per assorbire la luce, alla maniera della grafite, e allo stesso tempo a disperderla, nei modi che sono propri del diamante.
Per l’artista la grafite equivale a un graffiare, scalfire, sfregare, come ci ricordano alcune sue opere degli anni Novanta, dal titolo I tuoi graffi sulla mia pelle. Tuttavia, è l’opera a fare dell’artista il suo mezzo masochistico, non viceversa.
Simile al cacciatore di immagini di Jules Renard, che «lascia le armi a casa e si contenta di tenere ben aperti gli occhi. I quali, come reticelle, lasciano che le immagini vi si impiglino da sole», Galliani si diletta nello scovare le prede-immagini che si nascondono nella sua personalissima riserva di caccia. Alla magia venatoria di queste immagini bisogna però associare il sistema vascolare-segnico che scorre nelle vene dell’artista: fluido vivificante e generante che non attiene al colore corroborante della sanguigna ma alla torbida cromia della grafite, simile a sangue coagulato.
Nei dipinti l’immagine nasce da qualcosa di antico e pare inabissarsi in morbide oscurità – ben inteso che l’opera non è l’ombra dell’artista, ma l’artista l’ombra dell’opera. L’immagine serotina e saturnina precipita dunque nell’enigma, pulsa e si contrae nell’ipotesi di qualcosa che si situa oltre la portata dell’evidenza. La vista, che è il senso della separazione e della distanza, obbliga quindi Galliani a soppesare i rapporti tonali e chiaroscurali, prestando attenzione alle ombre che sfumano e alla luce che si addensa sull’epitelio fossile dell’opera.
Disegno e desiderio, ductus et dilectus. «Io disegno anche dieci ore al giorno», ci dice l’artista, «e tutte le volte sento che il soggetto mi guarda e si compiace nel suo essere guardato, del suo essere amato. Amandomi mi restituisce la vita che ogni giorno perdo un po’ alla volta». I quadri di Galliani incarnano l’Eterno Ideale della Bellezza, ma seducente non è il soggetto posto in effige, bensì l’opera in sé. Novello Pigmalione, anche Galliani è infatuato della propria creazione. L’una vorrebbe essere un diamante, l’altro desidera esserne l’amante.
In queste opere gli elementi (il legno, la grafite) sono sempre organici: mutano, evolvono, proprio come l’uomo e come i suoi sentimenti. Ogni quadro nasce dal controllo dei muscoli, ivi compreso il muscolo cardiaco. Insufflate dall’eros, le opere sono soavi, languide, ammalianti, fatali. Tutt’altro che insensibile al loro fascino, l’artista si abbandona al deliquio amoroso che l’immagine gli accorda. «Io amo la pittura come si ama il corpo di una donna» affermava Robert Motherwell. Difficile però essere ricambiati, poiché – lo ammetteva Savinio – «la pittura ama se stessa».
È come se le opere esistessero per provare l’esistenza stessa di Galliani. Ogni segno lo obbliga a ritrovare le radici in se stesso, permettendogli di risalire a ritroso nel tempo, nella storia e nell’arte, mediante un processo di sedimentazione temporale e di stratificazione segnica (sviluppo/avviluppo progressivo, per continua rifrazione e frizione). Diversamente da Ulisse, che era alla ricerca della via del ritorno, e da Edipo, che inseguiva la verità, Galliani ha compreso che il vero viaggio consiste nel tornare alle origini per ritrovare l’autenticità dell’arte.
Conscio del fatto che la somma delle parti è più grande delle parti stesse, Galliani è uno spirito diuturno che anela alla finitudine-plenitudine del disegno. L’opera è per lui un’idea che si amplifica fino all’inverosimile. È un aerolito che si invola come un pensiero – Filius philosophorum oppure Pierre de la Folie…
Se Miró agognava dipingere su tele di grana media che avessero la qualità di una roccia, Kasha Linville diceva di Agnes Martin che il risultato finale è «rendere i suoi dipinti impermeabili, e imperturbabili, come rocce». Alla stregua dei diamanti, inglobati in pietre madri, le immagini di Galliani parrebbero incastonate in opere-pietre, come fossili intrappolati nell’ardesia. Immagini impietrite, che sembrano aver osato guardare la Gorgone dritta negli occhi, capaci di trasfondere la fisiologia umana in un’era geologica.
Ancor prima che immagini, ciò che noi vediamo sono dei pretesti metalinguistici, raccontano cioè l’alchimia dell’arte, quella Transmutatio Materiae che è datrice di forme cutanee e latrice di significati sotterranei. La pelle coriacea del mondo finisce infatti per aderire all’epidermide umana.
Jacopone da Todi affermava che l’uso, l’amore, l’arte e la grazia insegnano ogni cosa. Omar Galliani ha fatto tesoro di questo precetto, ma in un “versante d’ombra”: specchio d’amore (per la pittura) in senso esistenziale. «Al fondo di tutto questo», scrive l’artista, «sopravvive ancora una volta il desiderio di un corpo nei confronti dell’altro, ed è in questa continua attrazione/repulsione che matura la frenesia del possesso della copula estetica».


Nato nel 1954 a Montecchio Emilia, dove vive e lavora, Omar Galliani si è diplomato all’Accademia di belle Arti di Bologna e insegna pittura all’Accademia di Belle Arti di Carrara. Nel 1979 viene invitato alla I Triennale del disegno al Kunsthalle di Norimberga dove viene insignito del premio Faber Castell. Nel 1980 a “Magico Primario” al Palazzo dei Diamanti a Ferrara e nel 1981 a “Enciclopedia il magico primario in Europa” alla Galleria Civica d’arte Moderna di Modena, entrambe curate da Flavio Caroli. Ha poi partecipato a tre edizioni della Biennale di Venezia, 1982/84/86. Nell’82 è stato invitato alle biennali di San Paolo del Brasile, Parigi e Tokio e invitato alla Seventh British International Print Biennale a Bradford. Ha esposto nei Musei d’Arte Moderna di Tokyo, Kyoto, Nagasaki, Hiroshima, alla Hayward Gallery di Londra con la mostra “Arte italiana 1960-1982”, a due edizioni della Quadriennale di Roma, alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, in quelle di Francoforte, Berlino, Hannover e Vienna in occasione di “1960-1985 Aspekte der Italienischen Kunst”. Nel 1986 viene invitato a “Anniottanta” alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna. Negli anni Novanta viene invitato ad esporre alla Camera dei Deputati, allo Scottsdale Center for the Arts dell’Arizona, alla Marian Locks di Philadelphia (U.S.A). Presenta Feminine Countenances alla New York University (U.S.A) e nel 2000 Aurea al Museum of the Central Academy of Fine Arts di Pechino(Cina). Espone nel Palazzo delle Stelline a Milano, alla Galleria Civica di Modena, al Museo d’Arte Moderna di Budapest (Ungheria), al Palacio Foz di Lisbona (Portogallo), al PAC di Milano. Nel 2003 viene invitato alla 1° Biennale di Praga (Rep. Ceca) alla Galleria Nationale e alla prima edizione di quella di Pechino, dove ha vinto il primo premio. Nel 2005, all’Archivio di Stato di Torino, presenta il Grande Disegno Italiano. A Palazzo Magnani di Reggio Emilia espone Nuove Anatomie. Sempre nel 2005 il Museo d’Arte Contemporanea di Guadalajara (Messico), inaugura Nuovi Fiori Nuovi Santi e lo Spazio Mazzotta di Milano presenta con Giorgio Soavi, La figlia era Nuda. Dal 2006 al 2008 la mostra Disegno Italiano viene ospitata nei principali Musei d’Arte Contemporanea in Cina tra cui Pechino, Shangai, Xian, Nanchino, Jinan, Chengdu, Dalian, Hangzhou, Ningbo, Tientsin e alla Galleria Schoeni di Hong Kong. Sempre nel 2006 l’Università e il Museo di Caracas (Venezuela) ospita Disegnarsi e nell’aprile 2007 viene esposta al Museo Hassan di Rabat (Marocco). Il Grande Disegno Italiano viene presentata alla Permanente di Milano nella mostra La Bellezza e successivamente a Verona al Palazzo della Ragione, per Il Settimo Splendore. Nel 2007 si inaugura la mostra Tra Oriente e Occidente, Omar Galliani e il Grande Disegno Italiano in Cina alla Fondazione Querini Stampalia, negli Eventi Collaterali della 52° Biennale di Venezia. L’evento ha visto la collaborazione dei musei di Shanghai, Ningbo, Dalian, Xian, Hangzou, Jinan, Chengdu e Wuhan dove ha esposto durante l’Omar Galliani China Tour. Nel 2008 la Galleria Nazionale degli Uffizi di Firenze espone e acquisisce per le proprie collezioni l’opera Notturno. In autunno viene allestita presso la pista d’atletica di Correggio (RE) una grande opera di land drawing art, opera ispirata ad Antonio Allegri (progetto Nel segno del Correggio).
Nel 2009 la galleria K35 di Mosca inaugura una sua personale e la Fondazione Michetti di Francavilla al Mare gli dedica una retrospettiva. Sempre nel 2009 la galleria Shangheie di Shangai (Cina) inaugura Lontano da Xian. Nello stesso anno, a Vienna (Austria) l’Istituto Italiano di Cultura ospita Nel Segno del Correggio. A Lucca a Villa Bottini e nel Museo Archeologico di Palazzo Guinigi presenta Dalle Stanze dei Miei Disegni e a Venezia l’opera Respiro all’interno di Dètournement nell’antico Ospizio di San Lorenzo (evento collaterale della 53° Biennale di Venezia) Sempre a Venezia presenta Santa Apollonia, Omar Galliani e qualche dente di Andy Warhol, ospitata nel Museo Diocesano. Nel 2010, l’Istituto Italiano di Cultura di Bogotà (Colombia) inaugura 21debuios para una noche en Bogotà e nello stesso anno, il Museo Borges di Buenos Aires (Argentina) ospita la mostra intitolata Nocturno riproposta al Museo d’Arte Contemporanea di San Juan e in quello di Rosario (Argentina). Il teatro d’avanguardia India di Roma presenta Il disegno è in scena. Al Museo Lu.c.c.a viene presentata l’opera site-specific Le pareti Di-Segno. Il 2011 parte dalla Cina con le mostre Diario Cinese esposte al Centro Culturale del Quartiere Italiano di Tianjin e all’Istituto di Cultura di Pechino. Al Museo d’Arte Moderna di Lagos, Nigeria inaugura Crosscurrents, Italia-Nigeria. Nel 2011 il Museo Diocesano di Padova espone Dal codice degli angeli. Nel giugno 2011 si inaugura a Milano il progetto “The other side of Russia” by Mazzotta Art Selection. Nell’ambito dell’anno Italia – Russia viene poi presentato a Venezia durante la Biennale presso Palazzo Barbarigo Minotto e successivamente come evento speciale alla 4 Biennale d’Arte Contemporanea di Mosca a settembre. Nel 2012 inaugura a Palazzo Binelli a Carrara D’après Canova. Omar Galliani, opere 1977-1980; Nocturno a Montevideo nel Museo d’arte Moderna e a Punta del Este alla Fondazione Atcjuguarry, oltre alla grande mostra al Museo Bilotti a Roma, OMAR, ROMA, AMOR.. A luglio inaugura il 58° Festival Puccini a Torre del Lago con l’installazione GRANDE DISEGNO ITALIANO, mentre a settembre inaugura “The Male, The Female, the Sacred. Omar Galliani in Dialogue with drawing tradition”, a Pechino nel nuovo Museo d’Arte Contemporanea CAFA ART Museum progettato da Arata Isozaki. A ottobre Galliani è a Londra in occasione della mostra delle collezioni di arte contemporanea della Farnesina presso l’Istituto di Cultura Italiano; sempre a ottobre si è chiusa la mostra “Nocturno” al Centro Cultural Palacio de La moneda a Santiago del Cile. A novembre ha inaugurato un’importante mostra antologica al Maga Museo di Gallarate (Italia) a cura di Flavio Caroli; nel 2013 ci sarà poi la partecipazione agli eventi collaterali della 55. Biennale di Venezia.


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